L’Europa non riesce a tenere il passo dell’economia americana. E l’Italia perde colpi, da oltre 10 anni. E’ la crisi della produttività, di cui molti parlano. L’Unione Europea a questo obiettivo ha destinato ingenti risorse di tutti i cittadini. Ma perché, nonostante gli sforzi, l’Europa e soprattutto l’Italia sono sempre meno competitive?
La crescita economica dipende essenzialmente dall’aumento di tre fattori: occupazione, stock di capitale e produttività. Mentre negli ultimi dieci anni l’occupazione è cresciuta in modo considerevole in Europa, la produttività ristagna. E in Italia il fenomeno è ancora più grave, con una costante riduzione rispetto alla media europea: nel 1997 eravamo in linea con essa, ora siamo quasi dieci punti sotto. Secondo un recente studio dell’Istat nel decennio 1995-2006 sono aumentate moltissimo le ore lavorate, ma è rimasto fermo il PIL. E sono cresciuti pochissimo anche i salari italiani: secondo una pubblicazione dell’OCSE (“Taxing wages”) essi sono inferiori a quelli degli altri paesi industrializzati del 15,9 per cento.
LA PRODUTTIVITA’ – La produttività dipende da due cose: dalla produttività totale dei fattori e
dall’intensità di capitale. La prima dipende dalla tecnologia e dall’efficienza del sistema economico in senso lato (qualità del capitale fisico, miglioramento delle competenze, progressi tecnologici, nuove forme di organizzazione, investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione). La seconda, l’intensità di capitale, la quantità di capitale impiegato per lavoratore, dipende soprattutto dagli investimenti delle imprese e del settore pubblico: se è alta, anche la capacità produttiva dei lavoratori è alta. Secondo uno studio del CER (Centro Europa Ricerche) sui risultati economici dell’Europa e dell’Italia, il vistoso rallentamento dell’intensità di capitale nell’ultimo decennio è stata una delle principali cause della riduzione della produttività del lavoro e della posizione competitiva dell’Italia nello stesso periodo. Perché gli investimenti possono aumentare la capacità produttiva (raddoppio dei macchinari esistenti) o possono migliorare l’efficienza del capitale (acquisto di un macchinario con migliore tecnologia). Il primo tipo di investimenti crea più posti di lavoro, mentre il secondo aumenta la produttività. La cosa giusta sarebbe fare entrambe le cose. Invece in Europa e in Italia, a differenza di quanto avvenuto negli USA, si sono ridotti sia il tasso di accumulazione del capitale, cioè la dinamica degli investimenti, sia l’intensità di capitale.
LE DETERMINANTI DEGLI INVESTIMENTI – Il rallentamento della produttività in Italia e in Europa rispetto agli USA dipende, dati alla mano, soprattutto da un rallentamento dell’Intensità di capitale. Quindi, è lì che si deve agire, puntando soprattutto su una ripresa degli investimenti delle imprese. Essi sono influenzati dai costi di investimento (tassi di interesse reali e tasso di ammortamento del capitale in primis) e dalla domanda aggregata (cioè da PIL, consumi ed esportazioni), come approssimazione della domanda futura. E quindi, per quanto sembri un paradosso, risentono posi
tivamente di un aumento dei salari reali. Sì, i salari reali più alti stimolano la funzione di investimento: perché ci sono più soldi da spendere per i consumi, e perché le retribuzioni più elevate stimolano le imprese a sostituire il lavoro con il capitale. Infatti, negli USA a partire dagli anni ’90 si è riscontrata una crescita dei salari reali, soprattutto quelli dei lavoratori altamente qualificati, mentre in Europa e in Italia essi sono rimasti sostanzialmente stazionari. E negli USA, guarda caso, nello stesso periodo è notevolmente aumentata anche l’intensità di capitale e la produttività. Attenzione: l’analisi dei dati mostra che è stata una maggiore remunerazione del lavoro (soprattutto quello qualificato) a stimolare negli USA prima l’aumento dell’intensità di capitale e poi quello della produttività. Non il contrario, come si sente dire nel dibattito italiano.
