di Alessandro D'Amato (Gregorj)
postato alle 09:00 del 2 dicembre 2008 in Rassegna stampaTorna alla home

Non è certo il primo religioso a occuparsi con passione degna davvero di miglior causa di cose che teoricamente non dovrebbe conoscere - perlomeno materialmente - ma desta un pochino impressione che il Dalai Lama decida anche lui di parlar male del sesso, e di farlo con argomenti per nulla originali. “Credo che la pressione e il desiderio sessuale siano solo una soddisfazione effimera che spesso conduce a complicazioni successive”, ha detto il capo dei tibetani in esilio. La vita coniugale, ha specificato, “causa troppi sentimenti instabili. E’ naturale che l’essere umano provi il desiderio per il sesso, ma poi interviene l’intelligenza umana a far capire che certe pratiche sono dannose, e a volte portano ad uccidere e al suicidio”. Meglio dunque la “consolazione” del celibato. “Senti che ti manca qualcosa“, ha spiegato il leader buddista, “ma paragonato all’intera vita, l’astinenza sessuale da’ piu’ indipendenza e piu’ liberta’“. Stando al principio del non attaccamento, rappresentato dalla ruota della morte e dal ciclo della reincarnazione, il sesso e la vita coniugale implicherebbero “un legame troppo forte verso i bambini e verso il partner, ossia uno degli ostacoli alla pace mentale“.

Il Dalai Lama quindi dice che il sesso - tutto il sesso - fa male. Lo fa con alcune differenze rispetto a un Ruini o un qualsiasi ayatollah, visto che l’argomentazione è in linea con le credenze della sua religione, ma alla fine la sostanza è la stessa. Anzi, fa un passo avanti rispetto alla Chiesa cattolica, che almeno ritiene legittime le pratiche all’interno del matrimonio: per lui è proprio meglio di no in assoluto, non soltanto nel resto. E la motivazione colpisce: è come se secondo lui così l’uomo “sprecasse affetto” nei confronti degli altri esseri umani, invece di dedicarsi completamente alla “pace mentale”. Insomma, l’amore sarebbe un “prodotto a scadenza fissa e di quantità limitata”, secondo il meditabondo leader dei tibetani, che rischia di finire come a volte capita che finisca il caffé proprio la mattina in cui hai un gran sonno. Ovviamente, se tutti si dedicassero a quello che dice il Dalai Lama, probabilmente anche il buddhismo avrebbe un calo di adepti piuttosto vorticoso, ma questo non sembra interessargli più di tanto. Certo, c’è anche da dire che se la “ruota della morte” e il principio del non attaccamento dicono che non si può fare, avranno ragione anche loro in un’ottica squisitamente religiosa. Nel senso: visto che c’è gente che crede a superstizioni e inverosimiglianze ben peggiori di questa, perché contestargliela?

Forse però conviene prendere spunto dal Dalai Lama - e dal fatto che le sue parole non abbiano creato un grande scandalo, mentre se fossero state pronunciate da un vescovo avrebbero avuto ben altra eco - per interrogarsi sul perché, a volte, chi è sostanzialmente - e dal mio punto di vista, giustamente - critico nei confronti delle uscite “originali” della Chiesa cattolica (l’ultima di ieri è particolarmente viscida) poi si scopra invece a mostrarsi molto più tollerante quando a dar prova di integralismo sono le altre religioni. Gli Ayatollah iraniani li si guarda con simpatia se a minacciarli (per altri motivi, d’accordo) sono gli Stati Uniti; quando si parla di HonestReporting in occasione di una giusta polemica con Telecom lo si dipinge come “sito dedicato alla corretta informazione su Israele” proprio mentre nella home compare “un video che spiega perche’ gli ebrei non dovrebbero sposare non ebrei”. E gli esempi sarebbero molteplici. Insomma, è come se “l’estremismo religioso” (perdonate la semplificazione) desse fastidio soltanto quando è cristiano, e non sempre e comunque, a prescindere da chi lo predica e pratica. Alla fin fine il Dalai Lama è simpatico, parla sbattendo gli occhietti come i personaggi dei cartoni animati, ha un sacco di insegnamenti moralmente superiori da impartire all’Occidente: gli si può anche perdonare di pensare che i bambini sono fondamentalmente una distrazione dal sé assoluto, no? The shareef don’t like it / Rockin’ the Casbah / Rock the Casbah”.

Nel frattempo, forse abbiamo trovato un rimedio allo scoppio della bolla immobiliare, perlomeno in svizzera: basterà che ogni blogger segua l’esempio di Beppe Grillo, che, preoccupato per la libertà d’espressione in pericolo in Italia, ha deciso di tutelarsi comprando casa in Svizzera ma solo per metterci il blog“. “Sì, ho comprato un appartamento a Lugano perché se mi oscurano il blog sono pronto a ripartire il giorno stesso con Beppegrillo.ch o Beppegrillo.eu. Sono un po’ preoccupato perché ogni mese c’è qualche leggina, qualche decretino che riduce le libertà e che viene annunciato sempre per il bene della Rete…“. Per dire: sentendosi a rischio, Grillo poteva iscrivere il suo blog al Roc (si spende un centinaio di euro tutto compreso), o meglio ancora hostarlo su un server estero. Ha deciso invece per la soluzione più onerosa, alla faccia della sua leggendaria e genovesissima tirchieria. Adesso alle sue centinaia di migliaia di sostenitori non rimane che imitarlo, mentre magari i blogger svizzeri che si sentono in pericolo potrebbero comprare da noi e così via. Nel frattempo, purtroppo, nessuno ci ha fatto sapere com’è andato l’incontro tra i giudici della Cassazione e il comitato promotore dei referendum di Grillo, dopo la bocciatura ventilata dal Palazzaccio. In ogni caso, i suoi sostenitori sono comunque pronti a seguirlo in capo al mondo, senza chiedergli conto di questa stranissima débacle accolta con un basso profilo degno di un grande statista (o di uno con la coda di paglia assai lunga). Il motto, per i piccoli fans, resta sempre lo stesso: “Hasta la victoria, forse”.

(Vignetta di Artefatti)

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