di Luca Vinci
postato alle 10:26 del 7 Luglio 2008 in EconomiaTorna alla home

C’eravamo quasi scordati che “le famiglie italiane non arrivano più alla fine del mese”, prima delle elezioni si ripeteva ovunque. Proprio quando forse lo si stava per dimenticare arriva come un fulmine a ciel “sereno” l’Indicatore dei Consumi di Confcommercio (ICC) di maggio.

L’ICC è calato rispetto allo stesso mese del 2007 del 2,7 per cento. La flessione dei consumi degli italiani fotografata dall’indice della Confcommercio è dovuta soprattutto ad un pesante calo dei consumi di beni e servizi legati alla mobilità (-13,5 per cento), segue il calo dei consumi di alimentari (-3,3 per cento), capi di abbigliamento e calzature (-2,3 per cento) e spese per il tempo libero (- 4,9 per cento).

C’È CHI SCENDE E C’È CHI SALE - Se si scende nel dettaglio del dato di maggio, per quanto riguarda i beni il calo è stato del 3,8 per cento, stabili invece i servizi (+0,1 per cento). Suddividendo ulteriormente i beni e i servizi vediamo che ci sono stati anche incrementi dei consumi, ad esempio per le comunicazioni (+6,9 per cento) e per la cura della persona (+2,8 per cento). Stabili i servizi di ristorazione e di alloggio (+0,4 per cento). Altri beni e servizi invece sono evidentemente considerati meno necessari, scende così la domanda di beni e servizi ricreativi (-4,9 per cento), anche se occorre precisare che sono state escluse da questo insieme alcune tipologie di concorsi a pronostico (del tipo lotterie istantanee e scommesse) che invece hanno registrato una crescita. Non stupisca quest’ultimo dato. La percezione di povertà e di futuro incerto incrementano generalmente la domanda di giochi e scommesse. Fortissimo il calo di beni e servizi per la mobilità (-13,5 per cento), scendono anche articoli di abbigliamento e calzature (-2,3 per cento) e beni e servizi per la casa (-1,6 per cento) anche se all’interno di questa classe cresce la domanda di elettrodomestici. Negativo il dato sui tabacchi e i prodotti alimentari (-3,3 per cento). Il dato congiunturale evidenzia per l’ICC una riduzione delle quantità acquistate rispetto ad Aprile dello 0,9 per cento, pesante per beni ed servizi per la mobilità (-4 per cento) e per alberghi e pubblici esercizi (-2 per cento).

L’EFFETTO DELLA CRISI - La crisi si sente. Il prezzo del petrolio si riflette direttamente sui consumi di beni e servizi per la mobilità, rientrano tra questi gli acquisti di auto, benzina, biglietti aerei, ecc. È qui infatti che si registra il calo più pesante, del 13,5 per cento rispetto a maggio 2007 e dell’8,1 per cento dall’inizio dell’anno. Il calo non è uniforme, mentre resta pesante sugli acquisti di auto (-20 per cento) e moto (-13 per cento), per gli acquisti di carburanti il calo è stato solo dell’1 per cento, bisogna considerare la quasi assenza di alternative all’uso della propria auto. L’effetto petrolio si riflette indirettamente anche su altri beni, soprattutto quelli la cui produzione, lavorazione e/o il cui trasporto è inevitabilmente gravato dall’incremento del prezzo del petrolio. Beni che hanno visto maggiormente incrementare i loro prezzi, per cui energia, alimentari e tabacchi. Quindi di fronte all’aumento dei prezzi di prodotti alimentari del 5 per cento, i consumatori riducono gli acquisti del 3,3 per cento (del 3,1 nei primi cinque mesi dell’anno). Cala l’acquisto di beni e servizi per la casa, anche se l’acquisto di elettrodomestici aumenta. Gli aumenti dei prezzi spingono quindi a ridurre le spese tagliando sui beni e servizi considerati superflui. Ovviamente ciò che è superfluo oggi è diverso da quello che era superfluo ieri. Televisori, registratori, computer, telefonini, spese per la cura della persona (anche se dovute in gran parte alla domanda per prodotti farmaceutici e terapeutici), sono ad esempio considerati non superflui, tanto che il consumo di questi beni e servizi è salito, anche se con parziali segniali di rallentamento. Scendono invece le spese in cinema, eventi sportivi, libri e cd, evidentemente considerati superflui. Altri beni e servizi anche se non calano sono fermi, come alberghi, pasti e consumazioni fuori casa che hanno registrato nel mese di maggio uno 0,4 per cento. Ma la Confcommercio si spinge oltre nelle sue considerazioni.