SCELTE SBAGLIATE - Perché c’è un altro paradosso a cui si è accennato: in Europa e in Italia
nonostante un aumento dei margini di profitto, non è seguito da parte delle imprese un comportamento volto ad estendere la loro capacità produttiva mediante un aumento degli investimenti. Colpa degli alti tassi di interesse che disincentivano l’investimento o deviano i capitali in più profittevoli attività finanziarie? No. Analizzando i dati, l’effetto principale è l’andamento deludente dei consumi delle famiglie. Non c’è domanda, le imprese non investono. E il cerchio si chiude. In Europa e in Italia si è scelta una politica di moderazione salariale e di aumento della quota dei profitti nella distribuzione del reddito nazionale. Questo ha favorito un aumento dell’occupazione, ma ha provocato un rallentamento della produttività. Cioè, grazie alla flessibilizzazione (o precarietà?) del mercato del lavoro le imprese hanno assunto persone con produttività inferiore alla media, perché di bassa qualifica o comunque impiegate in lavori di basso contenuto
professionale. In pratica, gli USA hanno risposto alla sfida della globalizzazione alzando l’asticella della loro economia, puntando su un rilancio della domanda interna, anche grazie all’aumento dei salari, stimolando così le imprese ad investire e quindi ad aumentare la produttività. Noi, invece, abbiamo puntato tutto sulle esportazioni anziché sul mercato interno: ci siamo messi a rincorre sul loro stesso terreno (bassi salari e bassa domanda) i paesi emergenti. Ma noi non siamo un paese emergente. E mentre il resto del mondo (e anche d’Europa) si ristrutturava, il nostro sistema industriale ha continuato a puntare sui settori base e di consumo finale, con carenze strutturali nella produzione di grandi beni strumentali, dell’impiantistica, della progettazione e della ricerca. Inoltre, con l’ampliarsi delle politiche monetariste restrittive di stampo neoliberista, si è radicata l’idea che il lavoro sia un costo da limitare e non una risorsa da incentivare in modo da assorbire a profitto tutti gli incrementi di produttività: una follia. Per rilanciare il dinamismo economico occorre proseguire con le riforme strutturali volte ad aumentare la produttività totale, ma vanno anche adottate misure di aumento del potere di acquisto delle famiglie che creano opportunità di investimento per le aziende. Le scelte di politica economica in Italia non sembrano andare purtroppo in questa direzione. Ma miglioramenti sostenibili del tenore di vita necessitano di un’elevata produttività. Altrimenti si muore.
Ha collaborato Mirella Castrichini






















Questo articolo è stato segnalato su ZicZac.it….
L’Europa non riesce a tenere il passo dell’economia americana. E l’Italia perde colpi, da oltre 10 anni. E’ la crisi della produttività, di cui molti parlano….
Produttività in calo: la soluzione parte da stipendi e investimenti…
L’Europa non riesce a tenere il passo dell’economia americana. E l’Italia perde colpi, da oltre 10 anni. E’ la crisi della produttività, di cui molti parlano….
Non mi sembra una cattiva idea: si dice che i salari non devono aumentare per non far salire l’inflazione, ma l’inflazione c’è già e corre! Aumentando gradualmente i salari e riportandoli a livelli accettabili, ripartirebbero i consumi. Oggi i negozi chiudono, nella mia piccola città 3 grossi negozi storici solo questa settimana. E due fabbriche (le uniche due di medie-grandi dimensioni, non faccio nomi ma sono due marchi conosciuti a livello internazionale) in autunno ricorreranno alla CIG.
Perchè’ Perchè non vendono, i consumi sono fermi. Con altri 1000 cassaintegrati, su una popolazione attiva di 20000 persone, i consumi crolleranno ancora, altri negozi chiuderanno, etc. Mi sa che Tramonti deve affrettarsi con le sue tessere per il pane, ce ne vorranno parecchie.
Scusa Carlo ma ci sono parecchi punti che non mi tornano:
1. Parli di Europa in aggregato, ma la situazione dell’Italia non è quella della Spagna o dell’Irlanda o del Regno Unito. Lì si direbbe che la riduzione dell’intensità di capitale non abbia avuto un grosso impatto, probabilmente perché c’è stato il punto 2
2. Terziarizzazione dell’economia. L’analisi sull’intensità mi fa molto anni ‘60, quando si pensava che l’economia coincideva con la fabbrica. Londra è la città col PIL/pro capite più alto al mondo ma nella city non vedo molto investimenti in capitale fisico, al massimo investimenti in capitale umano che mi portano al punto 3
3. Qualità del capitale umano. Il sistema educativo italiano è strutturalmente carente, soprattutto al Sud; inoltre il sistema istituzionale tende a creare lavori in settori che hanno la propria ragion d’essere nell’ordinamento. Mi spiego meglio: quanti ragazzi intelligenti finiscono a studiare giurisprudenza con la speranza di diventare notai, solo perché in Italia questa figura è garantita dall’ordinamento? Quanti potrebbero studiare piu’ “produttivamente” biotecnologie? Vabbé che anche se studiassero biotecnologie se ne andrebbero all’estero, e qui veniamo al 4.
