“I miei giorni nelle prigioni siriane, fra uomini massacrati che urlavano”

20/05/2011 - La giornalista di Al Jazeera trattenuta nelle prigioni di Bashar Al-Assad racconta la sua detenzione. Una storia terribile, che Al Jazeera pubblica per intero proprio nella giornata in cui il capo della Nato, Anders Fogh Rasmussen, annuncia che le parole

     
 

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La giornalista di Al Jazeera trattenuta nelle prigioni di Bashar Al-Assad racconta la sua detenzione.

Una storia terribile, che Al Jazeera pubblica per intero proprio nella giornata in cui il capo della Nato, Anders Fogh Rasmussen, annuncia che le parole di Barack Obama per ora resteranno buoni auspici e minacce diplomatiche: “Nessun intervento armato della Nato in Siria”. Intanto il decimo venerdì della rabbia consecutivo anima le piazze di Damasco e delle altre città del nord, del sud, di un paese stretto da un regime che ci si aspettava molto più debole e che invece si sta dimostrando ben intenzionato a resistere a qualsiasi pressione dei manifestanti. Per le strade, proteste a torso nudo o con in mano ramoscelli d’ulivo.

RIVOLTE IN SIRIA – Carri armati ad Homs, nel nord, o a Marrat Numan, ancora nel settentrione; nella ormai ghost town di Dara’a, nel sud, ma anche nei quartieri periferici di Damasco: secondo i manifestanti ci sarebbero 5 morti fra Homs e Dara’a. Spari, una situazione davvero concitata in un paese che ogni venerdì dimostra di non conoscere pace e tregua: morti per strada, e arresti indiscriminati. E’ quello che racconta, oggi, Dorothy Parvaz, reporter di Al Jazeera che è appena rientrata in Qatar dopo oltre venti giorni di prigionia fra la Siria e l’Iran. Appena atterrata a Damasco, il servizio segreto politico del dittatore Bashar Al-Assad, la Mukhabarat, la prende e la porta, bendata, in un carcere siriano. Non hanno giovato alla sua situazione il suo passaporto americano, dice la giornalista, e ancora meno il suo cartellino da giornalista di Al Jazeera.

Gli agenti non sembravano mettersi d’accordo su cosa io fossi, o su cosa fosse peggio: una spia americana per Israele, o un reporter di Al Jazeera – entrambe le cose abbastanza sullo stesso piano. Bendata, sono stata condotta alla prima delle mie tre celle – una stanza piccola e disordinata. Sul pavimento, su di una coperta grigio topo, c’era una giovane donna la faccia della quale era distrutta dal pianto. Mi ha detto di avere 25 anni e di essere di Damasco, e mi ha raccontato di essere stata lì per quattro giorni. Non sapeva perchè.

Il fondamento della cultura moderna nasce quando si stabilisce per legge che nessuno può essere detenuto senza motivazione: è un principio giuridico chiamato Habeas Corpus, ed esiste in tutte le costituzioni moderne. Evidentemente la polizia politica siriana non lo conosce, il che non sorprende. Il racconto della giornalista non si ferma qui.

URLA SELVAGGE – Ancora non riesce a dormire, a tutt’oggi, quando ripensa alle urla selvagge da lei sentite nel carcere siriano: prigionieri frustati, picchiati, sottoposti a violenze di ogni tipo. Urla incredibili di cui Dorothy non riesce a capire né la provenienza, né l’identità dei prigionieri che vengono picchiati dal regime siriano.

I nostri occhi si sono spostati sul calendario lungo più di un mese inciso sul muro, probabilmente il lavoro artistico di un precedente inquilino. Guardandoci, entrambe ci chiedevamo quanto saremmo rimaste lì. Un uomo è venuto alla porta un paio di volte alla porta prima di prendermi, bendarmi e portarm in quello che sembrava un cortile. Mi ha spinto contro un muro e mi ha detto di rimanere lì. Mentre lo facevo, ho sentito due serie di interrogazioni e di pestaggi che incalzavano, circa 10 metri più in là in ogni direzione. Pestaggi selvaggi, parole urlate dai picchiati di cui sentivo solo voci lontane: “Wallahi! Wahalli!” (giuro su Dio!) o, semplicemente, “La! La!” (No!)

La donna viene interrogata dal guardione locale che vuole sapere, appunto, perchè lei si trovasse in Siria. La giornalista dice la verità, confessandosi reporter di Al Jazeera. Viene cambiata di cella e portata in un secondo sito.

UNA LUNGA PRIGIONIA – Anche da lì sarà tirata fuori e portata, per la seconda volta, ad essere interrogata dal direttore del complesso presidenziale che le spiegherà tutto ciò che i megafoni della propaganda siriana continuano ad urlare ad ogni piè sospinto: i manifestanti che affollano le piazze sono una sparuta minoranza, la maggioranza sostiene Assad e dunque si tratta solo di disturbatori della quiete.

Sono stata portata in una seconda cella, con macchie di sangue sul muro. Ho trovato un angolo senza sangue e mi sono rannicchiata fino a che non mi hanno nuovamente chiamata – circa a mezzanotte. Sono stata di nuovo bendata, ma questa volta, prima che le bende mi accecassero, sono riuscita a vedere un giovane, circa 20 anni, legato in catene ad un termosifone nel corridoio. Aveva un modulo legale sulle ginocchia, era bendato, e si sforzava così tanto che a malapena riusciva a tenere in mano la penna con cui stava probabilmente per firmare qualche tipo di confessione. Intanto, i picchiaggi e le urla continuavano.

Nella terza cella in cui viene trasportata, la giornalista incontra la sua terza compagna di prigionia.

LIBERATA – I giorni passano senza alcun senso. Tutto ciò che i detenuti nel complesso militare della polizia militare di Damasco hanno per compagnia sono le urla dei loro colleghi di sventura, che incessantemente battono il tempo di una prigionia che ogni minuto che passa sembra senza uscita, senza fine.

Lei era lì da otto giorni quando l’ho incontrata, e sembrava malata. Il cibo che ci davano tre volte al giorno – fetido, casuale e a volte marcio – principalmente la faceva vomitare, ma aveva troppa fame per smettere di mangiare. C’era un dottore seduto vicino ad un cartello su cui c’era scritto “Assad è il capo”, ma la ragazza sembrava troppo spaventata per chiamare il dottore – il che non meraviglia. La maggior parte dei nostri giorni sono passati ad ascoltare i rumori dei giovani brutalmente interrogati – a volte legati in posizioni innaturali fino a che non sentivamo le ossa rompersi, cosa che riuscivamo a percepire dalla finestra del nostro bagno.

Alla fine, dopo giorni di prigionia, la giornalista viene liberata: o almeno questo è quello che gli dicono. “Puoi andare in Qatar”, le riferisce il capo-carcere. Ma in realtà sarà “presa e spinta di forza” in un aereo con destinazione Teheran, Iran – per entrare in Siria aveva infatti usato il visto iraniano. E ciò che sorprende davvero la giornalista è che persino nella repubblica islamica di Mahmud Ahmadinejad sarà trattata – da detenuta – meglio della Siria. Riuscirà anche ad avere i narcotici che le servono per dormire: trovare riposo nonostante gli incubi che affollano le sue notti, pieni di urla dei prigionieri picchiati dal Mukhabarat.

     
 

1 Commento

  1. primo capo scrive:

    nooo! che cattivi i beduini!

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