Il neo eletto presidente degli Stati Uniti ha intenzione di difendere gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori contro quelli delle banche, ma quando prenderà il comando si accorgerà di poter fare ben poco.
Se Barack Obama doveva difendere Main Street da Wall Street, ha già perso. In centinaia di discorsi, durante la campagna elettorale e in questo periodo di transizione, il presidente eletto ha ribadito di voler contrastare gli interessi degli speculatori e delle banche per favorire imprenditori e lavoratori. Nei fatti però
sono proprio le banche e le assicurazioni ad essersi già accaparrati la fetta più grande della torta, legando le mani a qualunque programma alternativo il “dream team” economico dei democratici possa mettere insieme.
I NUMERI - Le tante critiche rivolte al piano Tarp da 700 miliardi di dollari è servito a distogliere lo sguardo dal vero numero che è quasi dieci volte superiore. È infatti di 7700 miliardi di dollari la quantità di denaro pubblico messa a garanzia di asset privati ormai sempre più di dubbia qualità. L’agenzia Bloomberg si è divertita a fare qualche confronto: 7,7 trilioni di dollari sono il 50% del pil americano o 24 mila dollari per ogni abitante. La parte del leone la sta facendo la Federal Reserve che per sostenere la liquidità del sistema ha già iniettato 4400 miliardi di euro principalmente attraverso due canali: ha acquistato commercial paper per 2400 miliardi, cioè titoli brevi che anticipano pagamenti (tipo fatture) dalle banche per evitare che il sistema economico s’inceppi; altri 1400 miliardi sono serviti a garantire i prestiti interbancari per mantenere i tassi bassi. Il resto, 800 miliardi, sono prestiti diretti. Gli altri 3,3 mila miliardi sono in capo al ministero del Tesoro e comprendono il Tarp, il fondo di garanzia dei conti correnti, la nazionalizzazione di Freddie e Fannie e gli aumenti di capitale fatti in alcune banche (l’ultima Citigroup). Le differenze di rischio tra i vari impieghi sono enormi: i 700 miliardi di asset tossici dovranno essere in gran parte svalutati, Fannie e Freddie rimarranno enti pubblici, gli aumenti di capitale sottoscritti su Citigroup e Aig possono, come ogni azione, valere zero o dare un ritorno tra dieci anni. Mentre il fondo dei depositi non è particolarmente sotto stress.
I CAPITALI FED - Più difficile quantificare il rischio dei capitali Fed: per Ben Bernanke, nessuno di loro fallirà il ritorno nelle casse della banca centrale, perché sia i commercial paper sia i prestiti interbancari sono garantiti da “collateral” cioè crediti reali forniti dalle stesse banche. Il governatore ha dichiarato al congresso: “Non abbiamo mai perso un penny su queste operazioni”. Solo che le dimensioni non sono paragonabili: nei tre anni precedenti della crisi l’entità media di questi prestiti era di 48 milioni di dollari alla settimana, la scorsa ha raggiunto i 91 miliardi di dollari, quindi poco meno di 2000 volte di più. Utilizzare gli indicatori d’insolvenza del passato ci dice poco sulla “sicurezza” di questa esposizione. Senza contare che sta crescendo la richiesta di rendere quanto ogni istituto ha ottenuto dalla Fed secondo questo programma. Il rischio è che capitali governativi vadano a ripagare prestiti della banca centrale, il contribuente paga due volte e la banca mai. Cosa succederà se anche solo il 10% dei quei prestiti dovesse andare in sofferenza?Significherebbe raddoppiare il peso del Tarp che appunto dovrebbe coprire (seppur non si sa ancora in che modo) la parte peggiore della montagna di derivati costruita in questi anni.
UNA SITUAZIONE NUOVA - In questo caso mettere in fila i numeri aiuta poco: sfugge proprio l’enormità delle cifre e dell’impegno di denaro pubblico. Il sistema americano ha svalutato “titoli tossici”, a cominciare dai mutui subprime e dei derivati a loro collegati per oltre 660 miliardi di dollari, cioè una cifra equivalente al Tarp, ma molto inferiore a quella messa in campo dalla Fed. Un’altra cifra: il ribasso del costo del denaro operato della Banca centrale americana ha ridotto i costi dell’intero sistema bancario per 7 miliardi di dollari all’anno. Una cifra che in tempi normali basta a far salire le borse mondiali del 10-20%. Insomma, come dicono gli americani citando il mago di Oz: “We are not in Kansas anymore”, le regole di prima non valgono più e gli indicatori della cara vecchia America non aiutano granché in un mondo di spaventapasseri parlanti e leoni paurosi. A questa enorme esposizione ci si è arrivati progressivamente, vale la pena di ricordare che con il primo crack di Bear Stearns si pensava che il sistema privato avrebbe potuto sostenere i fallimenti con un aiuto momentaneo di denaro pubblico. Con Lehman addirittura si è deciso (il presidente della Fed competente era il prossimo ministro del tesoro Timothy Geithner) di non procedere ad alcun salvataggio.
























Luca il vero problema è che gli USA da anni producono cartaccia finanziaria, non beni reali. Cosa dovevano fare se non sostenere la loro più grande industria? Main Street in realtà non esiste, o è cmq di dimensioni più piccole, troppo più piccole.
Un ritorno ad una economia basata sul manufatturiero è improponibile, rimane giusto giusto l’azienda bellica. Fossi un iraniano mi preoccuperei un pochetto.
tutti lanciano interrogativi
io rispondo
visto che non va di moda produtte cartaccia finanziaria, bisogna ora produrre cartamoneta da distribuire tra la banche, i consumatori ed aggiungerei, tra gli affamati di tutto il mondo affinchè convertano la fame in domanda
potrebbero esserci tensioni nei prezzi….ma che ce frega, lo pijerà sul lato B la Cina o Pansa
@Ag
In realtà proprio l’idea di salvare le banche a qualsiasi prezzo disturba i liberali, basta vedere i commenti sul Wsj. Molti esperti sostengono che gli interventi dovrebbero essere più mirati: salviamo i risparmi, il mercato immobiliare, il credito alle imprese, non le banche sottoscrivendo i loro aumenti di capitale.
C’era un’interessante provocazione che faceva notare come alle cifre attuali la Fed avrebbe potuto far nascere centinaia di banche da zero dando al sistema il credito di cui ha bisogno e lasciare i vecchi istituti a fronteggiare le conseguenze delle loro scelte. E queste sono le critiche da “destra”. Cosa farà un governo liberal ovvero, secondo i nostri canoni, “di sinistra”?
Sulla grandezza di Main Street dico soltanto che in termini di produzione l’America vale come tutta l’Ue con una decisa sovraesposizione nel software e nell’aerospazio. Io farei a cambio.
Luca, li hai i dati del manifatturiero Made in USA?
Perchè appunto a parte il software (sempre più però esternalizzato anche lui) e l’areospazio, quest’ultimo in gran parte bellico appunto, non mi viene in mente un granchè.
Mica per polemica, figurati. E’ solo che mi ricordavo come gli USA fossero basati fortemente sul terziario, dove il finanziario faceva la parte del leone (come anche l’UK), mentre siamo noi e gli amici crucchi che ancora ci divertiamo con gli ingranaggi e le cose che si toccano davvero.