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di Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 26 novembre 2008 alle 09:08 dallo stesso autore - torna alla home

I “controcorrentisti” sono generalmente antipatici, ma Giampaolo Pansa è uno che “pur di farsi notare e fare dispetti attaccherebbe sua nonna” (copyright Luca Sofri). Non contento di aver definito l’altroieri Villari “un 20081125 artefatti Giampaolo Pansa, chi se lincula? simbolo positivo”, l’ex autorevole firma de L’espresso ha pensato bene di dirgliene quattro all’appena morto Sandro Curzi. O meglio di parlare bene di sé dipingendosi come un martire della libertà di parola in questo paese sostanzialmente comunista attaccando uno che, essendo appena morto, non si può difendere prendendolo a robuste roncolate di realtà. Come meriterebbero quelli come lui, che hanno un rapporto quantomeno “fantasioso” con la percezione del mondo intorno a sé.

In un articolo pieno di “io ho fatto questo e quest’altro“, “mi hanno attaccato perché sono invidiosi” e via burleggiando, Pansa ricorda le critiche arrivategli da Liberazione (all’epoca diretto proprio da Curzi) in occasione dell’uscita del suo “Il sangue dei vinti”, contribuendo così a fare ancora un po’ di pubblicità a un’uscita editoriale che dal suo autore viene nominata più di un libro di Bruno Vespa dalla Rai. Commentiamo le perle migliori con qualche frase tra parentesi, come se fossimo della Gialappa’s Band: “Il nostro fu uno scontro impari. Lui dirigeva Liberazione e aveva alle spalle un partito, Rifondazione Comunista. Io ero un giornalista che non dirigeva nulla e non aveva nessuno dietro di sé.” (verissimo: Liberazione vende più o meno 5mila copie, l’Espresso 400mila; poverino, Pansa era circondato!). “Il venerdì 10 ottobre 2003, “Kojak” incaricò un redattore, Beppe Lopez, di intervistare Giorgio Bocca. Ne uscì una requisitoria allucinata. Dove si sosteneva persino che avevo scritto “Il sangue dei vinti” per diventare il direttore del Corriere della sera” (si chiamano scelte editoriali, le fanno all’Espresso come a Repubblica come al Corriere: non si capisce perché Pansa debba rosicare se c’è una voce contraria a lui; ha forse necessità d’unanimismo?). “Curzi stampò l’intervista su Liberazione, con un grande titolo che strillava: “Libro vergognoso di un voltagabbana”. “Kojak” definiva il mio libro «un romanzo», etichetta falsa per schernire un’inchiesta. Sempre falsa era la presentazione di tutto l’affare Pansa. Curzi scrisse: «Di fatto questo libro contribuisce alla parificazione delle forze allora in campo: i nazi-fascisti da un canto e i partigiani e le forze democratiche e antifasciste dall’altro»” (basta rileggere la frase di Curzi con attenzione per capire che non c’è proprio nulla di male in quanto scritto, specialmente se la si estrapola dal contesto. La cosa divertente è che lui parla del proprio libro come di un’inchiesta: da quando in qua fare copiaincolla e romanzare libri di veri storici si chiama così? E poi sappiamo benissimo com’è andata, su…). “Non soddisfatto della forsennata esternazione di Bocca, “Kojak” riprese subito a darmi botte in testa nella pagina più importante di Liberazione, quella della posta” (ahahahaha scusate ma questa è davvero fantastica). “La domenica 12 ottobre mi preparò un nuovo pacchetto al veleno. Sotto un titolone che domandava: «Perché Pansa tira fuori proprio ora quelle storie?», c’erano tre lettere arrivate con la velocità della luce. Erano vere o false, nel senso che ci aveva pensato Curzi a fabbricarle? Penso che almeno un paio fossero false” (tié, accattateve ’sta lezione di giornalismo e di etica: tre lettere mi criticano? Devono essere per forza false, almeno due!). “La terza lettera era una carognata diretta a Miriam Mafai, colpevole di un giudizio equilibrato sul mio lavoro. La firmava una signora che dichiarava di avere la tessera dei Ds. E di sentirsi amareggiata per le parole di Miriam, «iscritta al mio stesso partito e già compagna di Giancarlo Pajetta». La conclusione era da tribunale politico: «Spero che dai Ds venga una risposta degna». (la conclusione invece era un semplice auspicio, che ovviamente non si è concretizzato; segno che i tribunali politici esistono soltanto nella testa di quelli come Pansa e di tutti gli affetti da eccessivo egocentrismo e manie di persecuzione).

Ma il non plus ultra del complottismo Pansa lo raggiunge nella fase finale del suo “ragionamento” (lo metto tra parentesi per rispetto della parola): “Nel giugno 2005, intervistato da Roberto Cotroneo dell’Unità, si lagnò dell’ariaccia che tirava in viale Mazzini: «Qui c’è un degrado culturale. Ti faccio un esempio: stanno preparando una fiction tratta dal ‘Sangue dei vinti’ di Pansa…». Mi fermo qui. E riconosco che, in fondo, “Kojak” ha vinto. Nelle librerie no, ma alla Rai sì. La fiction verrà trasmessa soltanto nel dicembre del prossimo anno”. Ricapitolando: anche in Rai è in atto una persecuzione contro Pansa, perché per trarre una fiction da un suo libro – praticamente un suo diritto visto che lui ha sempre pagato il canone! – ci hanno messo cinque anni invece di scattare sull’attenti da subito. Anche se sinceramente non è che si capisca in base a quale principio scientifico gli sia dovuto: se Pansa è uno storico perché ha scritto un libro come “Il sangue dei vinti”, allora chiunque riesca a far bollire l’acqua per cuocere la pasta merita il Nobel per la fisica.

Per Pansa dovrebbe valere il modo di dire internet che bisognerebbe ricordare ogni volta che esterna Francesco Cossiga: don’t feed the troll. Ma siccome qualche volta ne vale la pena, allora tanto vale andare fino in fondo: non mi è mai piaciuto Curzi; mi è sempre sembrato più un agit-prop che un giornalista. Ma visto che sia lui che Pansa ormai sono arrivati a una certa età, possiamo tranquillamente certificare che sono sempre i meno peggio che se ne vanno. Intanto, possiamo anche coniare uno slogan di quelli che potrebbero servire ogni volta che il soggetto in questione se la prende con categorie sociali, certi politici, (pochissimi) membri dell’establishment, e soprattutto i morti (per i quali sembra avere una particolare predilezione): Sor Pansa, in tutta sincerità, ma chi ti s’incula?

(Vignetta di Artefatti)