Blow up Palestine : Giornalettismo
di Alessandro Bernardini
postato alle 12:29 del 2 Luglio 2008 in La rubricaTorna alla home

La “Terra di Palestina” vista con l’occhio del fotografo Luca Tommasini, che in quella terra ha vissuto per tre anni, e che ci racconta come vive la gente laggiù, tutti i giorni, al di là di quello che fa notizia.

Martedì 1 luglio 2008 - “Ho sempre pensato che scrittori, fotografi, artisti in generale debbano essere custodi della memoria. Non mi ritengo artista e non ho aspirazioni di fama e gloria nel sistema. Vorrei solo che chi vedesse il mio lavoro possa percepire quel piccolo messaggio subliminale, di andare oltre, oltre apparenze mediatiche imposte, pregiudizi etero diretti e conflitti televisivi costruiti ad arte”. Luca Tommasini è un fotografo. Palestina 1Anzi, vedendo le sue foto, mi viene in mente un’altra definizione: “narratore d’immagini”. Un po’ vecchio stile. È alto e massiccio. Un Hemingway che tiene Orwell sulle spalle. In giro a raccontare il mondo con i giochi di luce.

FOTOGRAFIE E DOMANDE - È reduce dalla partecipazione all’ultimo festival Internazionale di Fotografia di Roma con “Dunum (l’unità di misura agraria palestinese) - Terra di Palestina” che racconta le infauste vite dei contadini nel distretto di Jenin. La sua è una storia particolare. Durante i primi mesi di permanenza in Palestina, lavora come insegnante di fotografia al Media Center di Hebron: “Il corso era frequentato da ragazzi appena usciti dal liceo. Non avevano chiaramente pretese di studiare fotografia in futuro, ma era un’occasione per incontrarsi, conoscersi ed occupare l’estate. Il Media Center era un porto franco di discussione e di confronto. Si poteva parlare un po’ di tutto, ma per forza di cose si finiva sul politico e religione. Il corso prevedeva una fase finale in cui i ragazzi dovevano presentare un lavoro fotografico che raccontasse la loro vita quotidiana. È stato lì che ho scoperto che non erano mai stati nella città vecchia. Palestina 2Con molta fatica sono riuscito a convincerli e non è stata un’esperienza semplice per loro. Sono entrati per la prima volta nella loro vita in città vecchia, zona occupata, mezza abbandonata, desolata e drammaticamente carica di tensione. Poche foto, molti sguardi persi, domande… forse ai genitori quando sono tornati a casa”.

CAPIRE LA PALESTINA - Da fotografo in Palestina e Israele, si ritrova poi a lavorare con un’organizzazione non governativa nelle cooperative di contadini nei distretti di Hebron e Betlemme. Questa esperienza gli permette di fotografare i palestinesi da “dentro”, ma anche di scoprire un sistema pieno di contrasti: “Il progetto (di cooperazione internazionale, ndr) è un po’ lo strumento che ti permette di girare e viaggiare e capire in che modo puoi migliorarti e provare a seguire quel minimo di regole etiche che questo lavoro dovrebbe avere. La cooperazione internazionale non è un sistema sano. Credo sia pieno di contraddizioni, errori, successi e sconfitte clamorose. Non è affatto un sistema perfetto e andrebbe riformato completamente. Come? Non ne ho la minima idea”. Vive nei Territori Occupati ormai da più di tre anni e ho come la sensazione che abbia scoperto quello che c’è dietro le cose, il senso. Mentre mi racconta la “sua” fotografia, capisco che per catturare un’immagine che racconti qualcosa, bisogna tentare prima di capire qualcosa: “Si dice che una delle caratteristiche dell’essere umano sia l’adattamento. Questa capacità qua entra in forte contrasto con l’esigenza a non dimenticare, a tenere sempre in mente ciò che succede ogni giorno, a non normalizzarsi. La scelta di rimanere qui per un po’ di tempo è stata dettata anche da un’altra esigenza. Ho cominciato a fotografare in maniera più seria Palestina 3da quando sono venuto qua la prima volta. Da allora ho sentito una forte spinta a raccontare la Palestina e i palestinesi per quello che sono, ogni giorno, per le strade, nei campi, nelle famiglie. Volevo evitare di rappresentare ciò che fotograficamente (ma fondamentale s’intende) è già ampiamente raccontato sotto ogni aspetto. Mi interessavano gli aspetti più sociali e allo stesso tempo più tralasciati di questo paese”.

DUE POPOLI, UNO STATO - È quasi impossibile non finire a parlare della questione israelo-palestinese. E come sempre, quando si parla con chi vive lì, si ascoltano versioni che sono lontane da squallide e pericolose mistificazioni: “Non credo che oramai abbia più senso parlare di due popoli-due stati. Credo fortemente che uno stato unico potrebbe risolvere definitivamente i problemi di questa Terra. Purtroppo una soluzione del genere prevede un lavoro da entrambe le parti su diversi livelli, politico, economico, sociale, ma io credo principalmente sul piano dell’educazione. Servono molti anni per educare e passare alle nuove generazioni (ma anche alle vecchie) un messaggio di cambiamento così forte. Palestina 4E sarebbe molto più forte per gli israeliani. Significherebbe l’abbandono dell’ebraicizzazzione dello stato. Cosa alla quale la stragrande maggioranza degli israeliani non vuole rinunciare”. Prima di salutarlo gli chiedo che cosa resta di questa parte della sua vita e come riuscirà a ricominciare in un altro posto: “A breve lascerò la Palestina per un po’ di tempo. Non so quanto. Non so come mi sentirò dopo più di tre anni vissuti qui. Col mio lavoro mi sono avvicinato a realtà sociali che forse non avrei mai incontrato. Ho scoperto i palestinesi e ho scoperto che non li conosco affatto. Forse quando lascerò questo paese rielaborerò il tutto e le idee, i pensieri verranno a galla più chiaramente. In questo momento mi sento come se in tre anni, ogni giorno, avessi messo sfrenatamente in cantina tutti i ricordi e le emozioni passate come fai con i giochi di quando sei bambino. Sento che dovrò riaprire la cantina e rimettere un po’ tutto in ordine, forse cestinare una parte di quell’adattamento forzato e rispolverare emozioni nascoste”.

I due ritratti fanno parte della mostra “Dunum” - Terra di Palestina che ha partecipato all’ultimo Festival Internazionale di Fotografia di Roma.
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