La ricetta della produttività
11/07/2008 - L’Europa non riesce a tenere il passo dell’economia americana. E l’Italia perde colpi, da oltre 10 anni. E’ la crisi della produttività, di cui molti parlano. L’Unione Europea a questo obiettivo ha destinato ingenti risorse di tutti i cittadini. Ma
L’Europa non riesce a tenere il passo dell’economia americana. E l’Italia perde colpi, da oltre 10 anni. E’ la crisi della produttività, di cui molti parlano. L’Unione Europea a questo obiettivo ha destinato ingenti risorse di tutti i cittadini. Ma perché, nonostante gli sforzi, l’Europa e soprattutto l’Italia sono sempre meno competitive?
La crescita economica dipende essenzialmente dall’aumento di tre fattori: occupazione, stock di capitale e produttività. Mentre negli ultimi dieci anni l’occupazione è cresciuta in modo considerevole in Europa, la produttività ristagna. E in Italia il fenomeno è ancora più grave, con una costante riduzione rispetto alla media europea: nel 1997 eravamo in linea con essa, ora siamo quasi dieci punti sotto. Secondo un recente studio dell’Istat nel decennio 1995-2006 sono aumentate moltissimo le ore lavorate, ma è rimasto fermo il PIL. E sono cresciuti pochissimo anche i salari italiani: secondo una pubblicazione dell’OCSE (“Taxing wages”) essi sono inferiori a quelli degli altri paesi industrializzati del 15,9 per cento.
LA PRODUTTIVITA’ – La produttività dipende da due cose: dalla produttività totale dei fattori e
dall’intensità di capitale. La prima dipende dalla tecnologia e dall’efficienza del sistema economico in senso lato (qualità del capitale fisico, miglioramento delle competenze, progressi tecnologici, nuove forme di organizzazione, investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione). La seconda, l’intensità di capitale, la quantità di capitale impiegato per lavoratore, dipende soprattutto dagli investimenti delle imprese e del settore pubblico: se è alta, anche la capacità produttiva dei lavoratori è alta. Secondo uno studio del CER (Centro Europa Ricerche) sui risultati economici dell’Europa e dell’Italia, il vistoso rallentamento dell’intensità di capitale nell’ultimo decennio è stata una delle principali cause della riduzione della produttività del lavoro e della posizione competitiva dell’Italia nello stesso periodo. Perché gli investimenti possono aumentare la capacità produttiva (raddoppio dei macchinari esistenti) o possono migliorare l’efficienza del capitale (acquisto di un macchinario con migliore tecnologia). Il primo tipo di investimenti crea più posti di lavoro, mentre il secondo aumenta la produttività. La cosa giusta sarebbe fare entrambe le cose. Invece in Europa e in Italia, a differenza di quanto avvenuto negli USA, si sono ridotti sia il tasso di accumulazione del capitale, cioè la dinamica degli investimenti, sia l’intensità di capitale.
LE DETERMINANTI DEGLI INVESTIMENTI – Il rallentamento della produttività in Italia e in Europa rispetto agli USA dipende, dati alla mano, soprattutto da un rallentamento dell’Intensità di capitale. Quindi, è lì che si deve agire, puntando soprattutto su una ripresa degli investimenti delle imprese. Essi sono influenzati dai costi di investimento (tassi di interesse reali e tasso di ammortamento del capitale in primis) e dalla domanda aggregata (cioè da PIL, consumi ed esportazioni), come approssimazione della domanda futura. E quindi, per quanto sembri un paradosso, risentono posi
tivamente di un aumento dei salari reali. Sì, i salari reali più alti stimolano la funzione di investimento: perché ci sono più soldi da spendere per i consumi, e perché le retribuzioni più elevate stimolano le imprese a sostituire il lavoro con il capitale. Infatti, negli USA a partire dagli anni ’90 si è riscontrata una crescita dei salari reali, soprattutto quelli dei lavoratori altamente qualificati, mentre in Europa e in Italia essi sono rimasti sostanzialmente stazionari. E negli USA, guarda caso, nello stesso periodo è notevolmente aumentata anche l’intensità di capitale e la produttività. Attenzione: l’analisi dei dati mostra che è stata una maggiore remunerazione del lavoro (soprattutto quello qualificato) a stimolare negli USA prima l’aumento dell’intensità di capitale e poi quello della produttività. Non il contrario, come si sente dire nel dibattito italiano.
