Sempre in ritardo. Sempre le stesse cose eppure sempre in ritardo. Maria arraffò al volo i trucchi e la borsa ma, un attimo prima che la porta sbattesse dietro di lei, si ricordò delle chiavi di casa. Una volta di queste
sarebbe rimasta fuori e, con Giuseppe all’estero, non le sarebbe restato che andare in uno squallido albergo lì vicino.
Le scale di corsa, il garagista flemmatico che le faceva venire il nervoso, l’auto nuova con un graffio e il traffico che cominciava già da dentro l’autorimessa. Avrebbe fatto di nuovo tardi e con tutto il lavoro che si accumulava non sarebbe tornata a casa prima di notte fonda. Era vita questa? Era giusto farsi spremere tanto per non avere nulla? Al primo semaforo i trucchi presero vita per andare a colpire una guancia, una ciglia, un labbro contratto in smorfie di disappunto. Il lavavetri la guardava sorridendo mentre lei, indispettita, gli azionò il tergicristallo contro. Un barbone puzzolente dal soprabito bianco continuava ad indicarla con un dito che usciva dai resti di un guanto lacero; ripeteva: “tu, tu, tu, tu” ”tu, tu si che fai una bella vita, manco il disturbo di lavarti. Beato te!”
Il suo umore era nerissimo. Era quasi un mese che non vedeva Giuseppe e già si prevedeva che questi viaggi sarebbero stati più frequenti. Lavoro, nulla da dire, se si vuole vivere nel mondo di oggi non si può che buttare il sangue fino all’ultimo. Quando arrivò in ufficio era già stanca. Salutò con un sorriso i suoi collaboratori e prese posto davanti al computer. Cinque minuti di pace, desiderava che la lasciassero sola cinque minuti, per controllare la posta elettronica, per cercare tra i mille messaggi uno di Giuseppe. Niente, solo lavoro e pubblicità. Medicine proibite a prezzi eccezionali, lozioni per prestazioni favolose, donne disponibili che aspettavano solo lei, diplomi o lauree gratis. Ma di Giuseppe nulla.
Aprì un messaggio senza mittente nella speranza che fosse di qualcuno che la conoscesse, che le desse un po’ di affetto e consolazione. Niente, solo una strana pubblicità: “Tu avrai un figlio e lo chiamerai Emanuele”. ’Si,’ pensò ironica, ‘ci manca solo un figlio!’. Non n’aveva nemmeno parlato con Giuseppe; era impossibile visto il lavoro, i continui spostamenti, la mancanza di un qualsiasi sostegno, familiare o pubblico. Avevano tacitamente, di comune accordo, preso delle precauzioni e rimandato la discussione. I suoi collaboratori erano già davanti alla scrivania. La pausa era finita. Con calma alzò lo sguardo verso il
nuovo giorno, sguardo che calò di nuovo, diverse ore dopo, sulle dannate chiavi dell’auto che, al buio della sera, non volevano andare al loro posto. Tragitto inverso, meno coda per l’ora tarda, ma con gli stessi barboni e lavavetri ai semafori. Pensò che anche loro non lavoravano così poco se iniziavano prima di lei ed erano ancora lì quando tornava a casa. Che non fossero così sfaticati come sembravano? Magari lo avrebbero accettato un lavoro in fabbrica se qualcuno glielo avesse offerto. I pensieri furono interrotti dal solito indice del barbone. Ma qualcosa la colpì in maniera strana, non conscia. Le labbra, aggredite da una barba incolta e bianca, sporca e lunga, parevano dire qualcosa come “tu, Emanuele“.
