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Report e la storia dei «semi coperti da copyright»

«Controlla il cibo e controllerai i popoli»: così Milena Gabanelli ha presentato l’inchiesta di Report su agricoltura, brevetti ed Ogm. In rete, però, il servizio di Piero Riccardi è subito finito sotto accusa per la «sua scarsa attendibilità scientifica». Già prima della messa in onda erano stati scovati una serie di refusi, poi corretti, così come aveva annunciato lo stesso programma sul proprio profilo su Facebook. Ma le polemiche sono continuate anche dopo la puntata, tra blog e social network.

Report Agricolutura brevetti Ogm

Scienziati e giornalisti scientifici hanno continuato a criticare la puntata di Report «L’insostenibile brevetto», che, in base alle premesse dell’autore avrebbe voluto approfondire «l’intreccio che lega industria chimica e semi coperti da copyright». Ma, così come hanno fatto notare diversi ricercatori, agli errori scovati durante la presentazione della puntata sono seguite una serie di ricostruzioni giudicate inesatte. Tra i più critici, Giordano Masini, un giornalista che ha realizzato anche un fact-checking per smentire quanto mostrato da Report durante la puntata. «chi si aspettava che il livello della trasmissione sarebbe stato più alto delle premesse, è rimasto deluso. Numerose infatti le inesattezze e le omissioni, anche molto gravi», ha attaccato Masini. Era già stato l’incipit del servizio, annunciato in rete, a scatenare diverse contestazioni, comprese quelle del giornalista Marco Cattaneo, che ha bollato poi la trasmissione come “disinformazione”:

 

REPORT E LE CRITICHE PER IL SERVIZIO SUI BREVETTI – Non pochi giornalisti, prima dell’inchiesta avevano criticato quanto riportato da Report nella sua presentazione. Si leggeva:

“…Per fare un tavolo ci vuole un albero, …per fare un fiore ci vuole un seme”, così cantava Sergio Endrigo, riprendendo una filastrocca di Gianni Rodari. Era il 1973. Un anno dopo due ricercatori americani, Watson e Crick, presentavano al mondo l’elica del DNA. Così, se Endrigo quella filastrocca la cantasse oggi, dovrebbe dire che per fare un seme ci vuole un brevetto”.

In rete c’era chi, come Stradeonline.it, aveva fatto notare diversi errori, poi corretti dalla redazione: dalla data di presentazione del DNA (1953 e non nel 1974, tanto che Watson e Crick furono premiati con il premio Nobel nel 1962, ndr), al paese d’origine di Crick (Gran Bretagna), passando per il fatto che le piante venivano «brevettate almeno dagli anni ’30». In pratica, poco c’entrava la conoscenza del DNA con i brevetti, si denunciava. Ma non solo: per Strade, dietro i refusi si nascondeva un assunto non certo gradito al mondo della scienza: ovvero che «sarebbe stato meglio che la struttura a doppia elica del DNA non fosse stata scoperta». Non era l’unico a protestare: anche la giornalista scientifica Silvia Bencivelle con un lungo articolo, faceva notare diversi errori, allo stesso modo di Dario Bressanini. Quest’ultimo con sarcasmo giocava alla caccia all’errore all’interno delle righe di presentazione della trasmissione:

«Semi coperti da copyright? Forse intende brevetti? Un seme mica ha un copyright! Se vogliamo possiamo parlare di marchi registrati in agricoltura, come abbiamo fatto parlando del Kamut. E da tempo si brevettano nuove varietà vegetali (uno dei primi è stato l’avocado Hass nel 1935). Oppure si utilizzano altri strumenti di protezione della proprietà intellettuale per dare all’inventore di una nuova varietà, come il riso Carnaroli, inventato dal Sig. De Vecchi nel 1945 incrociando il Vialone con il Lencino, una serie di diritti esclusivi sulla sua invenzione per un periodo limitato, solitamente inferiore ai 20 anni. (Pensavate che il riso Carnaroli fosse “tradizionale”? 🙂 )»

