L’inutilità di un personaggio simbolo della sinistra in crisi e ormai priva di punti di riferimento: un residuato bolscevico che ancora infesta le nostre televisioni.
C’è un personaggio capace d’incarnare da solo la crisi dello sgangheratissimo popolo della sinistra organizzata, quella che ormai non sa più a cosa aggrapparsi per restare a galla. “Walter Veltroni? Renato Curcio? Rick Astley? Gino Strada?” direte voi. No, ragazzi, avete sbagliato. Si chiama Paolini. Se il nome non
vi dice nulla provate a pensare a quell’esagitato che cerca visibilità aggredendo alle spalle gli inviati dei telegiornali moderati: col parruccone nero in testa e un cartello pieno di sconcezze in mano (insulti e accuse – perlopiù irriferibili – a personalità quasi sempre meritevoli di stima) riesce spesso a raggiungere i microfoni e ottenere quello spazio che gli è riconosciuto solo nella statalmente assistita TeleKabul – intoccabile cattedrale allo spreco di danaro pubblico benedetta da sindacati e poteri forti.
MONOLOGHI DAL PASSATO - In quel tempio dedicato alla noia i suoi show possono durare anche delle ore. Senza contraddittorio alcuno, come è nella tradizione staliniana. Veri e propri monologhi che diventano l’occasione per fare a pezzi i fiori all’occhiello del nostro paese. Ecco la tragedia del Vajont trasformarsi in un pretesto per demonizzare in un colpo solo quelle grandi opere che tanto servono al nostro sistema e il laborioso popolo del nord-est – irriso da Paolini con un improvvisato quanto approssimativo accento veneto. In un altro se la prende con la nostra compagnia di bandiera alludendo ai soliti complotti massonico-pluto-
giudaici (avallati dai perfidi Stati Uniti d’America pre-Obama, of course). La solita storia trita e ritrita, insomma. C’è ancora qualcuno che desidera sapere cosa sia successo a Ustica il 27 giugno 1980? La risposta è: no. Chi deve far funzionare la locomotiva Italia non ha tempo di voltarsi indietro – per scoprire cosa, poi?
LA FINE CHE SI MERITA - Parolaio irriducibile, professionista del nulla; Paolini canta il mito dell’operaio buono, le eroiche gesta del Sergente bolscevico che sconfigge i cattivissimi fascisti tra le nevi ucraine equel mito dell’Italia che non c’è più (per fortuna, aggiungiamo noi) che è il core business del PD-DS-PDS-PCI: ma lo spazio garantitogli dalle camarille del teatro più irregimentato evidentemente non gli basta, così lo vediamo sulle reti libere lanciare anticoncezionali e inneggiare alla sessualità sfrenata da perfetto reduce sessantottino, impedendo il lavoro di qualche povero corrispondente Rai o Mediaset troppo intimidito per rispondergli come fece dieci anni or sono il compianto Paolo Lotar Frajese a Parigi: con un calcio simile a quelli che alle ultime elezioni gli italiani hanno dato alla partitocrazia che ha sempre protetto questi guitti dalla protesta facile, cancellando definitivamente la sinistra dal Parlamento e dalla Storia. E ora a lavorare!




giusto. ‘Sti personaggi simbolo della sinistraincrisi nun se reggon più
in questo totale grigiore e bombardamento di tristi uomini seri e preparati…….
non c’ è niente di meglio di un fesso cresimato per fare fa’ du’ risate in allegria
Sei così sicuro che nessuno vuole voltarsi indietro per sapere cosa sia successo ad Ustica?
Se, come dici tu, “chi deve far funzionare la locomotiva Italia non ha tempo di voltarsi indietro”, allora DOVREMMO FREGARCENE dell’11 settembre, delle stragi della mafia, della scomparsa di emanuela orlandi, delle brigate rosse?
Io non sono d’accordo, voglio sapere la verità, conoscere la storia.
anonimo,
rileggi piano piano il pezzo
sono sicuro che troverai la chiave interpretativa corretta
Bisognerebbe mettere un banner a volte per segnalare l’uso dell’ironia
A-ha!!! Posso dirlo, con orgoglio: io l’avevo detto! Lo sapevo, io, che ho buon fiuto, che Marco Paolini non poteva essere di razza veneta, non almeno in percentuale accettabile. Lui dice di essere nato a Belluno e di avere fatto le scuole a Treviso – la mia patria – ma un bolscevico di sinistra intellettualoide come lui non poteva essere uno di noi. Adesso che abbiamo scoperto la sua vera faccia da farabutto nato a sud del sacro fiume, voglio sperare che si aprano gli occhi a molta della nostra brava gente vergognosamente ingannata dal cavallo di Troia del culturame comunista italico. La verità trionfa sempre. L’importante è never gonna give it up!
Al posto di “cavallo” volevo scrivere “figlio”, ma so che Giornalettismo per fortuna si salva dalla vergognosa licenza verbale che impera nei media.
Gnente, ho letto il pezzo, l’ho riletto, ma non ci arrivo proprio, non l’ho capito
Cos’e’ che mi sfugge?
Posso comprare una vocale?
Un aiutino dal pubblico?
E’ un pezzo scemo+scemo e bisogna adeguarvisi… ma se si è intelligenti si ha qualche problema…
Ahahahahahahahah. Fantastico, non sono riuscito a finirlo perché al passaggio dai cartelli pieni di insulti ai monologhi sul Vajont sono scoppiato a ridere. Unico difetto, il rickrolling messo così è troppo evidente.
we’re no strangers to loooove
you know the rules and so do iiiii
E’ inaudito che un artista di così vigoroso impegno sociale, un artista che onora la Repubblica uscita dalla Resistenza, sia oggetto di attacchi di aperta natura squadristica. A questo siamo arrivati! Su questo invece dovrebbero riflettere coloro che, in questi tempi di satrapia mediatica, attaccano con leggerezza i gangli vitali della Costituzione del 1948, che sono le fondamenta stesse sulle quali poggia il sentimento democratico della nostra società civile.
Retropensiero democratico
mica male come idea, Zamax, potresti fare il controcanto a Retropensiero Liberale
Del tutto condivisibile, mi pare.
Ma l’infestatore è Gabriele, mentre quello del Vajont è Marco, nevvero?
ragazzi siete perfidi… purtroppo non tutti sanno al differenza fra Paolini e Paolini (come la storia del famoso Jazzista di colore che per primo approdò con un triciclo sulla luna). Poi dopo si rischia di trovare exploit seri come quelli dell’anonimo…
I was rickrolled for the lulz