4. Difficoltà di innovare. Nei settori all’avanguardia le rivoluzioni le fanno le start-up. Microsoft, Google, ma anche le società delle bio e delle ecotecnologie. In Italia tra difficoltà regolamentari, scarsa concorrenzialità del mercato del credito, mettici pure le difficoltà culturali, questo non succede. E per gli aiuti alle imprese si preferisce creare un po’ di commissioni per magnare soldi piuttosto che individuare due settori a caso e dare fondi alle società che ci lavorano. Chiudo con una nota sulla precarietà:
5. In Italia il licenziamento (in aziende sopra i 15 dipendenti) – vedi Ichino – è difficile, quindi i salari incorporano questo valore di “assicurazione” e sono più bassi. Se nel valutare le differenze salariali tra europa e usa, per esempio, si tiene conto di ferie e “stabilità”, il risultato potrebbe non essere così scontato.
Saluti
@Lorenzo:
La tesi è infatti più o meno questa. La stasi dei consumi è il principale motivo della stagnazione degli investimenti, e la stasi degli investimenti provoca la crisi della produttività.
Grazie
@Calvin:
Grazie per le stimolanti osservazioni. nel merito.
1. ovvio che la situazione è diversa da pese a paese. Il riferimento è alle medie. Nei casi che citi (L’irlanda e la Spagna, infatti, la dinamica degli investimenti è stata molto forte. E l’Irlanda, infatti, ha ora un livello di produttività pari a quella degli Usa e uno dei più altri d’europa.
2. L’intensità di capitale si applica a tutti i settori produttivi, terziario incluso. Ovviamente sulla produttività influisce anche e soprattutto il terziario (che rappresenta complssivamente i due terzi del PIl nazionale. Ma c’è il terziario che vive su rendite di posizione più o meno “produttive” nel lungo periodo e quello che punta su ricerca e innovazione. E investe, anche in mezzi materiali. Aumentando l’intensità del capitale. Poi noi abbiamo uno specifico problema nel manifatturiero, e quello si deve ANCHE alla ridotta dimensione d’impresa, che anche questa porta ad un basso livello di capitale per addetto. E poi c’è quello di specializzazione produttiva, naturalmente.
3.Il capitale umano in italia ha livelli inferiori alla media europea. Al sud molto peggio che al nord? Non direi, caso mai è vero il contrario, in termini quantitativi. Anche qui, ovviamente, il problema è nei livelli formativi (i test PISA non ci fanno fare bella figura) e nelle Lauree che si scelgono. n ogni caso, il nostro numero di laureati è più bassod ella media ma – paradossalmente – la domanda di laureati (anche da parte delle imprese del nord) non è che sia così enorme. E si torna al punto 2.
4. Sono totalmente d’accordo, ne ho anche scritto mi sembra. Comunque, niente da aggiungere.
5. E’ giusto. Resta il fatto che il livello del salario che va in tasca al lavoratore, soprattutto negli skills più qualificati – in Italia (e in Europa, sempre in media, ovvio!) è più basso che in USA. E i consumi ne risentono. E si torna ai punti precedenti.
Grazie di cuore per il bellissimo commento.
qtutti: Un sorriso produttivo!!
Ma hai mai provato ad investire in Italia ?????
Io si e se torno indietro mi guarderei bene dal farlo ora ti spiego il perchè :
1) Faccio una piccola premessa ho una piccola ditta artigiana 7 dipendenti, nessuno a contratto nazionale (se ne sarebbero già andati), abito in casa dei suoceri ristrutturata, ho due figlie , e sia io che mio marito lavoriamo in azienda (io che lavoro poco dalle 8 alle 19.00), non ho ville alle canarie ed ho 41 anni……
2)Come ditta abbiamo sempre cercato di investire sia come personale prendendo numerose delusioni(tantissimi ragazzi non hanno voglia di lavorare ne di imparare, ma vogliono monetizzare, senza fare apprendistato, e valendosi delle malattie che cadono misteriosamente di lunedi o venerdi, io pago degli operai che sanno lavorare anche 2000€ )che come tecnologia (siamo la 1* ditta in Italia che ha fatto macchine particolari per lavorazioni nel vetro) per fare ciò abbiamo sempre fatto fiere (Milano e Germania) mettendoci tanto di ns. (partire la sera in macchina per risparmiare sull’albergo, mangiare panini per non gravare, rientrare lunedi alle 2 e alle 8 essere al lavoro), misteriosamente per tutte le domande di contibuto che abbiamo fatto i soldi finivano poco prima di noi (ditte grosse che poi spariscono).
