di Leonardo Daverio Patrizi (IHC)
postato alle 16:33 del 26 giugno 2008 in EconomiaTorna alla home

La presenza di due valute di riserva ha diviso lo scenario monetario internazionale: gli Stati Uniti non sono più il metro a cui fare riferimento, e stavolta la Federal Reserve dovrà tenere in considerazione l’Europa.

Bini SmaghiFa piacere sentire da esponenti istituzionali conferme ad alcune intuizioni che si vanno ripetendo nel tempo. Bini Smaghi, membro del board della BCE, nella sua intervista al Sole24ore del 17/06/08 dice poche cose ma rincuoranti, almeno per chi ha azzardato considerazioni sugli effetti nello scacchiere monetario dell’introduzione dell’euro. Anzitutto Bini Smaghi ricorda, come già fatto da noi, che la BCE è preoccupata delle aspettative di inflazione e non dall’inflazione attuale; inoltre fa presente che le attese di inflazione per i prossimi due anni sono sopra al 2% (confermando implicitamente la “flessibilità” della non-teutonica BCE); infine Bini Smaghi ci ricorda che quel che si ha adesso è ben poca cosa rispetto al passato inflazionistico anche a due cifre dell’Europa.

IL DUALISMO - Ma quello che mi ha fatto più piacere è leggere che “ora ce ne sono due [valute di riserva] così che anche gli Stati Uniti devono tener conto delle condizioni finanziarie e monetarie a livello mondiale”, rafforzato dal fatto che “l’Europa non è costretta a seguire gli Stati Uniti sul fronte dei tassi di interesse” (d’altra parte era chiaro che politiche squilibranti in un contesto monetario “non esclusivo” avrebbero portato a punti di rottura). Questo sottintende molte cose, tra cui il fatto che gli USA non sono più il “metro” monetario e l’ultimo “porto sicuro” in caso di turbolenza dei mercati. L’economia e soprattutto la finanza mondiali sono “spaccate” in due teoriche aree valutarie dai territori per lo più sovrapposti, il che significa farsi diretta concorrenza per l’attrazione dei capitali nonché, salvo accordi ai vertici, un nuovo costo-opportunità per spregiudicate politiche monetarie lassiste à la Greenspan.

FED E BCE - La BCE deve essere accorta, deve rientrare dal suo subdolo lassismo monetario, farsi più “tedesca” e rendere l’euro quel che doveva essere fino dall’inizio: un approdo per i capitali, una garanzia di protezione dei rendimenti reali, e il vincolo intransigente alla disciplina fiscale dei Governi. Questo andrebbe a incrementare l’appeal della UEM da cui seguirebbe attrazione di capitali, e dall’influsso di capitali seguirebbero tassi naturalmente più bassi e maggiori possibilità di investimento e sviluppo. La Fed dovrà in qualche modo seguire la BCE stavolta, difendere il valore del dollaro e abbandonare il suo inflazionismo, anche se questo anticiperà la grave fase negativa del proprio ciclo economico. Ignorare la BCE trasformerebbe gli USA in un paese elevatamente inflazionato e con capitali in fuga. Ma se la BCE volesse non infierire sulla Fed, assecondando il suo inflazionismo, non salverà né gli USA né l’Europa da una recessione stimabile in un paio di anni ed aggravata dalla distruzione dei valori reali.

UNA SCELTA IMPORTANTE - L’evitare uno scontro “concorrenziale” tra valute è nei fatti assimilabile a continuare ad avere un’unica politica monetaria mondiale, in specie un livellamento verso il basso sul modello USA, il che andrebbe a diffondere (o aggravare) ovunque le condizioni americane di sovraindebitamento e debolezza produttiva, lasciando spazio in Sud America e in Asia per nuove unioni monetarie di crescente appeal per i capitali “occidentali”. Seguire la Fed significa socializzare i costi della sua politica, seguire una “dura” BCE significa reimpostare lo sviluppo economico su binari di sostenibilità. Nell’ultimo trimestre del 2008, verificato se il rialzo del Refi a luglio non sarà isolato, e sciolti i problemi di nomina da parte del nuovo Presidente USA di gran parte dei Governatori delle Fed locali, capiremo quale strada sarà stata scelta.

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