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L’orrore della Diaz e l’«amarezza» senza vergogna del Corriere

Sono serviti quasi tredici anni per ottenere un minimo di giustizia sulla «macelleria messicana», l’irruzione violenta della polizia avvenuta la notte del 21 Luglio 2001, nella scuola dormitorio Diaz di Genova. Il 31 dicembre scorso sono scattati gli arresti per tre dei poliziotti più alti in grado ai tempi della “mattanza” con cui si concluse il G8 del 2001: Spartaco Mortola, ex capo della Digos del capoluogo ligure – e poi nominato questore vicario di Torino – dovrà scontare otto mesi. Giovanni Luperi, ex dirigente dell’Ucigos, già in pensione, dovrà scontare un anno. Stessa sorte toccherà all’ex numero tre della polizia italiana, Francesco Gratteri. Per tutti sono previsti i domiciliari, dopo che si erano visti rifiutare la richiesta dei servizi sociali. Pene minime, dopo più di un decennio dal massacro, con i reati più gravi caduti in prescrizione, avanzamenti di carriera durante gli anni del processo, pentimenti mai arrivati. Lo scorso 5 luglio 2012 era stata scritta la parola fine, con la conferma da parte della Corte di Cassazione delle condanne per 25 poliziotti: tutte per falso aggravato, l’unico reato non prescritto dopo 11 anni, in merito all’arresto a carico dei manifestanti e ai verbali di perquisizione, che si erano rivelati pieni di accuse infondate. Comprese le due molotov portate all’interno della scuola genovese dagli stessi poliziotti, come venne decretato dai giudici di primo grado. Eppure sul Corriere della Sera non sono mancate, in un articolo di Giovanni Bianconi, le lamentele degli arrestati, che hanno azzardato di sentirsi «amareggiati per il trattamento a loro riservato». Su Twitter non sono mancate le accuse anche contro il Corsera: «L’amarezza di chi venne massacrato non conta?», si denuncia in rete.

Poliziotti Diaz arresti 2

I FATTI DELLA DIAZ –   Dopo il G8 di Genova e l’irruzione-massacro della Diaz, che costò per 87 persone ferite gravi, a finire sotto inchiesta furono sia agenti che dirigenti e funzionari, sui quali pesavano accuse di falso, arresto arbitrario, calunnia, lesioni. Fu in primo grado il tribunale di Genova a condannare 13 persone – in particolare uomini del VII Nucleo – assolvendo invece altri 16 imputati, nel novembre del 2008. Al contrario, fu l’appello a ribaltare tutto, il 18 maggio 2010: furono questa volta 25 i condannati, compresi gli stessi Gratteri, Luperi, Mortola e Gilberto Caldarozzi – già capo del Servizio centrale operativo – con pene tra i 5 e i 3 anni e otto mesi di reclusione, oltre alla pena accessoria dell’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Non furono però condannati per le violenze e il massacro, bensì soltanto per falso. Eppure, dalle motivazioni della sentenza di appello, appariva chiara la responsabilità di chi, tra i vertici, non era intervenuto per fermare la mattanza. Così come, per chi aveva firmato i verbali di arresto e di perquisizione, di aver avallato accuse infondate e non vere verso i 93 “no global”. La stessa Corte di Cassazione, che nel 2012 rese le condanne definitive, stigmatizzò la condotta dei condannati, come ha ricordato il Manifesto: «È davvero difficile nascondersi l’odiosità del comportamento: una volta preso atto che le perquisizioni si era risolto nell’ingiustificabile massacro dei residenti della scuola, i vertici della polizia avevano a disposizione soltanto una retta via, seppur dolorosa. Isolare ed emarginare i violenti, denunciandoli. Dissociarsi da tale condotta e liberare gli arrestati. Purtroppo è stata scelta la strada opposta», si spiegava nelle motivazioni con cui erano state negate a Gratteri e gli altri le attenuanti generiche. In rete non mancano le polemiche dopo l’articolo nel quale sia Gratteri che gli altri poliziotti si mostrano “amareggiati” per il “modo” in cui sono stati trattati. Scrive il Corsera:

«Gilberto Caldarozzi non nasconde l’amarezza per il trattamento riservato a lui e alcuni colleghi. Colpevoli, secondo le sentenze, non della sciagurata irruzione alla Diaz, bensì della falsa attestazione che nella scuola c’erano due bottiglie molotov, in verità recuperate qualche ora prima per le strade della città. Una copertura postuma per giustificare l’ingiustificabile violenza sui ragazzi. Studiata a tavolino. Ma da chi? Caldarozzi, come Gratteri e altri condannati, ha sempre negato di aver saputo che quelle bottiglie erano state sistemate a bella posta da altri poliziotti, anche dopo la condanna d’appello (seguita all’assoluzione di primo grado) divenuta definitiva nel luglio 2012. Fino ad allora ha guidato operazioni importanti come le catture di Bernardo Provenzano e dei boss camorristi Iovine e Zagaria, la scoperta degli assassini del piccolo Tommaso Onofri a Parma, quelli di Francesco Fortugno a Reggio Calabria, l’autore della strage alla scuola di Brindisi nell’estate 2012. Subito dopo è arrivato l’ultimo verdetto, la sospensione dal servizio, il limbo dell’attesa contrassegnato da continue memorie, istanze e controdeduzioni. Infrantesi sulle decisioni finali: niente misure alternative, solo detenzione».

Su Twitter non sono mancati i commenti indignati:

 

 

 

Francesco Gratteri, che firmò e sottoscrisse i verbali di perquisizione e arresto che attestavano accuse poi rivelatesi false, non si è mai pentito: durante l’ultima udienza del Tribunale di sorveglianza, aggiunse: «Non mi inginocchio per ottenere i benefici. Sono dispiaciuto per quanto accaduto nella scuola Diaz, ma quella nei miei confronti la ritengo una sentenza ingiusta. Io quella notte sono stato ingannato», continuò a difendersi l’uomo che nel 2001 era capo del Sevizio centrale operativo della polizia. Condannato in cassazione il 5 Luglio 2012 a 4 anni di carcere, dovrà scontare comunque soltanto un anno di domiciliari, oltre a poter beneficiare fino a quattro ore di libertà durante la giornata. Lo stesso varrà per Mortola e Luperi, che alla fine sconteranno ai domiciliari soltanto otto mesi e un anno rispettivamente (le condanne erano state di tre anni e 8 mesi e 4 anni, ndr). Dopo la notizia degli arresti, Vittorio Agnoletto, ex portavoce del Genoa Social Forum ai tempi della mattanza alla Diaz, ha commentato:«Meglio tardi che mai». Non senza ricordare però come nei lunghi anni del processo, «mentre i magistrati li inquisivano, le carriere dei poliziotti condannati progredivano vertiginosamente di promozione in promozione, con il beneplacito del governo di turno e con il silenzio del Parlamento». Ma non solo: «Nessuno nella polizia, come nel governo, ha mai sentito la necessità, nemmeno dopo le condanne di primo e secondo grado, di rimuoverli dai loro incarichi». Allo stesso modo come oggi sembra importare poco l’amarezza di chi è stato vittima di quelle violenze.