Cgil, Cisl e Uil continuano a suonarsele di santa ragione, praticamente su tutto. Sullo sfondo, strategie diverse, visioni diverse. E la riforma della contrattazione che non decolla, anche per colpa del governo nazionale
Non passa giorno che i tre leader dei sindacati non si accusino tra loro, dalla vicenda – poi rientrata, ma che cova sotto la cenere – dell’Alitalia, ai rapporti con il governo, a quelli con Confindustria. A partire dal tema centrale della riforma della contrattazione, fondamentale per permettere a tutti i lavoratori di avere un
contratto più tempestivo e per rafforzare il legame fra salari e produttività. Questo punto in particolare merita una piccola riflessione.
UNA RIFORMA INDISPENSABILE - Il sistema della contrattazione in vigore è del 1993, quando non c’era la globalizzazione e la politica monetaria si faceva a Roma. Una riforma è davvero indispensabile: dopo l’entrata nell’euro l’inflazione programmata non ha più senso, il sistema ha generato oltre 600 contratti di categoria e soprattutto non riesce a rinnovare i contratti in tempo (quasi due terzi dei lavoratori dipendenti del settore privato aveva il proprio contratto scaduto), con conseguenze negative sulla salvaguardia del potere di acquisto. E, soprattutto, la contrattazione di secondo livello riguarda una percentuale piccola di imprese, inferiore al 10%. Sono le imprese più grandi, che rappresentano il 40-45% dei lavoratori. Con questi presupposti, non stupisce che l’istat certifichi che nel periodo 1995-2007 in Italia c’è stata contemporaneamente una riduzione dei salari reali pro-capite e della produttività.
UN CONFRONTO DIFFICILE - Su questa base il confronto è partito da posizioni non proprio conciliabili. Cgil, Cisl e Uil hanno faticosamente elaborato una piattaforma comune, sulla quale è arrivata a sparigliare le carte la proposta di Confindustria, che è andata in un’altra direzione. Ma, sorprendentemente, con reazioni diverse da parte dei 3 sindacati. Essa prevede due livelli contrattuali, il nazionale e l’aziendale. Del livello territoriale, proposto dai 3 sindacati ma sgradito a Confindustria, non c’è traccia. Gli aumenti contrattuali a livello nazionale per il recupero del potere d’acquisto, sono “garantiti” dall’indice di inflazione previsionale. Il resto degli aumenti dovrebbe essere determinato attraverso la contrattazione di secondo livello e dovrebbe
quindi variare da impresa a impresa. Per i lavoratori non coperti dalla contrattazione aziendale è prevista una clausola di garanzia, un incremento retributivo solo per quelle imprese, per lo più le piccole, nelle quali la contrattazione di secondo livello non c’è. Per il tema dei ritardi del rinnovo contrattuale, si prevede un’indennità di vacanza contrattuale al 30% per i primi 6 mesi e poi del 50% e un comitato interconfederale formato da Confindustria e dai sindacati confederali con il compito di verificare i motivi che hanno portato, per un dato contratto, a eccessivi ritardi di rinnovo.
LA PROPOSTA DI CONFINDUSTRIA– L’indice di inflazione previsionale si applicherebbe soltanto alle componenti della retribuzione stabilite nei contratti nazionali (i minimi tabellari e il valore medio degli scatti di anzianità) abbassando i livelli su cui applicare l’aggiustamento, e verrebbe calcolato depurandolo dell’inflazione importata, quella derivante da aumenti delle materie prime: i lavoratori dovrebbero accettare una riduzione di copertura salariale, con una prevedibile riduzione del potere d’acquisto. Ma, soprattutto, l’applicazione degli aumenti soltanto ai minimi tabellari e alle retribuzioni convenzionali comprimerebbe la struttura salariale, in contrasto con l’obiettivo dichiarato di incrementare la produttività. La contrattazione di secondo livello, a livello aziendale non si applica di fatto alle micro e piccole imprese (quindi a circa il 60% del totale dei lavoratori), e la clausola di garanzia non lega l’aumento del salario ad alcun parametro di produttività, anzi prevede un incremento uguale per tutti e quindi – ancora una volta – tende ad appiattire la struttura retributiva e quindi non incentiva la produttività. E sarebbe limitata ai lavoratori che non hanno mai avuto aumenti oltre i minimi contrattuali, rendendola residuale. La proposta di indennità di vacanza contrattuale per i mancati rinnovi contrattuali pare un incentivo per i datori di lavoro a non firmare, in un sistema con il cronico problema di non rinnovare i contratti in tempo. E la farraginosità e macchinosità con cui si attribuisce a un comitato interconfederale formato da Confindustria e dai sindacati confederali il compito di verificare i motivi che hanno portato, per un dato contratto, a eccessivi ritardi di rinnovo non aiuta a rendere condivisibile la proposta. Pur essendo molto diversa da quella della piattaforma sindacale, Cisl e Uil hanno sostanzialmente accettato la proposta di Confindustria, mentre la Cgil si oppone.
I RAPPORTI TRA LE CONFEDERAZIONI - A parte che nel merito ci sono proposte interessanti e ragionevoli, come quella di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, colpisce il solco tra le confederazioni sindacali.
Pesano su questi atteggiamenti un problema di diversa rappresentatività nei settori e le diverse prospettive. La Cisl (a cui la Uil pare sempre più accodata), condizionata dalla sua anima “filo-governativa” e da un’idea di sindacato “cogestore” più che “antagonista”, che punta da tempo sugli enti bilaterali. Strategia si è saldata con le idee del ministro del welfare Maurizio Sacconi e della presidente di Confindustria sul superamento della cultura antagonista e del conflitto tra capitale e lavoro. La Cgil invece è stretta dalla presenza di un’ala più massimalista al suo interno, effettivamente un po’ rigida sulla contrattazione di secondo livello.
LA TENTAZIONE DELLA ROTTURA - Ma quello che non è comprensibile è l’idea di varare una riforma del sistema contrattuale contro il sindacato più grande e rappresentativo. E che si accompagna alla tentazione “politica” di gran parte del governo di usare la Cgil come grimaldello per far esplodere le contraddizioni dell’opposizione. Questa strategia, in cui si saldano ambizioni personali, diverse visioni dei rapporti sindacali e la miopia di classi dirigenti che - di fronte alla bufera economica e occupazionale che si avvicina - preferiscono fare regolamenti di conti anziché affrontare insieme (nelle diversità inevitabili) il difficile biennio che si presenta, non promette niente di buono. Per i lavoratori, per tutte le organizzazioni sindacali. E per l’Italia.
























Avranno il danno, la beffa e gli sberleffi…
Tranquilli, non è una cosa seria
Ricordatevi di Alitalia.
@AG: Eh eh eh eh…