Intercettazioni dal produttore al consumatore

09/07/2008 - Tutti le cercano, tutti le vogliono (anche a costo di rimediare figure meschine). Ecco come funziona certe volte il mercato delle “spie” telefoniche: una zona borderline al confine con l’illegalità che ascolta tutto per capire cosa vendere (magari ai giornali)

     
 

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Tutti le cercano, tutti le vogliono (anche a costo di rimediare figure meschine). Ecco come funziona certe volte il mercato delle “spie” telefoniche: una zona borderline al confine con l’illegalità che ascolta tutto per capire cosa vendere (magari ai giornali) e cosa dare ai magistrati.

Il business delle intercettazioni non nasce, come spesso si può immaginare, in polverosi uffici giudiziari o negli studi di un giudice. Questa storia ne è un esempio. Un giorno, ad alcuni lavoratori nel ramo delle tlc vengono segnalate delle celle radio (“antenne“) con dei problemi: sembrano avere dei cali di “reddito“, cioè hanno (e senza motivo) un calo nell’utilizzo medio. I diagnostici dicono che effettivamente molte chiamate cadono senza ragione (cioè senza “segnalazione TCAP”). Così si inizia ad indagare. Dopo quattro mesi (nei quali viene provato di tutto: dal chiamare i tecnici dell’azienda produttrice degli apparati – costo medio 2500 euro/giorno più spese-, a tracciare tutto il tracciabile. “Il materiale è a posto - è il responso – C’è che un segnale interferisce”.

SORPRESA! - Essendo già successo che una comunità di stranieri abbia cercato di mettere su delle celle abusive (per poi farsi il loro virtual provider, come coop, auchan e poste) , la squadra “investigativa” si attrezza per individuare la sorgente dell’interferenza (indagine per cui,*legalmente*, bisogna scomodare ARPA o altri simili, almeno in Italia). Il risultato ha dell’incredibile: i tecnici si avvicinano con gli strumenti ad un parcheggio e identificano la sorgente in un veicolo, quindi procedono nel prendere la targa. Ad un tratto scende un tizio arrabbiato, che mostra una tessera da ex carabiniere e una tessera da investigatore privato, e inizia a spaventare i tecnici con minacce  di pazzesche azioni legali non meglio specificate. Quelli, ovviamente, temendo ritorsioni se se ne vanno, ma la questione arriva all’ufficio legale della compagnia, che intende chiedere conto di quattro mesi di telefonate su un’area densamente popolata, nonchè di intercettazione abusiva, dato che le in questi casi simili azioni vanno comunque sempre concordate secondo un preciso protocollo, o perlomeno comunicate perchè poi dovranno essere fatturate al Ministero.

ASCOLTIAMO…UNA BANCA! - Il fattaccio non avviene in un luogo qualsiasi, però: siamo in zona Borsa. Dunque questo signore per quattro mesi si è messo a spacchettare il GSM con un’attrezzatura taiwanese sulle celle della borsa di Milano. E siccome in Italia i criptofonini sono vietati dalla legge (persino l’uso di scramblers è punito con diversi anni di carcere) in pratica l’uomo ha teoricamente ascoltato di tutto quello che c’era da captare sulla finanza italiana. Ad ogni modo, l’ufficio legale procede ma improvvisamente si vede fermare da un magistrato: il contenuto delle intercettazioni è “materiale probatorio“, la procura non fornisce particolari, e spunta un incarico del magistrato stesso per non meglio specificate “misure“. In poche parole, Il Deus ex Machina ferma tutto e non fornisce spiegazioni. Queste misure però si spiegano davvero poco, visto che qualcuno occupava slot senza avere un numero o sforzandosi di imitare numeri veri. In maniera certo non conforme alle procedure. Quindi, alla legge. Per questo motivo l’ufficio legale fa ricorso: le “misure” hanno fatto perdere un bel po’ di soldi. Il tribunale afferma che in fase di indagine le esigenze probatorie prevalgono sulle tutele e anche sulla proprietà privata: insomma, si può irrompere sulla rete GSM come si vuole . Ai tecnici viene poi spiegato “sottobanco” che questo è un fenomeno molto diffuso: gli “investigatori” sono quasi tutti ex carabinieri, ex poliziotti o ex digossini, con molti agganci in procura e tra le forze dell’ordine. Spesso per sbarcare il lunario monitorano anche illegalmente” il GSM, per vedere se trovano qualcosa di interessante da rivendere. Non è improbabile trovare uno di questi furgoncini o di queste automobili con sopra l’apparato spia nelle vicinanze di grandi eventi, a spiare tizio e caio. Poi, a seconda di ciò che hanno “captato“, vendono i contenuti alle agenzie di stampa/gossip oppure alla procura, che le legalizza come “perizie“.

UN BUSINESS PER TUTTI, O QUASI – Il business delle intercettazioni in realta’ spesso (ma non sempre) avviene molto al di fuori della procura ed è una “mafia” legata a personaggi più simili a Corona che al Corvo della procura di Palermo. Con l’istituzione degli investigatori privati si è creata una categoria “borderline” che lavora a braccetto con procura e forze dell’ordine, ed esegue pratiche “strane“: se la polizia vuole intercettare ma non ha nessun motivo per farlo, fa fare il lavoro sporco all’investigatore, concordando un periodo di “franchigia” oltre il quale l’investigatore “vende” l’intercettazione a chi vuole, specialmente ai giornali. Tutto questo prevede un procedimento – spacchettare il GSM appunto – che si fa con un’attrezzatura che costa qualcosa dai 15mila ai  30mila euro. Molto meno se si comprano scatolette taiwanesi, come in questo caso. In ogni caso, il guadagno può essere di molte volte superiore. Insomma, un business molto molto redditizio.

     
 

3 Commenti

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  3. Lkv scrive:

    Bellissimo articolo, apre mille riflessioni. :)

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