3)Per fare ciò abbiamo SEMPRE dovuto fare dei mutui (l’ultimo per darci 173.000,00 euro abbiamo dovuto dare in garanzia il capannone valore 400.000,00), con tutto ciò che consegue (per ora abbiamo già pagato 17.000 euro di interessi)
4)Per ogni investimento che fai devi comunque fare utile anche se ciò non è subito possibile (per complessità del macchinario, per mancanza di personale qualificato, per mancanza di mercato o quant’altro), negli studi di settore ad ogni macchinario equivale un incasso che si deve avere.
5) Le tasse ormai le paghi anticipate al 99% non sull’utile incassato ma sul fatturato (sai quant’è difficile incassare in Italia con ditte che falliscono o spariscono ?)ed è inutile andare dall’avvocato non risolvi…..
6)Per fare una qualsiasi cosa ci vuole l’approvazione di 2/3 uffici che ci mettono dei templi biblici a risponderti e si fanno pure pagare con vari balzelli……….
7)Ricevi puntualmente le visite di guardia di finanza, inps, inail ecc.ecc. anche se dicono che non ci sono controlli, solo che di solito ti fanno dannare per mancanza di carte NON per sicurezza operai o evasione………..
8)Avendo delle gru e dei carri ponte sono anni che richiedo una visita all’ASL di competenza e mi rispondono che non hanno personale per farmi la verifica strutturale e di rivolgermi al privato (strano il tempo per fare la visita per vedere se ho fatto la verifica tramite i privati, cioè leggere carte, c’è l’hanno avuto ogni anno………….
Ora dimmi tu perchè devo investire, tra l’altro ogni volta che mi giro sento dire che gli artigiani sono notoriamente evasori, che vivono quasi di rendita, quasi quasi sono io che rovino l’Italia……………., ma da un po di tempo ho iniziato a fare raffronti e non mi piacciono per niente,di mia figlia 5* elementare non ho mai visto una recita, ero sempre a lavorare a tutti i miei parenti e/o amici che sono dipendenti questo non succede, come mai ????
Porca trota mi dimenticavo di dire che non è possibile che in una ditta di 9 persone (7 dipendenti + 2 soci) ci vogliano 2 persone in ufficio per seguire tutte le scartofie (sono pesi morti, NON producono) + avvocato, commercialista, tenuta paghe, medico controllo sanitario (e non mi riferisco alla visita dei dipendenti che è sacrosanta), periti vari ed eventuali.
Sono tutti pesi che gravano sulla produzione senza un reale beneficio, e tralascio le leggi italiane che sono di libera interpretazione, infatti cambiando gli uffici in cui chiedi ti danno differenti spiegazioni (nessuna chiara), e cambiano così spesso che non riesci ad adeguarti (per fare un esempio dobbiamo allungare il capannone, fatto su terreno comprato dal comune un decennio fa con opere primarie già fatte, ci hanno chiesto la perizia geologica ????).
grazie per le risposte, ma su alcuni punti non ci siamo:
2. Ovviamente, ma non a caso esistono settori capital intensive e labour intensive, e i settori del terziario sono tipicamente non capital intensive, o meglio sono human capital intensive – ma per la gran parte degli investimenti in capitale umano in Italia li fa lo Stato (praticamente fino all’ingresso nel mondo del lavoro!).
3. Non so che dati tu abbia in mente, ma sono completamente sbagliati! I dati PISA 2006 sono i seguenti. Questi i punteggi medi di performance nelle materie scientifiche:
Italy (Provincia Autonoma of Bolzano) 526
Italy (Provincia Campania) 442
Italy (Provincia Basilicata) 451
Italy (Provincia Emilia Romagna) 510
Italy (Provincia Friuli Venezia Giulia) 534
Italy (Provincia Sicilia) 433
Italy (Provincia Liguria) 488
Italy (Provincia Lombardia) 499
Italy (Provincia Piemonte) 508
Italy (Provincia Trento) 521
Italy (Provincia Sardegna) 449
Italy (Provincia Puglia) 447
Italy (Provincia Veneto) 524
Questi i punteggi medi di performance in lettura:
Italy (Provincia Autonoma of Bolzano) 502
Italy (Provincia Campania) 438
Italy (Provincia Basilicata) 446
Italy (Provincia Emilia Romagna) 496
Italy (Provincia Friuli Venezia Giulia) 519
Italy (Provincia Sicilia) 424
Italy (Provincia Liguria) 483
Italy (Provincia Lombardia) 491
Italy (Provincia Piemonte) 506
Italy (Provincia Trento) 508
Italy (Provincia Sardegna) 435
Italy (Provincia Puglia) 440
Italy (Provincia Veneto) 511
Mi pare che si commentino da soli!