Abituata com’era a ricordare solo gli impegni importanti ci mise un po’ per capire dove aveva sentito quel nome, in quel giorno. Un semaforo, un altro e poi invertì la sua corsa, senza nemmeno accorgersene, vedendo se stessa fermarsi, lasciare la costosa auto aperta e andare dal barbone con passo risoluto. “Cosa hai detto?” Gli occhi del barbone, visti da vicino, erano azzurri e sereni. Le labbra erano appoggiate in un sorriso calmo, per nulla scosso da quella bionda con minigonna e gioielli che gli si avvicinava minacciosa. Maria guardò quegli occhi e non ebbe il coraggio di rifare la domanda. Restò così, immobile. “Ce n’hai messo di tempo per arrivare, un altro po’ e sarei andato via per sempre”. Incantata da quegli occhi, belli come non ne aveva mai visti, diede istintivamente la mano al barbone. Aveva la sensazione
di essere portata in uno di quei castelli incantati dei parchi giochi. Strinse il palmo intorno alle dita del vecchio come faceva con sua madre Anna, quando la portava a messa; osservava le navate addobbate a festa, le finestre da cui entrava la luce in mille disegni colorati e si sentiva al centro del mondo, al centro della felicità. ”Cosa devo fare?”
“Tu avrai un figlio e lo chiamerai Emanuele. Egli annuncerà la parola di Dio, la fratellanza, la pietà, l’amore. Soffrirà e tu con lui ma il mondo sarà più bello perché tramite lui si rifletterà la gloria del Signore. Non avrà onori se non la consolazione di Dio. Tu e Giuseppe gli dedicherete tutta la vostra vita e non avrete altra casa se non il mondo, nessun lavoro se non quello di servire il Signore, nessun cibo o ricchezza se non quella che vi fornirà la sua pietà. Sei, allora, Maria, pronta?” Maria, per la seconda volta nella sua vita, pronunciò un sì ad occhi chiusi, il viso velato da lacrime di silenziosa felicità. Quando gli occhi si riaprirono non trovarono nessuno ma solo lo schiamazzo di auto e persone che la deridevano. Rinchiuse le sue preoccupazioni in un sorriso.
La nuova vita era già cominciata.


























” Le labbra, aggredite da una barba incolta e bianca, sporca e lunga, parevano dire qualcosa come “tu, Emanuele“.
Emanuele, o meglio l’Emmanuele, il “Dio con noi”!
C’è tanta indifferenza, tanto consumismo nella nostra società! Non solo,c’è tanta incomprensione, odio, violenza…e purtroppo ancora guerre e atti terroristici! viviamo in un mondo frenetico, non avendo neppure il tempo per fermarsi a riflettere!
…Emmanuele…il dono di sè agli altri…attraverso la carità…ma c’è chi se ne ricorda solo a Natale.
Grande!
Maria, donna del nostro tempo, ferma tutti i tempi!!
Grazie!
Leggere i tuoi racconti è come tuffarsi in un lago fresco e chiaro. Riesci sempre ad emozionarmi.
La nuova vita inizia. Inarrestabile, e unica.
Semplicemente splendido.
Carlo
@lucia
Penso che tu abbia colto il senso: l’annunciazione è qualcosa che ti sconvolge togliendoti dalle minuzie quotidiane riportandoti ad una dimensione individuale e globale di appartenenza al genere umano. Al di là delle gerarchie di potere che si muovono intorno alle fedi religiose il messaggio di Gesù (il più grande rivoluzionario come lo definiva De Andrè) è per me proprio quello e ho cercato di leggerlo in questa annunciazione “moderna”.
@mariano
Ferma il tempo chiunque segua una annunciazione facendo ripartire la propria vita. E’ una favola ovviamente ma alcuni pezzetti di favola si possono sempre realizzare in ognuno di noi ogni giorno…
@comicomix
Poter emozionare qualcuno, poter condividire con qualcuno le emozioni che si provano è il vero motivo che spinge a scrivere e poi ritornare, 1, 5, 10 volte a revisionare quello che si è scritto fino a quando ciò che si è ottenuto è quanto più possibile simile a ciò che si è sentito
@tutti
grazie per il tempo che passate a leggere (e commentare) i miei racconti