Giancarlo Lehner, l’anarchico senz’armi (ma con la lingua avvelenata)

11/05/2011 - Intervista di Giornalettismo al più chiacchierato polemista del Parlamento: “Da Trotskij a Berlusconi” Giancarlo Lehner è una costante presenza della politica italiana. Nato socialista, passato a Berlusconi dopo la fine di Bettino Craxi, è transitato ora nei Responsabili in prestito

     
 

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Intervista di Giornalettismo al più chiacchierato polemista del Parlamento: “Da Trotskij a Berlusconi”

Giancarlo Lehner è una costante presenza della politica italiana. Nato socialista, passato a Berlusconi dopo la fine di Bettino Craxi, è transitato ora nei Responsabili in prestito dal Popolo della Libertà, la formazione con la quale è arrivato in Parlamento nel 2008. A Giornalettismo Lehner racconta il suo percorso.

IL PERSONAGGIO – Alle spalle una raffinata formazione di storico intellettuale, che ha lasciato il posto negli ultimi anni a posizioni estreme sui temi più attuali della politica italiana. E ad un linguaggio che è stato definito, in risposta alle sue provocazioni, “da ubriacone”. Un cambio di stile che coincide proprio con l’inizio della sua carriera politica nel PdL, del quale ha fatto parte fino al febbraio scorso, dopo una lunga militanza tra i Socialisti. Ad oggi Giancarlo Lehner figura nello schieramento Iniziativa Responsabile, sempre in appoggio al governo Berlusconi. Per sua ammissione, si trova “in prestito” per sostenere la maggioranza dopo l’abbandono dei finiani. Sopra le righe per vocazione, da tempo esprime pareri di dubbio gusto sulla cultura islamica, sugli omosessuali e chi più ne ha più ne metta. Preclare sono diventate le sue affermazioni su Vittorio Arrigoni, ucciso a suo parere dagli stessi terroristi che difendeva (e ben gli sta), e sulla morte di Bin Laden, che andrebbe seppellito nella pelle di un maiale in modo da non poter accedere al paradiso islamico. Ogni due giorni le agenzie stampa pescano a piene mani dal fiume di dichiarazioni shock che Lehner rilascia: che sia per dare un contributo costruttivo al dibattito o solo per attirare l’attenzione, fa la felicità di opinionisti da talk show pomeridiano e giornalisti che si ritrovano un buco in quinta pagina. In realtà Giancarlo Lehner ha un curriculum burrascoso anche come intellettuale: autore di numerosi libri e articoli, è stato due volte condannato per diffamazione aggravata. La prima sentenza riguardava il pamphlet Attentato al Governo Berlusconi, articolo 289 del codice penale, edito da Mondadori, la seconda invece un articolo uscito sul Giornale il 29 gennaio 2004 con il titolo Un’indagine malata. Per il corsivo, in cui Lehner attaccava il magistrato Ilda Boccassini, la corte condannò l’allora direttore Belpietro a pubblicare in evidenza la sentenza a mò di smentita.

IL PROFESSORE E IL POLITICO – L’idea di imbastire una conversazione con un uomo che sulla carta è tanto rabbioso può intimidire o indignare. Ma certamente non ci si aspetta la tenerezza con cui il battagliero opinionista ricorda i suoi anni giovanili, e l’orgoglio paterno con cui parla dei suoi studenti ai tempi del Liceo, dove ha insegnato per molti anni dopo la laurea in Storia e Filosofia alla Sapienza e il periodo trascorso come assistente di Storia della critica letteraria e Storia della Letteratura. Ciò che sorprende di Lehner non sono tanto le sue dichiarazioni velenose. Piuttosto, la naturalezza con cui si mostra capace di augurare la morte ad un ricercato internazionale, e tra le righe rallegrarsi di quella di un operatore di pace, ma anche di definirsi come l’”uomo che ha corrotto alla cultura” i suoi amati studenti. La nonchalance con cui condanna i totalitarismi e l’intolleranza pur appartenendo a un governo gravato da un gigantesco conflitto di interessi, che minaccia i magistrati per impedirgli di indagare sul proprio Presidente, e di cui fanno parte personaggi che passeggiano sui treni sterilizzando le poltrone su cui si sono seduti dei passeggeri neri.

Si trova forse in questo cordiale professore la sintesi delle contraddizioni che lacerano il paese? Forse, più semplicemente, è il potere del contesto.

Ripercorriamo il suo percorso professionale: come è nata la sua passione per la politica?

