di Pietro Di Giorgio (Libertyfirst)
postato alle 15:17 del 7 Luglio 2008 in EsteriTorna alla home

Il Venezuela nelle mani di un uomo che non è un dittatore come qualcuno vorrebbe dipingerlo, ma porterà il suo Paese alla rovina. Ecco perchè.

La storia politica dell’America Latina è stata spesso caratterizzata da violenze, corruzione, giunte militari, instabilità economica, iperinflazioni ed interferenze da parte degli Stati Uniti. Chiunque si affacci sulla scena politica sudamericana ha quindi un largo numero di leve su cui giocare per ottenere il supporto popolare.All’inizio fu Perez, presidente venezuelano fino al 1993, che Chavez tentò di abbattere con un colpo di stato militare nel 1992: un presidente corrotto (subì un impeachment nel 1993 e dovette ritirarsi dalla politica), che sfruttò gli alti prezzi del petrolio, dovuti alla crisi petrolifera degli anni ’70, per finanziare politiche di espansione della spesa pubblica, che si rivelarono miopi e insostenibili col crollo dei prezzi del petrolio, che ne aveva consentito il finanziamento negli anni precedenti.

NON E’ (ANCORA) UN DITTATORE - Chavez non è un autocrate:Hugo Chavez non ha il controllo totale della società venezuelana, e tutto sommato neanche del proprio partito. Il referendum costituzionale di Dicembre 2007, perso per un soffio, ha interrotto, o perlomeno rallentato, i suoi piani di aumentare il potere dello stato, comprimere l’autonomia della Banca Centrale (per finanziare la spesa pubblica con l’inflazione), e diventare presidente a vita. Dopo il tentativo di controllare il principale sindacato d’opposizione, e il fallimento del referendum costituzionale, è chiaro che Chavez non ha la forza di comportarsi come un autocrate. Sono però da guardare con preoccupazione i suoi tentativi di ampliare i poteri dei servizi segreti, introducendo perquisizioni senza mandato, l’uso di testimonianze anonime e di prove segretate nei processi, l’obbligo di supportare i servizi segreti da parte dei giudici e dell’intera popolazione, e figure di reato vaghe, quindi pericolose, in quanto interpretabili in maniera strumentale.

L’ECONOMIA E LA POLITICA ESTERA - La politica economica di Chavez è problematica, tra spese sociali impazzite, in cui piani populisti hanno in genere la meglio su considerazioni di sostenibilità economica; e politiche monetarie espansive, con un’economia che mostra segni di iperinflazione. Il dato è però tenuto basso dai controlli dei prezzi (un tetto a questi ultimi è una politica economica che può ridurre l’inflazione, ma al prezzo di creare carenza di beni, portando al fallimento produttori e distributori per eccessiva riduzione dei margini di guadagno). In teoria, poi, il Venezuela è un paese ricco di petrolio: in pratica però le sovvenzioni al consumo (la benzina costa pochi centesimi al litro) e la nazionalizzazione dell’industria petrolifera (che tiene lontani gli investimenti esteri) comprimono l’offerta ed espandono la domanda, riducendo i benefici netti derivabili dagli elevati prezzi dell’oro nero. In politica estera si fanno notare gli aiuti ai narco-terroristi delle FARC in Colombia, che hanno provocato un incidente diplomatico alcuni mesi fa, quando pare siano state scoperte prove degli aiuti di Chavez a questi gruppi: passare in pochi mesi dal considerare le FARC delle forze di resistenza, al chieder loro di liberare 700 civili in ostaggio prova un certo imbarazzo.

CaracasTRA DEMOCRAZIA E DITTATURA - Complessivamente, non ci sono molte prove di miglioramenti sociali, e quelli che ci sono stati sono l’effetto di politiche economiche insostenibili (deficit e inflazione) e dell’alto prezzo del petrolio: in pratica, il migliore alleato di Chavez sembra essere il governatore della Federal Reserve, Bernanke, principale responsabile degli alti prezzi delle materie prime. C’è una certa ciclicità nella politica venezuelana: periodi di alti prezzi del petrolio consentono politiche sociali demagogiche e pace sociale, mentre periodi di bassi prezzi producono instabilità e rivoluzioni, come il tentato colpo di stato del 1992. Finchè il Venezuela non sarà in grado di approfittare delle sue ricchezze naturali per porre le basi di un’economia solida, continuerà ad essere un paese perennemente al confine tra democrazia e dittatura. Il Venezuela dovrà sperare quindi in un radicale cambiamento della propria classe dirigente e della propria cultura: è improbabile che ciò possa avvenire in tempi rapidi, anche se forse qualcosa si muove. Di sicuro, la società venezuelana sta mostrando una notevole capacità di resistere ai tentativi di Chavez di espandere il proprio potere: da questa resistenza dipenderanno la libertà e la prosperità future dei venezuelani.

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