4. Assolutamente d’accordo, ma è anche vero che in Italia si fa ancora carriera per anzianità più che per meriti; altro rimasuglio culturale che è quasi impossibile da rimuovere.
Quoto calvin per intero, ed è molto interessante il commento di Rita: del resto si sa che la cosa migliore da fare in Italia è non fare niente, gli incentivi sono al parassitismo. Per il resto sono molto dubbioso.
“Attenzione: l’analisi dei dati mostra che è stata una maggiore remunerazione del lavoro (soprattutto quello qualificato) a stimolare negli USA prima l’aumento dell’intensità di capitale e poi quello della produttività. Non il contrario, come si sente dire nel dibattito italiano.”
Vorrei vedere i dati a cui ci si riferisce. E personalmente non userei la macroeconomia americana come termine di paragone positivo: non c’è nulla di più folle e suicida al mondo, nonostante le ottime caratteristiche microeconomiche dell’economia USA.
Qui abbiamo un problema teorico: nel sistema neoclassico di equilibrio, la produzione è consumata o investita. Non è possibile, salvo ovviamente un’eventuale crescita dovuta a shock tecnologici, che entrambe le cose aumentino assieme. Quando ciò accade, ci troviamo di fronte ad un fenomeno non spiegabile con una teoria dell’equilibrio: e quindi o si adotta una prospettiva keynesiana, o si adotta una prospettiva austriaca. Ma la prima è teoricamente debole…
“nonostante un aumento dei margini di profitto, non è seguito da parte delle imprese un comportamento volto ad estendere la loro capacità produttiva mediante un aumento degli investimenti. Colpa degli alti tassi di interesse che disincentivano l’investimento o deviano i capitali in più profittevoli attività finanziarie? No. Analizzando i dati, l’effetto principale è l’andamento deludente dei consumi delle famiglie”
Idem come sopra: vorrei vedere i dati anche qui. Che io sappia, l’anno scorso c’era stato un picco dei profitti, la cui scomposizione però mostrava che le attività finanziarie erano responsabili di gran parte di questi, mentre le attività economiche reali languivano, in quanto i margini rimanevano costanti. Non so se è questo il caso.
D’altra parte, un calo dei consumi libererebbe risorse, il cui mancato impiego ridurrebbe il loro valore, aumentando i margini di profitto ulteriormente: se non ci sono problemi seri di malinvestment o collasso del sistema creditizio, quindi, non bisogna preoccuparsi che il tasso di rendimento non è abbastanza alto: la mera esistenza di risorse non impiegate lo fa alzare: i margini di profitto non sono un fenomeno esogeno come nella teoria keynesiana, ma un fenomeno endogeno al sistema dei prezzi.
“Inoltre, con l’ampliarsi delle politiche monetariste restrittive di stampo neoliberista”
Ma dai… in base a quali dati? Perchè in questo caso li ho… da quando è nato l’euro, gli aggregati monetari sono cresciuti a ritmi esorbitanti, e solo negli ultimi tempi M1 ha cominciato a crescere di meno per via dei problemi delle banche dopo la crisi subprime. M2 e M3 in compenso sono schizzati, in concomitanza con un maggior impiego delle linee di credito con le banche da parte delle imprese.
Insomma, se veramente l’analisi dei dati di cui parli, ma non citi, mostrasse quanto affermi, ne sarei molto stupito.
Prima che Gregorj mi riprenda, rimetto i piedi per terra:
I problemi europei sono molti, anche se non c’è molta omogeneità tra i vari paesi. Un problema comune a tutti sono troppe regole, troppe tasse, troppa spesa pubblica, troppe rigidità sul mercato del lavoro. E per anni anche troppa moneta (si pensi al boom dell’immobiliare, che sta ora crollando in Irlanda e Spagna, e credo anche altrove).
Una politica dei redditi come volano della ripresa è una politica economica controproducente. Aumentare i consumi non risolverà i problemi italiani, ridurrà solo le prospettive di crescita, comprimendo gli investimenti ulteriormente. Bisogna stimolare il lavoro e l’imprenditorialità semplificando le regole e riducendo le tasse e la spesa pubblica.
