Due piccole manine
20/02/2011 - La vita è strana ma non bisogna mollare mai Figlio mio, non so quante volte mi sono immaginato di farti questo discorso. Mi perdonerai certo se affido, anzi affidiamo io e tua madre, a questa mail una spiegazione che tu
La vita è strana ma non bisogna mollare mai
Figlio mio, non so quante volte mi sono immaginato di farti questo discorso. Mi perdonerai certo se affido, anzi affidiamo io e tua madre, a questa mail una spiegazione che tu cerchi da tempo. Una lettera, come ai nostri tempi, che ora è una mail perché il tempo è tuo e siamo noi che, per quanto faticosamente, dobbiamo adattarci. Quello di cui vogliamo parlarti è di tuo fratello o, come vedrai, di te stesso. Per tanti anni ti abbiamo detto che ti guarda di lassù in cielo, che ti protegge e ti fa da angelo custode, ma ora sei grande e questo non ti può bastare: sei nell’età dei dubbi più che delle certezze e quello dell’amore di tuo padre e tua madre spero non ti venga mai.
UN GIORNO DI AGOSTO - Di tuo fratello ricordo bene il periodo della gravidanza: è stato così bello, io e tua madre che scoprivamo questo esserino che nelle ecografie cresceva sempre di più, che prendeva le forme ora delle manine ora della testa. Ricordo i primi segni sul pancione di tua madre, di quando, raramente, scalciava. Nacque un giorno di agosto con un pianto accennato ed un sorriso: un vero angelo. Non so dire quanto fossimo felici: c’era si tanta fatica, notti corte di poppate e colichette ma tutto procedeva per il meglio. Crescendo era il bambino più invidiato, tranquillo e vigoroso che ci fosse in giro, uno di quelli che non da mai problemi. Forse si preparava da allora ad essere un angelo e fu proprio questo che determinò il suo tragico destino. Era ancora una volta agosto e, per prendere un po’ di fresco, eravamo andati sul lungo mare. Camminavamo tutti e tre con lui che aveva le sue due manine nelle nostre. Un pallone, che qualcuno aveva calciato dagli scogli, ci passò davanti di colpo andando verso la strada. Con un gesto che non aveva mai fatto prima, lasciò la presa di entrambe le mani e si lanciò all’inseguimento. Sentii il botto ed ebbi solo il tempo di guardare il viso terrorizzato di tua madre che, come me, stava guardando la manina vuota.
MORTO LUI, MORTI NOI - Non c’era nessun nesso, nessun possibile collegamento tra quel corpicino a terra e nostro figlio, non era assolutamente possibile e quelle persone che si affrettavano, quella sirena che suonava, quegli infermieri quasi in lacrime che ci fecero salire, non erano reali, nostro figlio era ancora lì tra le nostre manine… Non voglio descriverti quello che abbiamo sentito. Non voglio nemmeno portarti sull’orlo di quell’immenso dolore che abbiamo provato: è una esperienza disumana e non c’è nessun vantaggio ad immaginarla. So solo che per mesi non riuscivo ad aprire la mano, che se stringevo anche solo la maniglia della porta mi mettevo a piangere e non volevo mollarla; per tua madre era anche peggio. Avevamo tanti progetti e invece, morto lui, eravamo morti anche noi. Forse a salvarci fu che eravamo insieme in quella tragedia, che entrambi avevamo lasciato scappare il bimbo e nessuno poteva sobbarcarsi da solo l’enorme rimpianto di averlo perduto.