TRA BREVETTI ED OGM – Non è andata meglio dopo la messa in ondata dell’inchiesta, presentata così da Milena Gabanelli: «Chi controlla il petrolio controlla le nazioni, chi controlla il cibo controlla i popoli. Ora, per controllare il cibo bisogna controllare il primo anello della catena che sono i semi. I semi sono sempre stati di chi coltiva la terra se non gli bastano i suoi se li va a comprare da uno che vende le sementi e la storia finisce lì. Oggi non è più così, chi acquista semi o piante la proprietà non è più la sua», spiegava. Per poi aggiungere: «Tutto nasce da un accordo firmato a Marrakesh nel 1994, sollecitato dagli Stati Uniti, che invitava tutti gli stati membri dell’Organizzazione mondiale del Commercio a trovare il modo di mettere un copyright sugli organismi viventi. Chi non era d’accordo rischiava di essere escluso dall’organizzazione». Il risultato? Tutti hanno siglato l’accorso dal quale poi è derivato il controllo da parte di quatto soggetti della metà di tutto quello che viene coltivato.

Durante la trasmissione, poi,l’autore del servizio spiega come in base uno studio della Fao, negli anni ‘70, c’erano 7000 compagnie sementiere e nessuna superava l’1% del mercato mondiale. «Oggi, le prime tre compagnie detengono il 53%, le prime dieci il 76% e tra queste sei coprono ben il 75% del mercato planetario dei pesticidi». Cifre che, spiega l’autore, «svelano già l’intreccio indissolubile tra chi produce semi e chi produce i veleni per le erbe indesiderate». Ma si tratta di una situazione sostenibile? Esistono alternative a questo sistema?

LE ALTRE CRITICHE E IL FACT-CHECKING – In rete, poco dopo la puntata emergono non pochi dubbi e perplessità. Le critiche della vigilia sono riprese su Strade da Masini, secondo cui in tutte la puntata si è giocato su un equivoco tra i termini “brevettato o “geneticamente modificato”: «Sono due cose differenti. Le piante si brevettano all’incirca dagli anni ’30, quindi molto tempo prima che apparisse sul mercato il primo OGM, negli anni ’90». Secondo l’autore delle critiche non è chiaro se sia stato un equivoco voluto o provocato dalla scarsa comprensione della materia da parte degli autori: «In ogni caso l’impressione è che si stesse parlando di mele del Trentino Ogm. E le mele Ogm non esistono», ha attaccato. Ma non solo: si cerca anche di offrire un’interpretazione sulla querelle sui brevetti. Un male o un bene? Masini spiega come la legislazione che permette garanzie sulla proprietà intellettuale nasca con l’intenzione di fornire un incentivo all’innovazione. In pratica, per eemunerare quello che in economia viene detto public good, o bene pubblico, valore che il mercato non remunera in modo adeguato. «Senz’altro ci sono degli aspetti di questa legislazione che sono paradossali, e spesso queste norme servono a tutelare delle rendite di posizione», aggiunge. Ma per Masini non è chiaro perché per Report quel che vale per altre scoperte e creazioni, compresi i farmaci, non dovrebbe valere per una “varietà di mela o di colza”. Di fatto, attacco Report per essere poco informati su costi ed esigenze del mondo della scienza. Il fact checking si occupa poi anche della questione Schmeiser vs Monsanto, con l’agricoltore canadese citato in giudizio da Monsanto che da tempo accusa di come i suoi campi sino stati accidentalmente contaminati da colza Roundup Ready. «O peggio che Monsanto stessa abbia introdotto dei semi Ogm sui suoi terreni per poi chiedere un risarcimento», si legge. Ma Masini invita la redazione a leggere anche altri  fonti, oltre a quelle dei diretti interessati. Una serie di critiche per una trasmissione che ha diviso anche i commentatori in rete: