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di Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 3 luglio 2008 alle 10:32 dallo stesso autore - torna alla home

Secondo uno studio che sarà presentato venerdì in Parlamento la ridefinizione di oneri e spese su base regionale della Lombardia, che costituisce il modello per quello di Bossi e della Lega, contiene difetti di metodo e squilibri verticali. Ecco perché non regge e come potrebbe funzionare

E’ in arrivo la soluzione di tutti i mali dell’Italia, secondo Bossi e la Lega: il federalismo fiscale. Ne parlano tanti. Ma cos’è, in concreto? Non è – come molti pensano – un sistema secondo cui ogni territorio si tiene i soldi in loco e con quelli più o meno fa quadrare i conti. Per la teoria economica è un sistema in cui la responsabilità di governo locale si collega all’onere di imporre imposte locali. Non serve quindi una totale autonomia tributaria, gli enti possono anche essere consistentemente finanziati da trasferimenti (ad esempio, dalla cosiddetta perequazione), basta che ci sia la responsabilizzazione, cioè il legame tra l’aumento delle spese decise localmente e la loro copertura con imposte locali.

FEDERALISMO IN SALSA LOMBARDA – Il Consiglio regionale della Lombardia con voto bipartisan,Vota Calderoli ha proposto al Parlamento un sistema per attuare l’art. 119 della Costituzione, quello del federalismo fiscale. Su questa proposta, che è il punto di riferimento di Bossi e soci, il CIFREL di Massimo Bordignon ha fatto un po’ di conti, per stimare che effetti avrebbe in Italia, in uno studio che sarà presentato venerdì mattina in Parlamento al gruppo del Pd. E che viene fuori? Che quella proposta, così com’è, non va. Ha un difetto di metodo: parte dalla definizione delle tasse da assegnare alle Regioni anziché dalle spese da sostenere a livello locale. Ci sarebbe un’Irpef regionale con aliquota del 15 per cento, una compartecipazione IVA all’80 per cento, più tutti gli attuali tributi regionali (IRAP e Tassa Auto in primis). Risultato: un massiccio trasferimento di soldi dallo Stato alle Regioni, circa 120 miliardi di euro. Per dare un’idea, più della metà dell’attuale spesa consolidata delle Amministrazioni centrali, al netto dei trasferimenti agli altri livelli di governo.

TROPPI SOLDI PER LE REGIONI – Ma cosa farebbero le Regioni con questa montagna di soldi? Sulle funzioni da trasferire la proposta lombarda è un po’meno chiara. Volendo interpretarla, ipotizzando un totale decentramento alle Regioni delle competenze previste dall’art. 117 della Costituzione (che sono la Finanza Locale, l’Istruzione, gli Affari economici), le risorse necessarie, secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato, sarebbero di circa 56 miliardi di euro. Quindi, la proposta della Lombardia porterebbe ad un eccesso di entrate per le Regioni a statuto ordinario di circa 64 miliardi di euro. Si chiama squilibrio verticale. Una domanda: lo Stato “centrale” dove troverebbe poi questa cifra che non avrebbe più nella sua disponibilità per finanziare lTremonti lenin Federalismo fiscale in salsa lombarda?e proprie competenze, come la Polizia, la Giustizia, la Difesa nazionale?

IL PROBLEMA DELL’EQUITA’ – La proposta della Lombardia ha un altro difetto: definisce a priori la perequazione, cioè quanto “compensare” le regioni più “povere” con trasferimenti dalle più ricche, senza considerare quali siano attività e servizi da finanziare e, soprattutto, i diversi gradi di tutela che la Costituzione riconosce ad alcuni servizi: la sanità non può essere trattata come l’illuminazione delle strade. Secondo Bordignon e company, se anziché considerare l’enorme ammontare di risorse della proposta lombarda ci si fermasse ad un’ipotesi più realistica, cioè un trasferimento di imposte alle Regioni pari esattamente alle spese da finanziare secondo la Costituzione (quindi, circa 56 miliardi di euro, ad esempio con un Irpef Regionale del 9%) tutte le Regioni dal Lazio in giù non riuscirebbero a finanziare la spesa per le funzioni loro assegnate. Ci sarebbero cioè gli squilibri orizzontali, cioè disparità di trattamento tra cittadini del Nord e quelli del Sud. E per funzioni, dalla sanità alla istruzione, su cui esiste una tutela da parte della Costituzione.

SQUILIBRI ENTRATE-SPESE - Ma il problema – che va oltre la proposta della Lombardia – è che in Italia c’è una forte localizzazione territoriale della spesa nel Sud, a fronte di una localizzazione delle “risorse fiscali” nel Centro-nord. In questa situazione, secondo le stime di Bordignon e compagnia, neppure una perequazione al 100 per cento della capacità fiscale consentirebbe il finanziamento da parte delle regioni meridionali della spesa attuale dello Stato che verrebbe decentrata. Quindi, se si vuole attuare una forma di federalismo fiscale nel nostro paese, il nodo da sciogliere è la differenza tra risorse che stanno più al Nord e spesa che sta più al Sud: qualsiasi ipotesi sensata di applicazione dell’art. 119 non può prescindere da questo assunto. Tremonti dovrebbe tenerne conto, anche se Bossi potrebbe non essere d’accordo.

QUALCHE PROPOSTA – Perché si può discutere di tutto, ma se si vuole avere una responsabilizzazione del livello locale (che è cosa buona e giusta) si deveBossi Federale partire dalla necessità di un riequilibrio – nel medio periodo – dei livelli di spesa tra Nord e Sud nel nostro paese. Ad esempio con la definizione di costi standard nazionali, opportunamente aggiustati, che portino gradualmente la spesa pubblica pro capite su livelli omogenei, naturalmente distinguendo i servizi fondamentali (protetti dall’art. 117 della Costituzione) dagli altri: per questi, la Sanità in primis, si devono garantire risorse sufficienti al finanziamento dei livelli efficienti di offerta dei servizi su tutto il territorio nazionale, a meno di non spaccare (ancora di più) l’Italia in due. Mantenendo anche trasferimenti specifici per alcune aree e territori più svantaggiati: questo lo dice la Costituzione (comma 5 dell’art. 119), e anche il Dpef di Tremonti. Si potrebbe pensare anche ad un’attribuzione di risorse e competenze differenziata tra le Regioni, che tenga conto di migliori capacità gestionali esistenti, con metodi di controllo e di incentivazione adeguati da parte del governo nazionale. Sistema antipatico, forse, ma meno indigesto di quello in salsa lombarda. Sarebbe bello sentire maggioranza e opposizione discutere a partire da queste cifre, e non dall’ideologia.