@Rita:
Ciao! So quanto è difficile investire in Italia (infatti, da noi si investe meno che altrove) Il punto è che se non s’investe non si sta sul mercato. E che è meglio farlo anticipando il mercato, anzichè inseguire la concorrenza. Lo dovrebbe fare la grande impresa e lo fa (ovviamente, nel suo piccolo) anche l’artigiano. Tra diecimila difficoltà. So benissimo, credimi (mi occupo professionalemente anche di queste cose, giro il mio territorio e parlo quotidinamente con imprenditori, artigiani e loro rappresentanze…^_^) quanto è dura per voi.
Quello che voglio dire è che in Italia (e in Europa) si sono fatte scelte di politica economica che hanno contemporaneamente sfavorito la dinamica dei consumi e, per questa via, anche quella degli investimenti. In termini macro ma anche, per diverse delle cose che hai così bene segnalato, in termini micro (legislazione farragionosa, burocrazia assurda, ecc…) Non c’è nessun giudizio negativo sulle imprese. ma su scelte di politica economica che negli ultimi 15 anni, a parte rare eccezioni, sono state sempre penalizzanti per il lavoro e hanno favorito le rendite (che s’annidano un po’ dovunque…) Grazie per i tuoi commenti.
@Calvin
2. naturalmente esistono settori Capital Intensive e settori labour intensive. Ma sono anche nel terziario. Non si spiega, altrimenti, perchè un economia molto terziarizzata come gli Usa abbia un’intensità di capitale per addetto molto più elevata dell’Italia.
3. Qui c’è un misunderstanding. Colpa mia, parlavo di dati “quantitativi” intendendo la percentuale di diplomati e laureati sul totale della popolazione, che è più bassa al nord che al sud. Dato che, come ha detto una persona che conosco, molto autorevole, di per se significa semplicemente che al sud ci si parcheggia nella scuola anzichè andare al lavoro. Ma significa anche (dal mio molto più modesto punto di vista) che la struttura produttiva (manifatturiera e terziaria) in Italia non vuole manodopera qualificata o meglio, “istruita” ma altre tipologie professionali. E torniamo al modello di specializzazione “sbagliato” per i tempi di oggi, che nessuno sembra avere voglia di provare a modificare.
4. Totalmente d’accordo, altro guaio enorme della realtà italiana. Aggiungiamoci che non si incentivano i talenti, ma viviamo in una società bloccata, con il figlio di mdico che fa il medico ecc.., e il quadro è completo.
Ciao!!
@tutti:
Grazie!
@LibertyFirst:
I dati di cui parlo (e cito, è una rapporto del CER) sono contenuti qui dentro:
http://www.centroeuroparicerche.it/reports.asp?pg=doc&Did=381
Non so se siano liberamente scaricabili, però..
Nel merito.
1. La teoria neoclassica non è tra le mie preferite. E certo non ha ispirato nè l’articolo nè il rapporto CER che ti ho citato, che ne parla, in vari passaggi, in modo sarcastico. Naturalmente, come tutte le teorie, ha sostenitori e detrattori.
2.Che la redistribuzione della torta negli ultimi anni sia andata a sfavore dei redditi da lavoro dipendente non mi sembra un’affermazione rivoluzionaria. E’ un dato. Che questo provochi inevitabilmente un ristagno dei consumi penso sia abbastanza facile da condividere. Che una dinamica di domanda debole non stimoli gli investimenti mi sembra altrettanto comprensibile.
Sul fatto che la modalità tecnologica scelta (Capital intensive o labour intensive) sia influenzata dal costo relativo dei fattori produttivi non mi sembra, ugualmente, che ci sia molto da dimostare. Senza cercare dati raffinatissimi. Perchè (forse non è chiaro) la sostanza della tesi qui esposta è tutta qui.
3. Sul fatto che il lavoro sia spesso considerato ormai un costo, un problema, e non una risorsa…Bè, è un’opinione che può non essere condivisa, lo capisco. La frase che citi è un po’ provocatoria, e magari mi ha preso la mano. Prendo atto.
4. Sull’ultima frase, invece, dissento (ovviamnete) sulla prima parte. Un rilancio dei consumi è necessario. Sulla seconda parte sono d’accordo, ma scusami non riesco a vedere la contraddizione tra una politca che rilancia i consumi e una che semplifica la vita alle imprese deregolamentando dove serve.
Grazie.
^_^
No, il rapporto CER non si può scaricare.
Neanche la vedo neoclassica.
Però la logica dietro il fatto che un aumento dei consumi fa calare gli investimenti c’è, e non va dimenticata. Ci sono due teorie che asseriscono il contrario: la teoria dei pasti gratis di Keynes, secondo cui la domanda genera un circolo virtuoso in cui tutto di colpo comincia a crescere; e la teoria del malinvestment austriaca, secondo cui in alcune occasioni si può avere un aumento non sostenibile di consumi e investimenti, che nel medio termine è destinato a rivelarsi illusorio.