SCELTE SBAGLIATE - Perché c’è un altro paradosso a cui si è accennato: in Europa e in Italia
nonostante un aumento dei margini di profitto, non è seguito da parte delle imprese un comportamento volto ad estendere la loro capacità produttiva mediante un aumento degli investimenti. Colpa degli alti tassi di interesse che disincentivano l’investimento o deviano i capitali in più profittevoli attività finanziarie? No. Analizzando i dati, l’effetto principale è l’andamento deludente dei consumi delle famiglie. Non c’è domanda, le imprese non investono. E il cerchio si chiude. In Europa e in Italia si è scelta una politica di moderazione salariale e di aumento della quota dei profitti nella distribuzione del reddito nazionale. Questo ha favorito un aumento dell’occupazione, ma ha provocato un rallentamento della produttività. Cioè, grazie alla flessibilizzazione (o precarietà?) del mercato del lavoro le imprese hanno assunto persone con produttività inferiore alla media, perché di bassa qualifica o comunque impiegate in lavori di basso contenuto
professionale. In pratica, gli USA hanno risposto alla sfida della globalizzazione alzando l’asticella della loro economia, puntando su un rilancio della domanda interna, anche grazie all’aumento dei salari, stimolando così le imprese ad investire e quindi ad aumentare la produttività. Noi, invece, abbiamo puntato tutto sulle esportazioni anziché sul mercato interno: ci siamo messi a rincorre sul loro stesso terreno (bassi salari e bassa domanda) i paesi emergenti. Ma noi non siamo un paese emergente. E mentre il resto del mondo (e anche d’Europa) si ristrutturava, il nostro sistema industriale ha continuato a puntare sui settori base e di consumo finale, con carenze strutturali nella produzione di grandi beni strumentali, dell’impiantistica, della progettazione e della ricerca. Inoltre, con l’ampliarsi delle politiche monetariste restrittive di stampo neoliberista, si è radicata l’idea che il lavoro sia un costo da limitare e non una risorsa da incentivare in modo da assorbire a profitto tutti gli incrementi di produttività: una follia. Per rilanciare il dinamismo economico occorre proseguire con le riforme strutturali volte ad aumentare la produttività totale, ma vanno anche adottate misure di aumento del potere di acquisto delle famiglie che creano opportunità di investimento per le aziende. Le scelte di politica economica in Italia non sembrano andare purtroppo in questa direzione. Ma miglioramenti sostenibili del tenore di vita necessitano di un’elevata produttività. Altrimenti si muore.
Ha collaborato Mirella Castrichini











@LibertyFirst:
I dati di cui parlo (e cito, è una rapporto del CER) sono contenuti qui dentro:
http://www.centroeuroparicerche.it/reports.asp?pg=doc&Did=381
Non so se siano liberamente scaricabili, però..
Nel merito.
1. La teoria neoclassica non è tra le mie preferite. E certo non ha ispirato nè l’articolo nè il rapporto CER che ti ho citato, che ne parla, in vari passaggi, in modo sarcastico. Naturalmente, come tutte le teorie, ha sostenitori e detrattori.
2.Che la redistribuzione della torta negli ultimi anni sia andata a sfavore dei redditi da lavoro dipendente non mi sembra un’affermazione rivoluzionaria. E’ un dato. Che questo provochi inevitabilmente un ristagno dei consumi penso sia abbastanza facile da condividere. Che una dinamica di domanda debole non stimoli gli investimenti mi sembra altrettanto comprensibile.
Sul fatto che la modalità tecnologica scelta (Capital intensive o labour intensive) sia influenzata dal costo relativo dei fattori produttivi non mi sembra, ugualmente, che ci sia molto da dimostare. Senza cercare dati raffinatissimi. Perchè (forse non è chiaro) la sostanza della tesi qui esposta è tutta qui.
3. Sul fatto che il lavoro sia spesso considerato ormai un costo, un problema, e non una risorsa…Bè, è un’opinione che può non essere condivisa, lo capisco. La frase che citi è un po’ provocatoria, e magari mi ha preso la mano. Prendo atto.
4. Sull’ultima frase, invece, dissento (ovviamnete) sulla prima parte. Un rilancio dei consumi è necessario. Sulla seconda parte sono d’accordo, ma scusami non riesco a vedere la contraddizione tra una politca che rilancia i consumi e una che semplifica la vita alle imprese deregolamentando dove serve.
Grazie.
^_^
No, il rapporto CER non si può scaricare.
Neanche la vedo neoclassica.
Però la logica dietro il fatto che un aumento dei consumi fa calare gli investimenti c’è, e non va dimenticata. Ci sono due teorie che asseriscono il contrario: la teoria dei pasti gratis di Keynes, secondo cui la domanda genera un circolo virtuoso in cui tutto di colpo comincia a crescere; e la teoria del malinvestment austriaca, secondo cui in alcune occasioni si può avere un aumento non sostenibile di consumi e investimenti, che nel medio termine è destinato a rivelarsi illusorio.
