L’invasione dei prodotti a basso costo può tornare utile ai consumatori che vogliono mantenere inalterato il proprio stile di vita nonostante il ridotto potere d’acquisto. Ma cosa succederà quando la situazione peggiorerà?
La globalizzazione ha avuto due effetti, da un lato ha spostato quote di produzione industriale dai Paesi sviluppati verso quei Paesi a basso costo della manodopera, dall’altro ha invaso i nostri Paesi di prodotti a basso costo. Questi due fenomeni hanno dato vita a una categoria di consumatori, si tratta dei consumatori
low cost, una classe media (ma non solo) messa in difficoltà dai cambiamenti economici e sociali di questi ultimi anni.
IDENTIKIT DEL CONSUMATORE LOW COST - E’ una categoria difficilmente definibile, ne fanno parte sia la classica classe media, gli impiegati, la vecchia piccola borghesia, sia i lavoratori precari. Ma anche insospettabili dai redditi medio alti. Secondo l’Eurispes un terzo degli italiani sono consumatori low cost, per lo più sono giovani, in molti casi lavoratori a tempo determinato. Ad essere variegate non sono solo le categorie sociali appartenenti al nuovo mondo dei consumatori low cost, ma anche le tipologie di acquisti. Si va dai prodotti tecnologici all’abbigliamento, dai mobili ai viaggi, dai prodotti alimentari alle automobili. I prodotti low cost maggiormente acquistati sono i generi alimentari (53%), l’abbigliamento (51%) e i biglietti aerei (41%), seguono i prodotti tecnologici (41%) e i prodotti farmaceutici (31%). Sono persone che acquistano i mobili all’Ikea, che viaggiano con RyanAir, che vestono Zara, che comprano i farmaci generici e che fanno i loro acquisti quotidiani nei discount, risparmiando fino al 30% rispetto a un supermercato tradizionale. In Italia il boom lo abbiamo avuto in quest’ultimo decennio, quando la disoccupazione è passata dal 12% al 6%, un miglioramento però non percepito, anzi in tanti avvertono un peggioramento. Tuttavia i consumi sono aumentati, ma verso prodotti che consentono di spendere meno. Uno stile di vita tra moda e necessità, o necessità camuffata da moda per dignità.
FARE DI NECESSITA’ VIRTU’ - Secondo un’indagine dell’istituto di ricerca Nextplora per il 64% i prodotti low cost sono prodotti con un ottimo rapporto qualità/prezzo. Ma si compra low cost per poter comprare di
più o per mantenere inalterato il proprio stile di vita nonostante l’inflazione e il ridotto potere d’acquisto? Il 42% acquista questi prodotti a causa di una ridotta disponibilità di spesa, ma trattandosi di un mondo variegato, non tutti i consumatori low cost sono tali per motivi economici. Il 29% lo fa perché vuole poter scegliere tra una gamma più estesa di prodotti, il 26% perché vuole fare i suoi acquisti online senza perdite di tempo, tanto che il 55% degli italiani i propri acquisti low cost li effettua proprio su internet, ma si tratta per lo più di prodotti tecnologici e di biglietti aerei. Ad essere a rischio sono quel 42% di consumatori low cost.




Sarebbe interessante anche chi compra ancora più low cost, bancarelle, pimkie, oviesse, etc. Senza dimenticare quelli che rovistano nella spazzatura. Stiamo andando sempre più in basso, ma vuoi mettere fare cucù alla Merkel? Tsé
sarebbe interessante *andare a vedere
a proposito di chi rovista nella spazzatura. Pare che sia una pratica diffusa più del previsto anche qui, soprattutto nei bidoni “dei” grandi supermercati che giornalmente buttano una cifra di roba pressocché ancora buona e commestibile, dalle focaccine rimaste al pesce vecchio di un giorno.La mia domanda è: perché la buttano? Perché non la “regalano”? C’è chi lo fa. Potrebbero farlo tutti.
@ Gloria&Loska: I supermercati hanno spesso una politica particolare per le rimanenze o i prodotti che stanno per scadere, negli Usa vi sono gruppi organizzati che prelevano il cibo scartato e lo distribuiscono, ma non tutti i supermercati lo consentono. Invece i produttori spesso li danno ad associazioni come il banco alimentare che provvedono alla distribuzione presso le Caritas ad esempio.
Poi c’e’ anche chi rovista nella spazzatura per scelta di vita, come i freegan (credo si chiamino cosi’).
Non so se esistano indagini serie su quante persone rovistano nei rifiuti per necessita’, mancano anche le statistiche sui quantitativi di cibo “rifiutati” ancora commestibili, invece ad esempio negli Usa statistiche di questo tipo esistono e lasciano veramente inorriditi se si pensa che accanto a societa’ che possono permettersi di buttare del cibo ne esistono altre che… (vabbe’, troppo retorico). Da noi in genere si parla piu’ che altro di persone che vanno al mercato in orario di chiusura per prendere gli scarti e le rimanenze pagandole meno.
da quel che ne so io l’Ipercoop credo dia i propri scarti e le proprie rimanenze a delle associazioni. Altri ipermercati no. Ed in particolare nei pressi di uno di questi, la sera, mi raccontano sia possibile vedere gente distinta andare a prendere dai bidoni gli scarti migliori.
Vicino casa mia esiste invece un supermercato, dove so per certo per averlo chiesto a chi ci lavora, che molta roba in buono stato viene buttata via, anche nel corso della giornata, con divieto assoluto dei dipendenti di portarsela a casa. Mi capita di pensare, quando ci passo la sera prima che chiuda, che quel trancio di pizza che compro io, se nn fossi appunto io a comprarlo, 10 minuti dopo potrebbe trovarsi in mezzo ai rifiuti.
è quasi un controsenso, a mio avviso, che catene di supermercati che a volte si fanno sponsor di iniziative benefiche nei confronti dei più poveri, poi buttino cibo commestibile e fresco giornalmente, ingannino sui prezzi quando accada etc etc. Non riesco a comprendere la loro politica.
perché forse costa meno buttare la roba che conservarla.
@Gloria: i problemi dei supermercati sono essenzialmente due:
- il primo è dovuto ai costi, chi trasporta la merce che non è più utilizzabile dal supermercato? chi gestisce la logistica e le spese relative? chi giustifica l’utilizzo di personale del supermercato per il controllo di quanto fanno?
- il secondo è più di natura legale, un supermercato (ed è valido in generale) non può vendere prodotti che siano oltre la loro data di scadenza (fosse un minuto o un anno). Se dovessero anche solo regalare il cibo legalmente non sarebbero comunque riparati da nessuna conseguenza, chi se lo prende un rischio senza ritorni?
E’ la medesima questione dell’immondizia e del riciclaggio. Fino a quando era economicamente valido fare discariche e non differenziare lo hanno fatto (mi riferisco anche all’esempio degli scarti di lavorazione delle industrie, una volta buttavano tutto, oggi molte restituiscono i materiali di scarto non riutilizzabili al fornitore aggiungendo una leva di contrattazione), nel momento in cui è stato imposto sono diventati tutti ecologisti.
Per l’effetto della crisi, visto il sovrappeso generalizzato un po’ di fame non farà certo male. Il problema sarà l’eventuale accettazione passiva di certe situazioni.