Io sono per l’ultima spiegazione.
Tutto sommato, i salari italiani sono troppo alti, come del resto è chiaro considerando la disoccupazione, soprattutto al sud. Un ulteriore aumento di questi avrebbe come effetto una riduzione dei margini di guadagno dei produttori, la fuga dei capitali, un ulteriore rallentamento della crescita, e un aumento dell’occupazione. In nessun modo potrà avere come effetto un aumento degli investimenti e una riduzione della disoccupazione.
> Io sono per l’ultima spiegazione.
Chissa’ perche’ ma me lo aspettavo.
In generale:
Riguardo la produttivita’, non e’ affatto detto che un suo incremento porti ad un aumento dei salari (neppure di quelli dei lavoratori piu’ produttivi, potrebbe portare ad una riduzione dei prezzi, ma non ci scommetterei troppo).
Almeno non da noi con l’attuale sistema contrattuale (e salariale) cosi’ rigido. Anche negli Usa l’incremento di produttivita’ tra il 2000 e il 2004 e’ andato a beneficio (con livelli pari o superiori all’aumento di produttivita’) del 10 per cento dei lavoratori, per il 90 per cento benefici nulli o quasi. A breve porta piu’ benefici la riduzione della pressione fiscale sul lavoro. Lavorare sulla produttivita’ significa anche riforma del mercato del lavoro, riforma dell’istruzione, riforma delle teste, tutte riforme che richiedono tempo, molto tempo.
Interessane la discussione che si e’ creata nei commenti.
dottissima e bellissima discussione
tutte le idee sembrano buone
personalmente mi sento vicino al pensiero di Comicomix
di personale vorrei solo aggiungere che per far ripartire l’ economia bisogna far scomparire il clima spirituale estremamente depresso che coinvolge imprenditori e dipendenti
ciò è possibile non solo infondendo fiducia, ed in questo Berlusk è stato molto abile, ma operando concretamente nella direzione degli aumenti degli stipendi da compensare per le aziende con dimunuzioni di tassazione….ed assicurando alle imprese controlli contro la sleale concorrenza dei paesi terzi……
….mi rendo conto però che le chiacchiere sono belle, ma la realtà è complessa
@Liberty First
Negli ultimi anni, in seguito alle scelte fatte con il pacchetto Treu prima e con la cosiddetta Legge Biagi poi, l’occupazione è aumentata, anche molto. A prezzo di una stagnazione dei salri reali (dati ISTAT) E si è verificato un fenomento curioso: Un forte aumento dell’elasticità dell’occupazione rispettto al Prodotto, fenomeno ribattezzato “Occupazione senza crescita”. Che infatti ha portato ad una stagnazione della produttività. Chi postulava che questo avrebbe fatto ripartire gli investimenti fissi lordi è rimasto deluso. perchè anche questi, dati Istat alla mano, sono rimasti quasi fermi. E lo stesso è successo ai consumi. Si può anche insistere su questa strada, non è detto che il passato si ripeta. Ma il sospetto resta. L’Europa (e l’Italia) soffrono per una domanda “interna” bassa, perchè sono economie che basano il loro successo più sull’export. Quando però si perdono quote di mercato nel commercio mondiale (perchè arrivano paesi che fanno quello che fai tu a prezzi più bassi) come è successo soprattutto all’Italia, il meccanismo si inceppa, E le imprese smettono di investire, perchè a nessuno piace produrre per i propri magazzini. Agli artigiani operosi come Rita, come alle grandi imprese (le poche rimaste).
@Lkv:
L’aumento della produttività può portare ad un aumento dei salari o no, dipende dalla forza contrattuale delle parti. Di sicuro, come dicevo sopra, nel medio lungo termine nessuno aumenta la propria produttività se non vende a qualcuno le cose che produce. E, a meno di non aumentare le proprie quote di export (cosa che nei prossimi anni, se continuiamo a produrre beni che i cinesi sanno fare come noi – a volte meglio – a prezzi molto più bassi vedo abbastanza improbabile) l’unico sistema è quello di rilanciare la domanda interna. Quindi i consumi delle famiglie. In Italia ci sono circa 20 milioni di lavoratori dipendenti, se non ricordo male. Ognuno può trarre le conclusioni che vuole, direi. Se io imprenditore mi aspetto che la domanda dei miei beni cresca, sono certamente più invogliato ad investire.