UN INCUBO - Così, dopo tanto dolore, decidemmo insieme di riprovare a vivere. Lasciammo il nostro lavoro per un po’: ce lo sconsigliarono tutti, ci dicevano di distrarci, di uscire da quell’immenso baratro di dolore. Ma noi puntammo tutto su noi stessi, perché a volte o fai di tutto per vivere o di tutto per morire. Quando ti generammo non fu con gioia: tua madre disse che sarebbe stato davvero brutto se tu fossi nato dopo una notte così. Ma non conoscevamo ancora come funzionava la vita e quanto poco noi sappiamo di quello che ci riserva il futuro. Ci desti da pensare dal primo giorno: stanchi e affranti da quello che era successo dovemmo cominciare da capo. E cominciarono le minacce di aborto: non so quante visite abbiamo fatto, quanto tua madre sia stata a letto immobile per non perderti. Quella che doveva essere una distrazione divenne un incubo: pareva che non avresti superato le 6 settimane e quando la pancia cominciò a crescere era poco il liquido, l’utero poco espanso, le perdite costanti.
GRAZIE A TE – Il ginecologo ci disse di non avere speranze ma io e tua madre cominciammo a rinforzarci e a volerti ancora di più. Pregavamo, leggevamo tutti i libri sulla gravidanza e su quello che bisognava fare: a volte ci scoprivamo così preoccupati per te da non pensare più a tuo fratello. Il parto fu di urgenza, cesareo e alla fine l’operazione fu più lunga perché ti eri attorcigliato nel cordone e stavi soffocando. Ma eri così bello, così vispo da farci capire subito che tu non ci avresti fatto rimpiangere, anzi non ci avresti dato il tempo di rimpiangere, tuo fratello. Sei cresciuto così, quasi sapessi nel tuo inconscio che dovevi tirarci fuori dal baratro nell’unico modo possibile: a colpi di pianto e bisogno costante di attenzioni. Se oggi possiamo parlare anche noi di un angelo che ci guarda dal cielo è per merito tuo: avevamo cercato di sostituirlo ma ci siamo accorti che non potevamo pensare più a lui ma solo a te. Il dolore di un tempo non è mai finito ma grazie a te, e non alla sostituzione di tuo fratello, siamo, incredibile a dirsi, felici.
LA VITA E’ STRANA - Ogni tanto guardo questa mano e quasi non sento più la manina di lui che scivola via. Ma fin da piccolo quando succedeva tu me la venivi a prendere per portarmi da qualche parte, per un gioco o per farmi vedere qualcosa che ti era piaciuto. Ora che sei grande mi chiami subito e mi chiedi a cosa penso e finalmente, dopo tanto tempo, posso dirtelo: che la vita è strana ma non bisogna mollare mai, che il buono non cancella il cattivo ma alla fine sono infinite le vie che ti portano alla vita.













E’ una delle cose piu’ belle che abbia mai letto. Grazie
Più ti leggo più mi confermi che sei davvero bravo!!!!
Un caro abbraccio con il groppo in gola!
Lisa
Vi ringrazio per i complimenti, mi fa davvero piacere che abbiate apprezzato questo racconto che mi gira in testa da mesi, da quando mi hanno raccontato la storia di un bimbo piccolo che è venuto a mancare tragicamente e dei genitori che si ritirano dal lavoro per ricominciare con un altro
Faccio una piccola divagazione cinematografica per descrivere due citazioni nel racconto:
“o fai di tutto per vivere o di tutto per morire” è tratto dalle “Ali della libertà” (The Shawshank Redemption) il mio film preferito in assoluto
“avevamo tanti progetti ma morto lui morti anche noi” è tratto dal film “Quando sei nato non puoi più nasconderti” di Tullio Giordana in cui c’è una delle scene più commoventi per me di sempre (dopo lo sparo della bimba in “Crash” che mi fa piangere ogni volta come una fontana) quando la madre guarda di continuo la videocassetta del bimbo disperso in mare e lui chiama sul cellulare che vibra dietro di loro (poi per fortuna rispondono…). Il bimbo, ritrovato da un barcone di immigrati, si salva e in questi giorni di sbarchi, in cui le persone sono numeri, quasi fastidi, mi viene in mente quanti di questi cellulari non squillano e quanti genitori africani (perchè anche lì hanno cineprese e videoregistratori) guardano le inutili immagini di figli che non torneranno più