PANICO STRUTTURALE - Il calo dell’ICC di maggio è l’ultimo di una lunga serie (altri cinque) di segni negativi registrati negli ultimi sette mesi. Il calo nei primi cinque mesi dell’anno è stato dell’1,9 per cento. Dunque secondo l’Ufficio Studi Confcommercio questi dati fanno “sfumare definitivamente l’ipotesi di uscire entro breve da una crisi ormai strutturale, profonda e non legata a fenomeni stagionali, rafforzando la previsione di una crescita dell’economia italiana prossima allo zero nel 2008″. Certo, le difficoltà esistono, tuttavia questo pessimismo è in parziale contrasto con l’ultimo dato rilasciato dall’Istat, relativo al consumo delle famiglie per il primo trimestre 2008, che, sebbene in flessione, era del +0,1 per cento. Differenza facilmente spiegabile. Infatti il campione di riferimento non è lo stesso. Il campione esaminato dall’Istat è molto più ampio rispetto a quello esaminato dal Centro Studi di Confcommercio che fa riferimento solo ai suoi associati.

VIA D’USCITA - Il calo (in certi casi la stagnazione) dei consumi va letto nelle sue due componenti, una congiunturale, dovuta all’aumento dei prezzi e una strutturale, le cui cause sono molteplici. Da un lato una concorrenza deficitaria, un mercato energetico e dei trasporti troppo dipendente dal petrolio, un sistema distributivo inefficiente, una bassissima produttività. Tutti fattori che concorrono all’incremento dei prezzi e ai bassi salari. Dall’altro una situazione demografica che vede l’Italia sempre più vecchia, con una popolazione che ristagna. Questa situazione non aiuta certo i consumi né i produttori. Ora occorrerà attendere i dati Istat, ben più affidabili di quelli della Confcommercio (con tutto il rispetto), per cercare di capire capire se il calo è strutturale. Tuttavia fin d’ora si può fare qualcosa, forse non sarà possibile uscire da questa situazione a breve, ma per lo meno si possono attenuare gli effetti negativi ed evitare pericolosissimi (ulteriori) errori. Innanzitutto quando si ha bassa crescita e aumento dei prezzi è forte la riduzione del potere d’acquisto degli individui e delle famiglie, ed altrettanto forte è la tentazione di incrementare i salari. È invece importante attuare politiche che: favoriscano la concorrenza soprattutto nella distribuzione e nei servizi pubblici locali; agevolino (o almeno non ostacolino) l‘inserimento lavorativo giovanile e femminile; aiutino gli investimenti; incrementino efficienza e produttività nella pubblica amministrazione. Ma soprattutto che riducano gli sprechi nella spesa pubblica e la pressione fiscale. Ovviamente queste misure vanno indirizzate in modo preciso, non sparse a pioggia, o dove attira maggiormente i favori dell’opinione pubblica (vedi “È ufficialmente finita la campagna elettorale”, “La finanziaria di Tremonti tra effetti speciali e poca sostanza”, “Tremonti e la sua Robin Hood Tax su misura, ma per chi?”). Il vero problema è che gran parte di queste misure necessarie sono strutturali, hanno effetti nel lungo periodo (anche se qualche effetto positivo lo hanno anche nell’immediato) e in Italia (soprattutto la politica) non siamo abituati a guardare oltre il brevissimo periodo.

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