Una mamma ferita
27/02/2011 - Resistere a una tentazione è difficile, certe volte impossibile Stasera non devo farlo entrare. Dio mio dammi la forza di non farlo entrare. Lo sento grattare la porta come un gatto, lo sento implorare da lontano, in maniera sempre più
Resistere a una tentazione è difficile, certe volte impossibile
Stasera non devo farlo entrare. Dio mio dammi la forza di non farlo entrare. Lo sento grattare la porta come un gatto, lo sento implorare da lontano, in maniera sempre più flebile, più lenta, di farlo entrare ma ora sto addormentando il bimbo e mi dico che, anche se volessi, non potrei andargli ad aprire. Figlio mio, figlio mio, tu fra poco ti addormenterai e io tornerò a quella porta, ecco ora che ti metto nella culla, ora che guardo la tua serenità e
i tuoi pugnetti chiusi so che andrò dietro a quella porta. Un lampo illumina il tuo viso e sembri quasi arrabbiato, quasi mi intimi di non andare ma io faccio due passi e sono già lì a sentire le sue bugie. Piove, mi dice, si sta bagnando e ha paura dei tuoni. Un tuono più forte fa sobbalzare anche me mentre sento le sue preghiere. Ora cambia tattica, ora diventa dolce e mi ricorda dei bei tempi passati insieme. Bei tempi davvero quando non c’era traccia della sua malattia o, dopo, quando prendeva le medicine con regolarità ed era dolce, comprensivo e non mi picchiava, non mi trascinava a terra con la forza, non mi riempiva di pugni… La sua voce mi interrompe ancora e mi giura che è cambiato, che stasera ha preso le pillole e che è qui per stare con me senza parole, senza gesti, solo stare con me. Come vorrei credergli, come vorrei che fosse vero ma mi tocco le tempie e sento ancora il dolore dei colpi sordi dell’ultima volta, di quando mi ha detto che era la mia testa bacata a non ricordare e non la sua di aver preso le medicine. L’unica cosa che ricordava davvero era come farmi più male senza provocarmi lividi che potessi mostrare ai carabinieri. Ma la sua voce è la stessa di un tempo, quella del mio amore, quella delle speranze, dei progetti, dell’affetto per nostro figlio. Fu proprio la sua nascita a provocare la ricaduta: l’ansia di paternità mi hanno detto, la frustrazione per il periodo in cui mi sono occupata solo del bimbo, la competizione con un frugolo che aveva preso il suo posto nel mio cuore. Ha tentato di riconquistarmi e le pillole lo addormentavano troppo, gli negavano quella energia che riteneva necessaria. E non le ha prese più.
Non le ha prese nemmeno stasera, lo so, e apro gli occhi per guardare in faccia la realtà: saranno solo pochi minuti di affetto e poi si trasformerà e me la farà pagare. Gli urlo di andarsene via perché non gli aprirò mai ma cerco solo di autoconvincermi e lui dall’altra parte lo capisce. Sente che lo ascolto e rinnova la sua speranza. Ora passa ai sensi di colpa a come posso non aver pietà di lui, di come posso lasciarlo lì tutto bagnato in balia dei tuoni. Un tuono più forte gli fa da complice e io sono a due passi dalla porta, ad uno, con le mani sulla chiave quando mi urla che sono una stronza e che devo aprire subito la porta se no sfonda lei e me. Le mie dita si irrigidiscono e non posso ingannare più me stessa. Ho bisogno di affetto, ho così bisogno di calore che pagherei anche con i pugni, con le botte, con la paura che questa volta mi fa fuori davvero, ma non posso avere più speranza che mi riscaldi lui. Non posso più credergli Faccio un passo indietro e lui alza il volume della sua voce. Io lo abbasso passando nella stanza del mio piccolo e richiudendo la porta. Sembra che anche i tuoni siano diminuiti e si vedono solo dei lampi in lontananza. Ho vinto ma non sono contenta.
Ho vinto ma sono stata sul punto di perdere. Faccio un sospiro e chiudo gli occhi mentre sento che arriva il freddo. Ora che non c’è speranza che
qualcuno riscaldi la mia notte sento che il gelo mi percorre l’anima fino al profondo dei suoi abissi in cui sono caduta. Sento che il gelo mi ha preso e che resterà qui per sempre, stagnante, perché non gli aprirò più a lui e non aprirò più a nessun uomo.