Sono socialista nell’anima, possiamo dire che tutt’ora credo in questi valori. Quello che mi ha portato in Parlamento è stato un percorso intellettuale: ho scritto 25 libri fino ad oggi, non sono un politico standard, arrivo alla politica attraverso la cultura. Credo che politica e cultura debbano essere in grande sinergia non può esistere l’una senza l’altra. Altrimenti, la cultura diverrebbe troppo astratta e la politica si perderebbe nella confusione della vita pratica. I filosofi della scuola tedesca parlavano di Weltanschauung, una concezione globale dell’esistenza che risponda, nel pensiero e nella pratica, agli stessi principi. Ma attenzione: senza essere troppo rigidi, se no c’è il rischio di sfociare nei totalitarismi. E i totalitarismi sono sempre sbagliati.

Eppure alcuni affermano di ricordarla da ragazzo come un estremista di sinistra. Conferma o smentisce?

Io sono stato sempre anti totalitario, diciamo che ero un libertario.  Se proprio dovessi trovare una definizione, mi direi stirneriano: ero contro l’ingerenza eccessiva dello stato. Un anarchico, ma senza armi. Non sono mai stato simpatizzante di Mao, però avevo, con quell’ignoranza che si può concedere ai giovani, una certa simpatia per Trotskij. Pensavo che fosse la vera alternativa a Stalin, poi mi sono reso conto, studiando e crescendo, che anche lui era stato un assassino.

Su un’agenzia di qualche giorno fa si legge una dichiarazione rispetto ad un suo alunno del Virgilio, Miguel Gotor (oggi ricercatore di storia moderna a Torino): ce ne parla?

Non era un alunno della mia classe! (ride) Se lo fosse stato, stia sicura che si sarebbe preso un bel ceffone! Spero che prima o poi mi chieda scusa, era molto giovane ed è facile a quell’età essere intolleranti. I giovani sono convinti di avere sempre ragione. Ovviamente presi quel fatto con dispiacere, non si augura la morte a nessuno. Beh, quasi a nessuno. A Bin Laden, per esempio, l’ho augurata molte volte!

I suoi studenti invece come la presero?

Sono stato fortunato, perché ero molto amato dai ragazzi delle mie classi. Ci tenevo ad appassionarli, a far sì che la scuola fosse un luogo di cultura e non solo un parcheggio. Ero tra i pochi professori che facevano leggere più libri oltre a quelli di testo: dieci, undici l’anno. Ricordo ancora i titoli che assegnavo, scelti tra le mie letture preferite: La Peste di Camus, Lo straniero di Dominique Lapierre, ma anche Orwell. Credo che ancora oggi 1984 sia un libro che può insegnare molto. Ero appassionato di Leopardi, facevo leggere più di quello che c’era in programma. Penso che i miei studenti, che oggi sono medici, ingegneri, scrittori, mi ricordino come “l’uomo che li ha corrotti alla cultura”.

Visto che abbiamo citato il caso Bin Laden e le sue posizioni in merito, peraltro molto note, vogliamo parlare delle prospettive del problema immigrazione nell’Italia di oggi?

Pensi che io tanti anni fa, erano i primi anni Ottanta, ero socio di un’organizzazione che si occupava di extracomunitari, per sostenerli verso l’integrazione. Nel PSI, a cui appartenevo, c’era una forte attenzione al problema, ma eravamo illusi. All’epoca la maggioranza degli immigrati, che erano comunque meno di oggi, proveniva da Somalia, Etiopia e Paesi dell’Est. Era più facile dialogare con loro, erano più aperti e simili a noi. Ogni sabato sera andavamo a cenare nei loro ristoranti tipici, vicino alla stazione Termini; mangiavamo carne piccante e parlavamo di progetti comuni e diritti civili. Purtroppo in seguito ci siamo accorti che le buone azioni sono l’ombra di una disconoscenza del reale. Credevamo davvero al multiculturalismo, ad una Polis in cui convivessero serenamente tutte le culture. Ci siamo accorti che tutto questo era un’illusione. Finché ci sono religioni fondamentaliste, non ci può essere incontro. Con i laici è possibile dialogare: anche nel PdL abbiamo una collega musulmana, Souad, e con lei c’è un ottimo rapporto. Il punto non sono tanto le religioni quanto i fondamentalismi, idea che ad esempio è anche alla base del comunismo. Il padre di quest’ideologia è Rousseau. Secondo lui l’uomo nasce buono, ma diventa cattivo nell’incontro con la società e quindi va rieducato. Il povero Jean Jacques non poteva immaginare che dalla sua idea sarebbe scaturito un futuro tanto catastrofico. Chiaro che poi il problema dell’incontro tra culture è anche quantitativo: dalla Libia sono arrivate già diecimila persone. E il proverbio dice che se metti dieci persone in una stanza, andranno d’accordo, se nella stessa ne metti cento, si prenderanno a botte.

