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di Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 11 luglio 2008 alle 10:42 dallo stesso autore - torna alla home

L’Europa non riesce a tenere il passo dell’economia americana. E l’Italia perde colpi, da oltre 10 anni. E’ la crisi della produttività, di cui molti parlano. L’Unione Europea a questo obiettivo ha destinato ingenti risorse di tutti i cittadini. Ma perché, nonostante gli sforzi, l’Europa e soprattutto l’Italia sono sempre meno competitive?

La crescita economica dipende essenzialmente dall’aumento di tre fattori: occupazione, stock di capitale e produttività. Mentre negli ultimi dieci anni l’occupazione è cresciuta in modo considerevole in Europa, la produttività ristagna. E in Italia il fenomeno è ancora più grave, con una costante riduzione rispetto alla media europea: nel 1997 eravamo in linea con essa, ora siamo quasi dieci punti sotto. Secondo un recente studio dell’Istat nel decennio 1995-2006 sono aumentate moltissimo le ore lavorate, ma è rimasto fermo il PIL. E sono cresciuti pochissimo anche i salari italiani: secondo una pubblicazione dell’OCSE (“Taxing wages”) essi sono inferiori a quelli degli altri paesi industrializzati del 15,9 per cento.

LA PRODUTTIVITA’ – La produttività dipende da due cose: dalla produttività totale dei fattori eProduttività dall’intensità di capitale. La prima dipende dalla tecnologia e dall’efficienza del sistema economico in senso lato (qualità del capitale fisico, miglioramento delle competenze, progressi tecnologici, nuove forme di organizzazione, investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione). La seconda, l’intensità di capitale, la quantità di capitale impiegato per lavoratore, dipende soprattutto dagli investimenti delle imprese e del settore pubblico: se è alta, anche la capacità produttiva dei lavoratori è alta. Secondo uno studio del CER (Centro Europa Ricerche) sui risultati economici dell’Europa e dell’Italia, il vistoso rallentamento dell’intensità di capitale nell’ultimo decennio è stata una delle principali cause della riduzione della produttività del lavoro e della posizione competitiva dell’Italia nello stesso periodo. Perché gli investimenti possono aumentare la capacità produttiva (raddoppio dei macchinari esistenti) o possono migliorare l’efficienza del capitale (acquisto di un macchinario con migliore tecnologia). Il primo tipo di investimenti crea più posti di lavoro, mentre il secondo aumenta la produttività. La cosa giusta sarebbe fare entrambe le cose. Invece in Europa e in Italia, a differenza di quanto avvenuto negli USA, si sono ridotti sia il tasso di accumulazione del capitale, cioè la dinamica degli investimenti, sia l’intensità di capitale.

LE DETERMINANTI DEGLI INVESTIMENTI – Il rallentamento della produttività in Italia e in Europa rispetto agli USA dipende, dati alla mano, soprattutto da un rallentamento dell’Intensità di capitale. Quindi, è lì che si deve agire, puntando soprattutto su una ripresa degli investimenti delle imprese. Essi sono influenzati dai costi di investimento (tassi di interesse reali e tasso di ammortamento del capitale in primis) e dalla domanda aggregata (cioè da PIL, consumi ed esportazioni), come approssimazione della domanda futura. E quindi, per quanto sembri un paradosso, risentono posiInvestimentitivamente di un aumento dei salari reali. Sì, i salari reali più alti stimolano la funzione di investimento: perché ci sono più soldi da spendere per i consumi, e perché le retribuzioni più elevate stimolano le imprese a sostituire il lavoro con il capitale. Infatti, negli USA a partire dagli anni ’90 si è riscontrata una crescita dei salari reali, soprattutto quelli dei lavoratori altamente qualificati, mentre in Europa e in Italia essi sono rimasti sostanzialmente stazionari. E negli USA, guarda caso, nello stesso periodo è notevolmente aumentata anche l’intensità di capitale e la produttività. Attenzione: l’analisi dei dati mostra che è stata una maggiore remunerazione del lavoro (soprattutto quello qualificato) a stimolare negli USA prima l’aumento dell’intensità di capitale e poi quello della produttività. Non il contrario, come si sente dire nel dibattito italiano.

SCELTE SBAGLIATE - Perché c’è un altro paradosso a cui si è accennato: in Europa e in Italia
nonostante un aumento dei margini di profitto, non è seguito da parte delle imprese un comportamento volto ad estendere la loro capacità produttiva mediante un aumento degli investimenti. Colpa degli alti tassi di interesse che disincentivano l’investimento o deviano i capitali in più profittevoli attività finanziarie? No. Analizzando i dati, l’effetto principale è l’andamento deludente dei consumi delle famiglie. Non c’è domanda, le imprese non investono. E il cerchio si chiude. In Europa e in Italia si è scelta una politica di moderazione salariale e di aumento della quota dei profitti nella distribuzione del reddito nazionale. Questo ha favorito un aumento dell’occupazione, ma ha provocato un rallentamento della produttività. Cioè, grazie alla flessibilizzazione (o precarietà?) del mercato del lavoro le imprese hanno assunto persone con produttività inferiore alla media, perché di bassa qualifica o comunque impiegate in lavori di basso contenutoCrescita economica professionale. In pratica, gli USA hanno risposto alla sfida della globalizzazione alzando l’asticella della loro economia, puntando su un rilancio della domanda interna, anche grazie all’aumento dei salari, stimolando così le imprese ad investire e quindi ad aumentare la produttività. Noi, invece, abbiamo puntato tutto sulle esportazioni anziché sul mercato interno: ci siamo messi a rincorre sul loro stesso terreno (bassi salari e bassa domanda) i paesi emergenti. Ma noi non siamo un paese emergente. E mentre il resto del mondo (e anche d’Europa) si ristrutturava, il nostro sistema industriale ha continuato a puntare sui settori base e di consumo finale, con carenze strutturali nella produzione di grandi beni strumentali, dell’impiantistica, della progettazione e della ricerca. Inoltre, con l’ampliarsi delle politiche monetariste restrittive di stampo neoliberista, si è radicata l’idea che il lavoro sia un costo da limitare e non una risorsa da incentivare in modo da assorbire a profitto tutti gli incrementi di produttività: una follia. Per rilanciare il dinamismo economico occorre proseguire con le riforme strutturali volte ad aumentare la produttività totale, ma vanno anche adottate misure di aumento del potere di acquisto delle famiglie che creano opportunità di investimento per le aziende. Le scelte di politica economica in Italia non sembrano andare purtroppo in questa direzione. Ma miglioramenti sostenibili del tenore di vita necessitano di un’elevata produttività. Altrimenti si muore.

Ha collaborato Mirella Castrichini