Doveva essere un sogno economico, politico e sociale che unisse ventisette paesi sotto la stessa bandiera. Ma il gran rifiuto dell’Irlanda potrebbe raccontare una storia diversa. Cosa accade e accadrà dopo il terremoto europeo.
Per l’Unione Europea si è trattato proprio di un nerissimo venerdì 13, appunto il 13 giugno scorso, quando è giunto il secco “no” dell’Irlanda al Trattato di Lisbona. Ora la strada per le riforme comunitarie si prefigura di nuovo tutta in salita. Dopo sei anni di tira e molla, nelle capitali europee prevalgono l’esasperazione e la voglia di giungere a qualsiasi costo all’epilogo del capitolo istituzionale. Ventisette Paesi sull’orlo di una crisi di nervi?
NON TUTTI APPROVANO - Questa volta, il folletto della mitologia nazionale irlandese pare abbia giocato un brutto scherzo ai circa 500 milioni di europei. E si è realizzato il paradosso per cui un Paese di appena quattro milioni di abitanti, meno dell’1% della popolazione europea, potrebbe aver posto un veto ai piani di integrazione europea. Come preannunciato da diversi sondaggi, l’Irlanda ha respinto il Trattato d’Unione europeo nel referendum nazionale. Il Trattato di Lisbona è il testo che modifica il trattato sull’Unione Europea e il trattato che istituisce la Comunità Europea, ossia i testi su cui si basa oggi il funzionamento
dell’Unione. Per entrare in vigore, il Trattato doveva essere approvato da tutti i 27 Paesi che formano l’UE. Finora sono 18 i Paesi che hanno già provveduto alla ratifica del Trattato secondo le procedure dei rispettivi parlamenti. Dopo il no dell’Irlanda, i nomi che spiccano come ancora mancanti all’appello sono soprattutto Gran Bretagna, Spagna, Italia e Polonia. Il rifiuto di Dublino gela l’Europa. Hanno prevalso le paure sulla perdita d’identità, d’autonomia, di potere per l’Irlanda. Il Trattato non ha generato sufficiente entusiasmo tra la gente comune, che non ne ha compreso la sostanza e le conseguenze. Ma questa non è una novità. Tutte le volte che gli europei sono stati chiamati alle urne per esprimersi sull’Europa, ne hanno bocciato le idee. L’ultimo episodio risale a tre anni fa, quando Francia e Olanda, due delle “madri fondatrici” del progetto comune originario, si sono manifestate contro la Costituzione Europea. Bocciato anche il Trattato di Lisbona, adesso non è chiaro quali saranno le prossime mosse che l’UE intende compiere.
CONSEGUENZE - Quello che è chiaro, invece, è cosa significa il no dell’Irlanda. Innanzitutto, che a gennaio 2009 l’Europa non avrà, come previsto, un nuovo Presidente permanente del Consiglio e neanche un Ministro degli Esteri. Segue che non ci sarà il ridimensionamento del numero di europarlamentari alle elezioni della primavera 2009, così come quello dei commissari. Non ci sarà un servizio diplomatico unificato e parallelamente si allontana la possibilità di decidere a maggioranza su un
ampio numero di questioni, tra cui immigrazione e giustizia.
Su questi scogli è naufragata la Costituzione. Ma il Trattato di Lisbona, forse, riuscirà a salvarsi. Il presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso, di fronte alla “Waterloo di Dublino” ha lanciato un appello accorato: bisogna andare avanti con le ratifiche. Si tratta di una reazione prevedibile. È un tentativo per cacciare il fantasma dell’effetto domino dello stop alle rimanenti ratifiche, con allegato deragliamento del Trattato e altri lunghi anni di negoziati sulle nuove regole da dare all’Unione. Come a tentare di spegnere il nuovo focolaio che minaccia la casa comune europea, gli fa eco il presidente francese Sarkozy, che dal primo di luglio 2008 sarà il prossimo presidente di turno dell’UE. È Sarkozy ad avvertire che, senza nuove regole, l’Europa non potrà accogliere altri soci, non la Croazia ormai al traguardo, non la Serbia e gli altri Paesi balcanici che seguono a ruota.
PIANO “B” - Sulla coda di queste affermazioni la maggioranza dei governi, guidata da Francia e Germania, si è pronunciata per continuare nel processo di ratifica. A differenza di quanto è accaduto nel 2005 dopo la bocciatura francese della Costituzione, questa volta potrebbe esistere un “piano B”. L’idea che corre per i corridoi di Bruxelles è quella di raggiungere entro la fine del 2008 almeno i quattro quinti
delle ratifiche. A questo punto si costringerà gli scettici a scegliere: o ratificano, accontentandosi al limite di qualche protocollo che consenta loro di salvare la faccia, o accettano un’appartenenza all’Europa solo parziale e limitata, visto anche che il nuovo Trattato prevede un meccanismo di uscita dall’Unione. Giuridicamente si tratta di un’ipotesi che fa acqua da tutte le parti. Tuttavia, se ci fosse una forte determinazione politica da parte di tutti i maggiori Paesi, il progetto avrebbe buone possibilità di poter trovare uno sbocco concreto. Dopo tutto, non sarebbe la prima volta che i dirigenti europei modificano i testi comuni per soddisfare esigenze nazionali. Ma gli sforzi dei più convinti europeisti non possono nascondere che ormai la battuta d’arresto c’è stata. I danni prodotti dal “no” irlandese restano gravi. Per quanto “elegante” possa essere la pezza che i governi europei riusciranno a mettere al già rattoppato vestito europeo, la fiducia nella democrazia rappresentativa proposta dall’UE si è ulteriormente incrinata. Quello che resta da fare è salvare il salvabile e aggiustare il meccanismo del consenso che, così come concepito, evidentemente non funziona.



























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Doveva essere un sogno economico, politico e sociale che unisse ventisette paesi sotto la stessa bandiera. Ma il gran rifiuto dell’Irlanda potrebbe raccontare una storia diversa. Cosa accade e accadrà dopo il terremoto europeo….
Crisi Europa nel dopo irlanda? Doveva essere un sogno economico, politico e sociale e invece……
Doveva essere un sogno economico, politico e sociale che unisse ventisette paesi sotto la stessa bandiera. Ma il gran rifiuto dell’Irlanda potrebbe raccontare una storia diversa. Cosa accade e accadrà dopo il terremoto europeo….
Credo che la questione dell’approvazione del Trattato verrà risolta. Magari con qualche concessione a Praga o alla stessa Dublino.
Tuttavia è da tenere presente, nonostante i grandi proclami pubblici, che i governi nazionali di grandi Paesi come la Francia, o l’Italia stessa (che ha subito fatto amrcia indietro sulle dichiarazioni di Castelli e calderoli), o al Gran bretagna non sono prorpiamente filo-europei.
Se poi andiamo a vedere i risultati dell’Eurobarometro sul gradimento dell’UE per i cittadini degli Stati membri scopriamo dati bizzarri: un generale abbassamento della soglia di gradimento che mi pare si attesti al 45% per la media europea a fronte di un 65% di irlandesi che hanno una concezione positiva dell’Unione.
La questioen Europa dipende dalal volontà politica di costruirla. Ma in un’epoca di grandi concentrazioni non è più possibile pensare di combattare certe battaglie a livello nazionale. Questo è evidente. Il vero obiettivo è quello di iniziare a guardare l’UE come un sogegtto politico e non solo un serbatioi finanziario o uno specchietto per le allodole per decisioni scomode ma necessarie per la politica interna dei Paesi Membri.