Non sono molte le leggi in Italia che mettono d’accordo tutti (destra e sinistra). Di norma, una legge che sta bene alla sinistra non va mai bene alla destra. E viceversa. Stranamente, quando si parla di mettere il bavaglio alla Rete, i nostri politici sembrano essere tutti d’accordo.
Forse qualcuno ricorderà la polemica e la mobilitazione che si scatenò sul web quando venne proposto il isegno di legge del 3 agosto 2007 (approvato nell’ottobre successivo dal Consiglio dei Ministri durante il governo Prodi) dall’all
ora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Ricardo Franco Levi (eletto al Parlamento nelle fila del Partito Democratico). La notizia, scoperta dal giurista Valentino Spataro e rilanciata da “Punto Informatico”, fece scoppiare un pandemonio. Sul blog di Beppe Grillo venne lanciata la sirena di allarme al popolo della rete che chiedeva ai politici di fermare quella proposta che stabiliva l’obbligo di registrazione per l’editoria on line. Il tam tam internettiano arrivò anche, oltre che sui giornali, anche ad alcuni politici come Antonio Di Pietro e Paolo Gentiloni, membri del Governo, che accolsero il segnale di protesta che proveniva dalla Rete e ammisero candidamente di non aver letto il disegno di legge, ma che questo andava bloccato o modificato. Lo stesso Levi si premurò di scrivere sul sito del Governo una lettera di risposta e di chiarimenti a Grillo e al “popolo di Internet”, precisando che l’intento del disegno di legge non era quello di “censurare il libero dibattito dei e tra i cittadini“, ma quello di garantire la “libertà di informare e il diritto di essere informati”.
UNA NON-SOLUZIONE – Tuttavia, non si capiva (nè allora, né oggi) perché il Governo volesse trattare da “giornalisti” anche coloro che non lo sono e che non vogliono esserlo. Se la preoccupazione era (ed è) quella di sanzionare chi diffama – si diceva – allora quella del Governo era (ed è) una non-soluzione: le norme penali contro la diffamazione (come abbiamo visto negli articoli precedenti) ci
sono già e chi pubblica on line è perfettamente identificabile. Quindi, ai più, quel disegno di legge sembrava essere una scusa per l’adozione di norme liberticide o quanto meno vessatorie per il popolo della rete. Quel brutto disegno di legge venne abbandonato anche perché poi il Governo Prodi cadde. Il perseverare diabolico della casta degli editori non riuscì a spuntarla. Ma l’elemento di novità più significativo, in quella circostanza, fu il mutato atteggiamento dei media nei confronti della Rete. In passato, i quotidiani erano disinteressati e allergici ai fenomeni del web e alle “cose di internet”. Eppure, quella volta, l’argomento apparve importante, non fosse altro perché riguardava moltissimi cittadini. Cos’era cambiato? La percezione del web nella politica, nella stampa, nei media più in generale. Internet, già da allora, era diventato una parte della vita di tutti, molto di più di quanto lo fosse un tempo e questo, specie per una notizia che coinvolgeva pesantemente gli interessi degli editori, era un fatto che andava sottolineato e non sottovalutato.
IL LUPO PERDE IL PELO, MA NON IL VIZIO – Levi, orfano del suo governo, fa tutto da solo e ci riprova quindi con il ddl C-1269, che non è un missile (anche se pare averne tutto l’aspetto), ma è il nuovo progetto di legge (ovvero di iniziativa parlamentare e senza l’avallo del Governo Berlusconi che non si è ancora espresso, anche se riteniamo che una riforma del genere sull’editoria, ancorché proposta dall’opposizione,
possa far gola al maggiore editore d’Italia che è lo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri). Il nuovo progetto di legge Levi (sostanzialmente identico al precedente disegno di legge), nel giugno scorso, è stato assegnato alla VII Commissione parlamentare Cultura in sede referente alla Camera dei Deputati. I lavori della Commissione per l’esame del testo di legge hanno avuto inizio il 6 novembre scorso e, successivamente, con gli eventuali emendamenti, passerà all’esame dell’aula parlamentare. L’onorevole deputato Levi, ancora una volta, propone di riformare il mondo dell’editoria italiana, equiparando le pubblicazioni cartacee a quelle informatiche, grazie alla definizione del termine “prodotto editoriale” che ritroviamo all’articolo 2 : “qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale viene diffuso”. Stesso discorso anche per l’articolo 5, che allarga l’attività editoriale fino a ricomprendervi la definizione del semplice blog. Riproposto, all’articolo 7, anche il Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC), che dovrebbe sostituire la registrazione della testata presso il Tribunale e che farà testo per l’applicazione delle norme sui reati a mezzo stampa.




Bipartisan una cippa, direi, vista la collocazione di Levi.
Se poi ci aggiungiamo che anche il caso Ruta e’ diretta conseguenza di un provvedimento della sinistra del 2001, direi che gli antiblog stan tutti da quella parte la’.
Gateo, hai ragione, però, Levi almeno si è accorto che stava prendendo una cantonata ed ha avuto il coraggio di tirare il freno a mano e fare dietrofront.
I legislatori dovrebbero tener conto che nella maggior parte dei caso il Blog altro non è che un sito personale, una pagina di diario dove si scrive qualcosa che si vuol condividere…
http://www.francescogreco.splinder.com
Francesco, sì, i legislatori e anche i giudici…:(
Ricordiamoci che l’amico Riccardo Levi era proprio convinto a mettere dei controlli ai blog. Ed era il portavoce del governo Prodi.