Quello che prima era bisogno di amore ora è solo freddo, niente più emozioni che scorrono parlando di futuro e di sogni, di passato e rimpianti, di nostalgie. Niente. La passione che una volta mi spazzava via come le foglie cadute al primo vento di autunno non mi porta più da nessuna parte. Ora sento solo freddo. Guardo il mio piccolo e sento che non è giusto, che se la vita lo ha privato di un padre normale io non posso negargli la madre migliore del mondo e so che questo succederà domattina, appena aprirà gli occhi, non ora, non qui, in cui sono sola con me stessa. Non è tua madre che cerco ma me stessa e alla fine l’unico pensiero, l’unica flebile speranza che mi concedo è che nell’immenso mare gelato in cui si allontana la mia anima ci sia una scogliera a contenermi, una barca ancorata che mi possa portare indietro. L’unico pensiero è che domani sia un giorno nuovo, un giorno in cui tua madre, guardandomi nello specchio, mi ringrazi per non aver aperto a tuo padre e mi convinca che in fondo sono giovane e che, avendo generato te, posso ancora chiedere al mondo di darmi qualcosa in cambio di quella immensa bellezza che gli ho regalato.
SENTO FREDDO
Di Lucia De Santis
Sento freddo,
sento il gelo percorrere
gli abissi dell’anima,
una sensazione di perpetua glaciazione,
stagnante.
Non sento il fiume che scorre tra le rive,
non sento il vento che scuote le foglie violentemente,
ma sento freddo!
C’è una voglia di immaginare che
nel gelo del mare lontano
cosi vasto, cosi profondo
una scogliera, una barca ancorata,
può fermarmi…













“L’unico pensiero è che domani sia un giorno nuovo, un giorno in cui tua madre, guardandomi nello specchio, mi ringrazi per non aver aperto a tuo padre e mi convinca che in fondo sono giovane e che, avendo generato te, posso ancora chiedere al mondo di darmi qualcosa in cambio di quella immensa bellezza che gli ho regalato.”
Grazie di cuore, Pietro!
…mancano gli ultimi versi della poesia!
donne egoiste…vi basta un figlio e poi viaggiate per la vostra vita credendo che tutto vi sia dovuto. Di esperienze come queste ne è pieno il mondo. Il fallimento della famiglia è la vostra incapacità di gestirla. Ovvio che poi non vi si accolla più nessuno
Rispondimi a questa domanda:
Chi è egoista, una donna che decide di diventare madre, o un padre che non accetta la “RESPONSABILITA’ DEL SUO RUOLO”?
“Il fallimento della famiglia è la vostra incapacità di gestirla”: oppure è il fallimento di uomini incapaci di trasformarsi da figli di mamma a padri? o forse è l’incapacità degli uomini di assumersi la respondsabilità di un figlio e una famiglia? o forse è l’incapicità dei mariti di gestire il ruolo di padre senza essere in competizione con il proprio figlio per il tempo che la mamma dedica all’uno o all’altro…
@Pietro: sei davvero davvero davvero bravo!!!!!
Brian va gettando a destra e sinistra nei post commenti misogini, non credo che pensi davvero quello che dice, però è bello che voi donne cerchiate di convincerlo, abbiate la speranza di insegnare ad un imbecille così quale è la retta via.
In fondo il racconto parla proprio di questa speranza e di come costi tanto, tantissimo…
Grazie per i complimenti ma io ho semplicemente letto la poesia di Lucia, era già tutto scritto lì…
Non ricerchiamo colpe o peccato in quello cghe è la struttura umana, dovuta a combinazioni zleztorie senza numero e a nessun intervento di un certo dio mai esistito. E’ matematicamente logico che su migliardi di esseri, ve ne siano alcune centinaia di migliaia carenti. Inutile ricercare se il difetto sia psichico o materiele: in un corpo sano e normale , non vi saranno mai anomalie. Esse intervengono per abusi, carenze gravi e ahimé, per la vecchiaia. La salute è un capitale da salvaguardare gelosamente. Gli abusi si pagano due volte. Ameglio
Commento saggio come sempre. Sono contentissimo di averti tra i miei lettori!!!