di Alessandro Guerani
postato alle 10:01 del 24 novembre 2008 in EconomiaTorna alla home

Il più grande network finanziario del mondo è in grave difficoltà. Ora, che fare: nazionalizzare? Vendere a Goldman Sachs? Azzerare il capitale e mettere in vendita a un dollaro?

Meno 50% in tre giorni, -87% dall’inizio del 2008. In questi due numeri negativi è racchiusa la recente storia azionaria di un altro dei giganti del credito statunitense: il gruppo Citigroup, la cui azienda più famosa è la Citibank, già conosciuta nei ruggenti anni 50 come First National City Bank of New York. Un gruppo che, proprio ieri, ha ricevuto l’ok per l’ennesimo salvataggio USA di Stato, con un investimento pari a 20 miliardi di dollari (quasi 16 miliardi di euro).

IL GIGANTE DAI PIEDI DI ARGILLA - Per capire bene le dimensioni del disastro di cui stiamo parlando è utile fare riferimento alla grandezza del gruppo Citigroup che è il più grande network finanziario del mondo con 12.000 uffici in 107 stati, 385.000 dipendenti e oltre 200 milioni di conti correnti di clienti. Che questa gigantesca macchina finanziaria si stesse inceppando già lo si avvertiva dai dati dell’ultima semestrale di bilancio che prevedeva delle perdite per il quarto trimestre consecutivo e la previsione di tornare all’utile non prima del 2010. Un brutto colpo per una banca che comunque deteneva il record mondiali degli incassi sulle transazioni finanziarie, essendo fra l’altro anche uno dei principali collocatori di bond federali USA. Ad agosto poi era stata condannata a pagare oltre 14 milioni di dollari per rimborsi a migliaia di clienti e 4 milioni di dollari allo Stato della California per una truffa che consisteva nell’incamerare i saldi positivi sulle carte di credito (rivenienti da doppi pagamenti per errore o dal decesso dell’intestatrio) senza ovviamente dir nulla a nessuno, come dei Fiorani qualsiasi.

TUTTO OK? - Ma nonostante le difficoltà già manifeste da mesi nel settore dei mutui e dei prestiti e i 25 miliardi di dollari già incamerati dalla FED, il management di Citigroup ha continuato a considerare i crediti nel proprio portafoglio come invulnerabili alla crisi: ancora a settembre il responsabile del trading,Tomas Maheras, continuava a spergiurare in tutte le riunione che tutto era a posto e che le eventuali perdite erano entro i limiti della normalità. La verità era che da anni la valutazione dei rischi era affidata ad un modello statistico che, per sua natura, non poteva ricomprendere un crollo verticale del mercato immobiliare, inoltre nessuno voleva rinunciare ai benefit che sarebbe andati in fumo di fronte ad una situazione di difficoltà. Quando costretti dal susseguirsi di voci del mercato a guardare davvero dentro le proprie attività, i dirigenti di Citigroup hanno dovuto ammettere che tanti, troppi crediti, potevano valere oggi al massimo dal 20 al 40% del loro nominale: un “buco” da 65 miliardi di dollari.

COMPLALE COMPLALE, UN DOLLALO TLE CLAVATTE - Nonostante il principale azionista di Citigroup sia il principe saudita Al Waleed col 4,9% nemmeno i paperoni arabi stavolta possono fare più di tanto, specialmente ora col petrolio anch’esso in precipitoso calo. Si profilano quindi giorni difficilissimi già da lunedì (oggi per chi legge) in cui si vedrà anche all’opera per la prima volta la nuova amministrazione presidenziale a cui toccherà dare l’input per la risoluzione del caso. Le soluzioni scarseggiano: affidare Citigroup a Goldman Sachs significherebbe aggiungere debiti a debiti, non esattamente la migliore soluzione; nazionalizzare può essere la strada ma, viste le dimensioni di cui stiamo parlando, sarebbe veramente la nascita di una IRI a stelle e strisce e sicuramente un avvenimento epocale che non potrebbe non avere profonde ripercussione politiche in tutto il Mondo. Rimane aperta anche l’ipotesi di azzerare l’intero capitale di Citigroup e metter in vendita il tutto al prezzo figurativo di un dollaro. Non so voi, ma io il mio lo ho appena dato al barbone all’angolo, mi spiace per Citigroup. Non si può far beneficienza a tutti di questi tempi.

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