Io sono per l’ultima spiegazione.
Tutto sommato, i salari italiani sono troppo alti, come del resto è chiaro considerando la disoccupazione, soprattutto al sud. Un ulteriore aumento di questi avrebbe come effetto una riduzione dei margini di guadagno dei produttori, la fuga dei capitali, un ulteriore rallentamento della crescita, e un aumento dell’occupazione. In nessun modo potrà avere come effetto un aumento degli investimenti e una riduzione della disoccupazione.
> Io sono per l’ultima spiegazione.
Chissa’ perche’ ma me lo aspettavo.
In generale:
Riguardo la produttivita’, non e’ affatto detto che un suo incremento porti ad un aumento dei salari (neppure di quelli dei lavoratori piu’ produttivi, potrebbe portare ad una riduzione dei prezzi, ma non ci scommetterei troppo).
Almeno non da noi con l’attuale sistema contrattuale (e salariale) cosi’ rigido. Anche negli Usa l’incremento di produttivita’ tra il 2000 e il 2004 e’ andato a beneficio (con livelli pari o superiori all’aumento di produttivita’) del 10 per cento dei lavoratori, per il 90 per cento benefici nulli o quasi. A breve porta piu’ benefici la riduzione della pressione fiscale sul lavoro. Lavorare sulla produttivita’ significa anche riforma del mercato del lavoro, riforma dell’istruzione, riforma delle teste, tutte riforme che richiedono tempo, molto tempo.
Interessane la discussione che si e’ creata nei commenti.
dottissima e bellissima discussione
tutte le idee sembrano buone
personalmente mi sento vicino al pensiero di Comicomix
di personale vorrei solo aggiungere che per far ripartire l’ economia bisogna far scomparire il clima spirituale estremamente depresso che coinvolge imprenditori e dipendenti
ciò è possibile non solo infondendo fiducia, ed in questo Berlusk è stato molto abile, ma operando concretamente nella direzione degli aumenti degli stipendi da compensare per le aziende con dimunuzioni di tassazione….ed assicurando alle imprese controlli contro la sleale concorrenza dei paesi terzi……
….mi rendo conto però che le chiacchiere sono belle, ma la realtà è complessa
@Liberty First
Negli ultimi anni, in seguito alle scelte fatte con il pacchetto Treu prima e con la cosiddetta Legge Biagi poi, l’occupazione è aumentata, anche molto. A prezzo di una stagnazione dei salri reali (dati ISTAT) E si è verificato un fenomento curioso: Un forte aumento dell’elasticità dell’occupazione rispettto al Prodotto, fenomeno ribattezzato “Occupazione senza crescita”. Che infatti ha portato ad una stagnazione della produttività. Chi postulava che questo avrebbe fatto ripartire gli investimenti fissi lordi è rimasto deluso. perchè anche questi, dati Istat alla mano, sono rimasti quasi fermi. E lo stesso è successo ai consumi. Si può anche insistere su questa strada, non è detto che il passato si ripeta. Ma il sospetto resta. L’Europa (e l’Italia) soffrono per una domanda “interna” bassa, perchè sono economie che basano il loro successo più sull’export. Quando però si perdono quote di mercato nel commercio mondiale (perchè arrivano paesi che fanno quello che fai tu a prezzi più bassi) come è successo soprattutto all’Italia, il meccanismo si inceppa, E le imprese smettono di investire, perchè a nessuno piace produrre per i propri magazzini. Agli artigiani operosi come Rita, come alle grandi imprese (le poche rimaste).
@Lkv:
L’aumento della produttività può portare ad un aumento dei salari o no, dipende dalla forza contrattuale delle parti. Di sicuro, come dicevo sopra, nel medio lungo termine nessuno aumenta la propria produttività se non vende a qualcuno le cose che produce. E, a meno di non aumentare le proprie quote di export (cosa che nei prossimi anni, se continuiamo a produrre beni che i cinesi sanno fare come noi – a volte meglio – a prezzi molto più bassi vedo abbastanza improbabile) l’unico sistema è quello di rilanciare la domanda interna. Quindi i consumi delle famiglie. In Italia ci sono circa 20 milioni di lavoratori dipendenti, se non ricordo male. Ognuno può trarre le conclusioni che vuole, direi. Se io imprenditore mi aspetto che la domanda dei miei beni cresca, sono certamente più invogliato ad investire.
