di Mariangela Vaglio (Galatea)
postato alle 15:29 del 1 dicembre 2008 in CulturaTorna alla home

Il direttore del Tg4 ha partecipato al doppiaggio di una puntata della famosissima serie americana, ma non sembra aver capito bene il messaggio da essa trasmesso.

“Senza satellite”: la rubrica-antologia di tutto quello che si è costretti a vedere quando non ci si può permettere la pay-tv. A Cura di Galatea.

Sono gialli, non sono rossi. Deve essere stato questo particolare cromatico ad aver convinto Emilio Fede a partecipare in veste di doppiatore ad una puntata dei Simpson, eccezionalmente proposti da Italia 1, in prima serata, il sabato sera. L’idea di chiamare voci note a doppiare questo o quel personaggio della serie è vecchia, ormai, di alcuni anni. All’inizio erano volti noti dello spettacolo, il Bonolis o la Dandini di turno, ad indossare le cuffie e prodursi nella lettura del copione. E fin qui, tutto bene, ché in fondo era sempre gente di spettacolo e anche il doppiaggio può far parte del mestiere. Poi si sono intrufolati dei politici, come ad esempio La Russa; non si capisce cosa c’entrino, anche se il La Russa medesimo, ad esempio, diede una buona prova di sé, pur risultando sempre molto più comico quando fa dichiarazioni ufficiali in qualità di ministro. L’altra sera, a donare la voce ai cartoni animati, c’era un mix di gente: Emilio Fede era contorniato da Ambra Angiolini e Luca Laurenti. Ma è inutile, alla fine il vecchio Emilio ha surclassato tutti.

L’EPISODIO - La puntata per cui era stato scritturato era incentrata sulle primarie americane. I Simpson sono coinvolti nella grande kermesse pre-elettorale del 2008 perché la loro Springfield viene selezionata come città in cui fare il test di prova per i candidati nazionali. Aspiranti presidenti confluiscono dunque lì da tutta la nazione, con codazzo di giornalisti televisivi in missione. Ad uno di questi donava la voce il nostro Emilio. Oddio, non che durante la puntata uno se ne accorgesse minimamente. Il contributo di Fede passava del tutto inosservato, intenti come s’era a guardare l’evolversi del plot. I partiti repubblicano e democratico, infatti, calavano a Springfield con l’ansia di testare i loro candidati, selezionando il migliore. Si sa come sono gli Americani, spietatamente darwiniani anche in politica: da noi, per scegliere un candidato, si fanno estenuanti riunioni nei partiti per selezionare il meno peggio fra i burocrati ancora in vita (cioè, fra quelli che sembrano, almeno, ancora in vita; anzi, non è necessario, spesso e volentieri, né che siano ancora in vita né che lo sembrino: basta che stiano lì a qualche titolo, persino in qualità di mummie). In America no: si prendono tutti gli aspiranti candidati e li si butta in pasto all’elettorato di una piccola cittadina a caso. Chi dimostra di avere i numeri per cavarsela lì, continua la corsa a livello nazionale.

UN CANDIDATO PARTICOLARE - La Springfield dei Simpson, dunque, viene selezionata; ma i cittadini, infastiditi da tutto quel trambusto, decidono una singolare forma di protesta politica: votare il candidato più improbabile (il che dimostra che, almeno in questo caso, l’Italia sia invece molto più avanti dell’America: noi a votare il candidato più improbabile siamo abituati da anni, solo che la scelta non è frutto di una ribellione civica, è che ci piace proprio!). A questo punto l’eletto – nel senso di prescelto - risulta essere Ralf, il figlio un po’ ritardato del commissario Winchester; Ralfuccio, insomma, quello che in quarta elementare ancora si fa la pipì addosso, si infila oggetti nel naso e si considera da tempo immemorabile il boyfriend di Lisa Simpson, ma è così patetico che non fa ingelosire nemmeno Milhouse. Non appena però si ritrova davanti alle telecamere, Ralf tira fuori uno charme mediatico mica da ridere: dire raggelanti banalità e stupidaggini naif gli riesce così meravigliosamente naturale che l’elettorato di qualsiasi tendenza è conquistato come non mai.

LA DISPUTA - Democratici e Repubblicani entrano in fibrillazione: i Democratici considerano Ralfuccio il loro candidato ideale, in quanto un esempio di come chiunque possa veramente, nel loro partito, arrivare ad essere candidato (in questo i Democratici italiani mi pare siano perfettamente in linea con quelli d’Oltreoceano); i Repubblicani non hanno certo problemi a offrirgli la nomination, anche perché, avendo appoggiato per otto anni Bush, potrebbero bocciare Ralf solo perché lo considerano troppo sveglio.Ralfuccio, dunque, viene preso di mira dalla stampa, che vuole sapere per quale dei due partiti opti, dato che entrambi sono ai suoi piedi. Il povero bimbo è spaventatissimo, tenta una fuga; per fortuna, però, interviene Lisa che, seppure all’inizio profondamente offesa per questa scelta poco seria della politica, si propone di aiutarlo nella scelta. Non è più la Lisa secchiona ma disinteressata di un tempo, però: già medita, infatti, di ritagliarsi un bel ruolo di First Lady. La puntata finisce con Ralf proiettato verso un luminoso futuro di potere: può tirare un sospiro, Obama, che non ha avuto un simile competitor, perché contro gli slogan del tutto vacui ed inutili di Ralf non ci sarebbe stata battaglia.

L’OPINIONE DI FEDE - Emilio Fede, dicevamo, ha parlato nel corso della puntata forse dieci secondi, per nulla memorabili: è stato al calar del sipario, quando è andato in sottofondo un finto fuori onda registrato in sala di doppiaggio che il suo show, per quanto breve, ha toccato i vertici del sublime. Il buon Fede ha infatti iniziato a discettare, con tono serissimo, su quanto fosse importante insegnare ai ragazzini il valore della democrazia, manco gli avessero detto che quella era una puntata dei Simpson pensata apposta per il programma di educazione alla cittadinanza della neoriforma Gelmini. Un momento di puro nonsense, dato che invece il cartone animato prendeva proprio allegramente per il culo le pratiche democratiche e insinuava il dubbio che la democrazia, addirittura, sia ormai la selezione del peggiore, o almeno del più banale. Ma Fede no. Felicemente ignaro di quanto aveva contribuito a doppiare, ha continuato per diversi secondi la sua tirata “democratica”, inanellando una serie di banalità così sconcertanti da far allibire quelle pensate dagli sceneggiatori d’oltreoceano per il programma elettorale del povero Ralfuccio. Ralfuccio, per dire, lo avesse sentito, si sarebbe ritratto gridando: “oh mamma, questo è troppo persino per me!”. Inutile, a noi non ci batte nessuno: se in America ancora la satira può giocare sul grottesco, in Italia – e su Italia uno, poi! - il grottesco è solo l’anticamera della realtà. Rassegnamoci.

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