di Vincenzo Ricchiuti
postato alle 16:20 del 19 novembre 2008 in CulturaTorna alla home

Ciao a tutti, mi chiamo John Bennett Ramsey e dodici anni fa circa ho ucciso una bambina. Si chiamava come me, JonBenét, la fusione dei miei due nomi.

Aveva sei anni quando è morta ed era mia figlia. A dire il vero non l’ho uccisa io. Ma in certi stati dell’Amerika come omicidio vale pure l’omissione o il semplice stare a guardare inerte quando qualcuno muore. In certi casi l’indifferenza vale come aggravante. Anziché autodifesa.

GIRLS ON FILM - Salve a tutti, dicevo, sono il padre di Miss Amerika. Mini Miss Amerika. E’ una bambina bellissima, e non lo dico certo perché ne sia il padre. C’è tanto di certificato delle più qualificate giurie di bellezza del paese. Ho tanto di foto. Si, ne ho tante. Dolcissima quanto occorresse per far piacere a gente esigente e pretenziosa con i figli come me. Ma inutile ve la descriva. La conoscete tutti. All’epoca io e la mia povera defunta moglie Patsy ve ne inondammo le camerette. Un fenomeno che Shirley Temple ci faceva le seghe, non fosse stata per la costante e snervante piscia a letto. Bionda, riccioli cotonati, occhioni blu, cosce al vento. Qualcuno la definì una piccola troia west da bordello. Forse per via dei vestitini che indossava. D’altronde mia moglie la voleva uguale a lei ed il suo pedigree di ex Miss le faceva avere in materia di concorsi, gare, book ed esibizioni sempre ragione. La classica ultima parola: insieme uscivano come sorelle per una corona sola. La madre di JonBenet all’epoca era malata di un tremendo cancro alle ovaie. Oggi meglio, grazie, perché è morta. Benché ancora giovane, sapeva che stava, come donna, appassendo e sapeva che dopo quello, se fosse sopravvissuta, sarebbe rimasta monca come una pianta sterile. Sapeva anche che la sua vita era in pericolo e la giovinezza ormai un ricordo senza contare che come amante per me era diventata zero. Stando in terapia aveva assunto quell’aspetto orrendo, verde d’invidia e vittimista, di tutte le ex belle in cerca di un volto amico che le restituisse fiducia in un sorriso. Evitandole lo specchio. Dal canto mio, son anni che mi guardo alla ricerca di qualcosa e continuo a dirmi, embè che c’è di strano poi ad essere assassini. Chissà che mi credevo poi.

L’OMICIDIO PERFETTO - L’ho uccisa, la mia bambina, quando abitavamo in una casa da un miliardo. Già prima che ci andassimo noi e la bimbotta ci rimettesse il collo, quell’interrato a tre piani fungeva come meta di curiosi e amici della ridente cittadina che ospitava. Dopo il fattaccio, son arrivati a offrirmi mezzo milione soltanto per ripetere la prova calligrafica, un incidente probatorio del processo. Essì che sono stupidi gli uomini. Il bloc notes su cui avevo scritto la stramba (grazie mille, facciamo “artistica”) richiesta di riscatto dopo l’omicidio, tre fogli riempiti al tavolo della mia cucina in un silenzio magico da vera Notte di Natale, era di mia moglie nella sua cucina. La grafia che ho imitato, mentre mia figlia si garrotava giù in cantina, al novantanove virgola novantanove pure, e la “prova” doveva fare carico a me. Glielo dissi all’ispettore, mandandolo diritto -ad inguaiarlo- sul mio socio, della ridente polizia locale, e poi al sospettoso foresto dell’Fbi: cazzi vostri questo caso, l’omicidio è perfetto. Non contate su di me.

CHI ERAVAMO - All’epoca ero solo un uomo benestante, dall’avviata industria d’informatica, con una prima figlia morta senza il mio aiuto in macchina ed una seconda moglie non scopabile. E non ero sospettabile e non era colpa mia. Una minuscola celebrità locale da giornali della sera che si vendono con zucchero filato e “quattro salti in padella” dandoli dal droghiere al posto del resto. Non certo sospettabile e non per colpa mia. Un autista di due infoiate femmine, di quaranta e sei anni, reginette di bellezza sette su sette, dodici & dodici, venticinque ore al giorno. Un anno dopo l’altro. Ma non era nemmeno questo. In fondo ero orgoglioso di mia figlia. Era una figlia bella, e soprattutto, a differenza della prima, viva. Ancora viva, ancora per un poco. Non che fosse una star consolidata ed inavvicinata. Sempre poco pelo (in tutti i sensi) aveva. Due strilli, qualche ingiustizia, due colpi bassi, le rubavi due biscotti e si ridimensionava. No, è che era Natale in quel ’96. E sembrava tutto così perfetto. L’albero era alla grande. Mia moglie era all’apice. Una gran donna che si batteva contro un tumore, rimanendo bella per un futuro migliore. E a modo suo mi amava. Come amano spesso le donne. Continuando imperterrite la propria vita di sempre. E guardandoti per metterti in agenda. Le figlie belle poi sono una tragedia. Oggi che invece sono finalmente un uomo solo, lo so. Oggi che sono solo, ho un figlio maschio che la mattina del ritrovamento si ostinava a giocare col nuovo gameboy e che le cosce le ha sempre portate pelose e che mi ha sempre somigliato troppo per poterci soffrire, oggi che sto così, sospettato ed innocente e la colpa è solo mia, lo so come si sta. Come ci si sta bene, senza il bene. La sento la ragione di ogni colpa che stranamente noi tutti un po’ cerchiamo: non siamo mica scemi, gente, la ragione è la liberazione. A parte che non sto più nel traffico. Serenamente marci piuttosto che soffertamente in pena per dover ricambiare. Perché noi non vogliamo essere amati ed è per questo che siamo infelici. Noi vogliamo soltanto rimanere soli.

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