Una possibile soluzione è quella che tu citi:la riduzione del prelievo fiscale. Sulle aliquote “medie” (costa un po’, ma bastava non togliere l’ICI non fare le scemenza della Robin Tax, e fare una vera politica di tagli alle spese correnti, anzichè agli investimenti pubblici per essere sostenibile). La riforma dlla contrattazione mi sembra sia ostacolata da molti.
“Lavorare sulla produttivita’ significa anche riforma del mercato del lavoro, riforma dell’istruzione, riforma delle teste, tutte riforme che richiedono tempo, molto tempo” Assolutamente d’accordo.
Grazie mille per il commento
@juppes
^_^ Grazie, discutere è sempre gradevole, partendo dal principio che nessuno ha la verità in tasca e che i dati sono dati e non opinioni. ^_^
La fiducia è importante perchè influenza le aspettative. ulla detassazione degli straordinari invece ho molte perplessità, ma non tanto per quanto rigurada la produttività quanto per il fatto che è una norma tendenzialmente a rischio di creare disoccupazione in fasce già deboli (giovani e donne). Grazie mille per il commento
@tutti: ^_^
Se non tira l’export, è perchè non si è competitivi. Se si aumetano i salari, la situazione peggiora.
Il problema teorico dietro l’idea che i consumi stimolino gli investimnti è che se uso un pullman per andare in gita, non posso usarlo per mandare i dipendenti al lavoro… o si consuma o si investe. In termini di risorse reali ciò è ovvio: si può investire solo ciò che si è risparmiato, cioè non consumato.
Il che vuol dire che la spiegazione per la carenza di investimenti va cercata altrove.
Riprendendo la terminologia di R. Garrison, bisogna distinguere l’effetto di domanda derivata dall’effetto di sconto del tempo. Se non uso beni capitali, e quindi i miei costi sono indipendenti dall’interesse, un aumento del consumo non può farmi che bene: infatti aumentano i ricavi (effetto di domanda derivata) senza che aumentino i costi (non c’è ruolo per l’interesse); ma se i miei costi sono derivati da una produzione capital-intensive, il maggiore costo del capitale ad alti tassi di interesse mi mangia eventuali effetti di domanda derivata. L’incremento dei costi dovuto al tasso di interesse, l’effetto di time discount, deriva dal fatto che un aumento del consumo riduce l’offerta di risparmi da investire (loanable funds). In pratia, è possibile nel breve termine stimolare il PIL aumentando i risparmi, ma nel lungo termine (si pensi al modello di Solow, con tutti i suoi limiti) è vero l’esatto contrario. Un aumento del consumo va sempre a danno della dotazione di capitale.
@Liberty first:
Non si è competitivi perchè si è scelto di restare legati a produzioni su cui subiamo la concorrenza dei paesi emergenti. Altri paesi, che hanno fatto scelte diverse (anche rispetto a investimenti e consumi) la subiscono meno.
O si consuma o si investe. Nell’istante T con zero, ovviamente è così. Ma se vediamo la cosa in termini dinamici, nessuno investe se non si aspetta un futuro aumento della domanda, quindi dei consumi. O pensiamo che gli imprenditori producano merci per lasciarle invendute? Quando la domanda tira, e gli imprenditori si aspettano che la cosa prosegua, prima saturano i loro impianti, poi cominciano a investire. Se pensano che un bene verrà acquistato e “consumato” sranno stimolati a produrlo e anche – per stimolare i consumi futui – a fare innovazioni di prodotto.
Il che vuol dire che possiamo cercare la spiegazione della carenza di investimenti dove vuoi, ma finiremo per arrivare alla coinclusione che è difficile pensare che essi siano una variabile del tutto indipendente rispetto alle aspettative imprenditoriali sulla domanda futura di consumi. Qunidi stimolare i consumi è una ricetta per far aumentare gli investimenti (mica dico che è l’unica, ma addirittura negare che sia così…^_^)
Sull’ultima parte. Qui siamo passati ad un’analisi “dinamica” Bene!
Il gioco di azioni-reazioni che proponi è plausibile. Ma (visto che mi pare di leggere che allora trovi possibile che l’aumento di domanda stimoli gli investimenti, anche se solo nel breve periodo) dovremmo vedere se gli effetti di lungo periodo che tu descrivi siano realmente ineluttabili. Nel lungo termine, infatti, spesso gli scenari possono cambiare e le conclusioni “meccaniche” possono essere modificate dall’innovazione, da altre politiche, da altre cause esogene, ecc…
Ciao!
^_^
(Cerco di farti avere in qualche modo il testo dello studio del Cer)
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