Una possibile soluzione è quella che tu citi:la riduzione del prelievo fiscale. Sulle aliquote “medie” (costa un po’, ma bastava non togliere l’ICI non fare le scemenza della Robin Tax, e fare una vera politica di tagli alle spese correnti, anzichè agli investimenti pubblici per essere sostenibile). La riforma dlla contrattazione mi sembra sia ostacolata da molti.
“Lavorare sulla produttivita’ significa anche riforma del mercato del lavoro, riforma dell’istruzione, riforma delle teste, tutte riforme che richiedono tempo, molto tempo” Assolutamente d’accordo.
Grazie mille per il commento
@juppes
^_^ Grazie, discutere è sempre gradevole, partendo dal principio che nessuno ha la verità in tasca e che i dati sono dati e non opinioni. ^_^
La fiducia è importante perchè influenza le aspettative. ulla detassazione degli straordinari invece ho molte perplessità, ma non tanto per quanto rigurada la produttività quanto per il fatto che è una norma tendenzialmente a rischio di creare disoccupazione in fasce già deboli (giovani e donne). Grazie mille per il commento
@tutti: ^_^
Se non tira l’export, è perchè non si è competitivi. Se si aumetano i salari, la situazione peggiora.
Il problema teorico dietro l’idea che i consumi stimolino gli investimnti è che se uso un pullman per andare in gita, non posso usarlo per mandare i dipendenti al lavoro… o si consuma o si investe. In termini di risorse reali ciò è ovvio: si può investire solo ciò che si è risparmiato, cioè non consumato.
Il che vuol dire che la spiegazione per la carenza di investimenti va cercata altrove.
Riprendendo la terminologia di R. Garrison, bisogna distinguere l’effetto di domanda derivata dall’effetto di sconto del tempo. Se non uso beni capitali, e quindi i miei costi sono indipendenti dall’interesse, un aumento del consumo non può farmi che bene: infatti aumentano i ricavi (effetto di domanda derivata) senza che aumentino i costi (non c’è ruolo per l’interesse); ma se i miei costi sono derivati da una produzione capital-intensive, il maggiore costo del capitale ad alti tassi di interesse mi mangia eventuali effetti di domanda derivata. L’incremento dei costi dovuto al tasso di interesse, l’effetto di time discount, deriva dal fatto che un aumento del consumo riduce l’offerta di risparmi da investire (loanable funds). In pratia, è possibile nel breve termine stimolare il PIL aumentando i risparmi, ma nel lungo termine (si pensi al modello di Solow, con tutti i suoi limiti) è vero l’esatto contrario. Un aumento del consumo va sempre a danno della dotazione di capitale.
@Liberty first:
Non si è competitivi perchè si è scelto di restare legati a produzioni su cui subiamo la concorrenza dei paesi emergenti. Altri paesi, che hanno fatto scelte diverse (anche rispetto a investimenti e consumi) la subiscono meno.
O si consuma o si investe. Nell’istante T con zero, ovviamente è così. Ma se vediamo la cosa in termini dinamici, nessuno investe se non si aspetta un futuro aumento della domanda, quindi dei consumi. O pensiamo che gli imprenditori producano merci per lasciarle invendute? Quando la domanda tira, e gli imprenditori si aspettano che la cosa prosegua, prima saturano i loro impianti, poi cominciano a investire. Se pensano che un bene verrà acquistato e “consumato” sranno stimolati a produrlo e anche – per stimolare i consumi futui – a fare innovazioni di prodotto.
Il che vuol dire che possiamo cercare la spiegazione della carenza di investimenti dove vuoi, ma finiremo per arrivare alla coinclusione che è difficile pensare che essi siano una variabile del tutto indipendente rispetto alle aspettative imprenditoriali sulla domanda futura di consumi. Qunidi stimolare i consumi è una ricetta per far aumentare gli investimenti (mica dico che è l’unica, ma addirittura negare che sia così…^_^)
Sull’ultima parte. Qui siamo passati ad un’analisi “dinamica” Bene!
Il gioco di azioni-reazioni che proponi è plausibile. Ma (visto che mi pare di leggere che allora trovi possibile che l’aumento di domanda stimoli gli investimenti, anche se solo nel breve periodo) dovremmo vedere se gli effetti di lungo periodo che tu descrivi siano realmente ineluttabili. Nel lungo termine, infatti, spesso gli scenari possono cambiare e le conclusioni “meccaniche” possono essere modificate dall’innovazione, da altre politiche, da altre cause esogene, ecc…
Ciao!
^_^
(Cerco di farti avere in qualche modo il testo dello studio del Cer)
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