Bisogna precisare che l’Italia non è certo il paese con il maggior numero di immigrati in Europa. Ne ha molti meno, per dirne una, della Francia. Nonostante questo, il problema del dialogo interculturale si fa sempre più pesante.

Trovare una soluzione è molto difficile. Io dico che non dobbiamo arrivare a creare dei ghetti, come è avvenuto in altri paesi. Quello che auspico, dove possibile, è arrivare a un’integrazione ma pretendere anche che i nostri “fratelli” esterni si adeguino alle nostre regole. Ho rivisto tante mie convinzioni quando ho appreso che in Inghilterra gli autori delle stragi erano islamici di terza generazione. Significa che il processo di integrazione è completamente fallito. Ci sono oggi diversi libri che raccontano le violenze degli uomini sulle donne islamiche. Padri che sgozzano le loro figlie ma sono convinti di far bene, di salvare la loro anima, tanto è vero che seppelliscono il cadavere con la testa rivolta verso la Mecca. Qui sta il punto: non è tanto la rottura delle regole che pesa, anche in occidente le persone si ammazzano tra loro. Il problema è quando si è convinti di far bene, cioè le ragioni culturali che stanno dietro a una certa azione violenta.

Di recente il governo ha nominato nove nuovi sottosegretari, anche pescando dalle file dei Responsabili: qualche delusione sui nomi oppure tutto come previsto? Alcuni commentatori hanno parlato, in proposito, di mercimonio delle poltrone. Il governo afferma invece di aver dato un premio giusto a chi l’ha sostenuto in dicembre: lei cosa ne pensa?

Io sono entrato in prestito. Deve sapere che in Parlamento vigono regole ottocentesche, tali per cui si ottiene magari una maggioranza solida in aula, ma questo non avviene in commissione. Così in dicembre, dopo la scissione dei finiani, il PdL ha chiesto a me come favore di passare ai Responsabili, cosa che ho fatto a febbraio. Quindi, non mi aspettavo nulla di particolare da queste nomine. A chi poi tira in ballo il mercimonio, risponderei che in politica questi scambi ci sono sempre stati, pensi al caso Mastella ai tempi del governo Prodi. Mi auguro solo che i nuovi sottosegretari diano prova di essere validi nei loro incarichi. Esprimerò un giudizio obiettivo solo dopo averli visti all’opera.

     
 

9 Commenti

  1. Canenero scrive:

    5 pagine di articolo…per dipingere il profilo di un arrivista, opportunista che vende il deretano a chi gli offre più soldi e visibilità (oltre che l’impunità di sparare stupidaggini a destra e a manca). Ma non avete proprio nulla da fare in redazione?

  2. mj scrive:

    ” La nonchalance con cui condanna i totalitarismi e l’intolleranza pur appartenendo a un governo gravato da un gigantesco conflitto di interessi, che minaccia i magistrati per impedirgli di indagare sul proprio Presidente,”

    La ” nonchalance” presuppone una certa eleganza, cosa che manca a questo individio che spesso cade nella volgarità e violenza, sebbene delle parole. Chiamasi invece, più correttamente, di faccia come il…

  3. mj scrive:

    E quanto alle “polemiche” , tra qualche anno scorderemo anche che questo tizio sia mai stato in parlamento, cosa che declassa le sue ” polemiche” a piccole , insignificanti, sebbene rumorose, guerricciole verbali.

  4. mj scrive:

    E quanto alle “polemiche”, tra qualche anno scorderemo anche che questo tizio sia mai stato in parlamento, cosa che declassa le sue ” polemiche” a piccole , insignificanti, sebbene rumorose, guerricciole verbali.

  5. Uomo Bianco scrive:

    Ma vergognatevi. Usare la parola anarchico per questo mercenario da strapazzo.

  6. bobo scrive:

    è una briciola di escremento, uno che sputa la sua bile solamente perché protetto dal paravento dell’immunità, un fenomeno da baraccone degno di quest’itaGlia da basso impero

  7. "silvio" scrive:

    cacciare a calci nel culo…..velocemente.

  8. nononino scrive:

    lui si definisce stirneriano, lui è di fuori. potevate evitare il sarcasmo del titolo dell’articolo, molte persone che non sanno niente di stirner e anarchia, potrebbero fraintendere…
    forse l’autrice non conosce stirner? max stirner ha scritto un importante volume dal titolo “l’unico e la sua proprietà”, un volume tenuto nascosto, un volume che faceva paura a marx (contemporaneo a stirner) perché esaltava l’individuo

  9. giuseppe sarno scrive:

    Un altro socialsita pentito. Basta non se ne può più!

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