di Luca Conforti
postato alle 10:20 del 17 Giugno 2008 in EconomiaTorna alla home

E mi lascia la moto in mezzo alla strada? Colaninno punta su Alitalia, e sembra voler mollare la Piaggio. Soprattutto per dimostrare a se stesso e agli altri che è un grande imprenditore. Peccato che i numeri dicano il contrario

Roberto Colaninno ha messo «metaforicamente» (Paolo Madron sul Sole 24 Ore) 200 milioni di euro per salvare Alitalia e, a sentire le indiscrezioni, ha già prenotato addirittura la presidenza della compagnia che nascerà dalle sue ceneri. Chiunque segua anche solo distrattamente le cronache finanziarie nazionali ricorderà il manager mantovano come uno dei capitani coraggiosi (definizione di Massimo D’Alema) che finito quasi per sbaglia capo di una Olivetti morente riuscì a scalare la Telecom. I risultati di quell’avventura per le due aziende furono la sparizione per la prima e una zavorra da 35 miliardi di euro di debito per l’altra. Colaninno ne è invece uscito con un patrimonio personale consistente (500 milioni di euro) e un obiettivo: dimostrare di esser un vero imprenditore, ben diverso dai suoi ex soci che l’avevano affiancato nella scorribanda telefonica. Infatti, mentre la “razza padana” guidata da Emilio Gnutti, tentava il colpaccio con le scalate bancarie del 2005 (Bnl e Antonveneta) uscendone sconfitta e annientata, Colaninno già dal 2003 aveva già scelto la sua strada industriale. La Piaggio serviva a dimostrare le sue capacità, dopo che gli avevano negato di rilevare nientemeno che la Fiat.

MISSIONE COMPIUTA? - Ci è riuscito? Mettiamola così: ha risanato la moto italiana più o meno come Bush ha riappacificato l’Iraq. Difficile dire che senza il suo intervento ora la situazione sarebbe migliore, ma parlare di “missione compiuta” è pura propaganda. Dal punto di vista del risparmiatore Colaninno è una specie di maledizione: la depressione cronica del titolo Telecom è iniziata con lui. E rimanendo alla storia recente, le due società sul listino da lui possedute, la holding Immsi e Piaggio, sono state davvero avare di soddisfazioni. In particolare Piaggio, quotata nel luglio del 2006 a 2,3 euro ad azione ora ne vale 1,3. Dai massimi di aprile 2007 (3,88 euro a titolo) sembra passata un’eternità e soprattutto il sogno di un gruppo italiano che sfidasse le varie Honda e Yamaha si è infranto contro il rallentamento dell’economia, due trimestrali al di sotto delle previsioni e un piano industriale da rifare.

UN PO’ DI STORIA… - I cinque anni di Colaninno alla Piaggio non permettono di definirlo un manager che “crea valore”, cioè uno che con le sue decisioni modifica posizionamento e redditività nel settore in cui opera l’azienda. Invece le qualità più spiccate Colaninno le ha mostrate nelle numerose  operazioni di finanza straordinaria e nell’ottenere credito (in tutti i sensi) dalle banche, specie IntesaSanpaolo. Quando salì sulla Vespa prese la guida di un gruppo in leggero utile operativo (la differenza tra i ricavi e spese era positiva), devastato però da un debito da 600 milioni di euro su un fatturato inferiore al miliardo. I margini risicati e gli incerti andamenti di mercato lo rendevano Piaggio incapace di rimborsarlo. Un particolare quasi dimenticato è che quel debito non derivava da perdite accumulate, ma dal fondo Morgan Grenfell di Deutsche Bank che aveva scaricato su Piaggio il costo dell’acquisizione del ‘99 (1300 miliardi di lire) dalla famiglia fondatrice e dagli Agnelli.

UN AFFARONE - Colaninno mise sul piatto 100 milioni e fece un ottimo affare: Banca Intesa e il fondo di Deutsche Bank convertirono parte dei debiti.  Nel 2004 ha aggiunta Aprilia (che aveva in pancia anche Moto Guzzi e Derbi) salvata ad un passo dal fallimento e pagata limitandosi a garantire il rimborso dei debiti  (100 milioni di questi attraverso un bond che potrebbe essere ripagato con azioni Piaggio).  In pratica investendo 240 milioni di euro (i 100 iniziali più un successivo aumento di capitale attraverso la Immsi), Colaninno si è trovato a controllare un gruppo che già nel 2004 fatturava 1,5 miliardi di euro, ma da allora non può vantare risultati eccezionale, né sul fronte delle vendite, né in quello del taglio dei costi. La quotazione a Piazza Affari del 2006 ha fruttato 350 milioni serviti più che altro a far uscire con leggere plusvalenza le banche (Deutsche e Intesa) che avevano affidato al Ragioniere un’azienda senza prospettive. Meno bene è andata per chi ha creduto che quella di Piaggio sarebbe stata una storia di svolta industriale: gli azionisti che hanno comprato in Ipo (o peggio ai massimi dell’anno successivo), nonché lo stesso Colaninno, visto che il 58% di Piaggio di sua proprietà vale 300 milioni di euro, non abbastanza lontano dai 240 investiti direttamente in 5 anni.

SU SU, TIRIAMOCI SU - Ma anche accettando l’obiezione comune tra gli imprenditori italiani (tra cui lo stesso Colaninno) che il valore di borsa non rappresenta in maniera veritiera e puntuale la solidità e lo stato di salute di un’azienda, rimane il fatto che la “grande” Piaggio venutasi a creare in questi anni non ha risolto nessuno dei problemi che angustiavano la “piccola” Piaggio della fine degli anni ‘90: 1) il mercato europeo piatto; 2)le vendite in India e in Cina che crescono a ritmi elevati, ma con margini cronicamente bassi (troppo per risultare interessanti ad un azienda europea); 3)il gap dimensionale rispetto i giapponesi (Honda 10 milioni, Yamaha 4 milioni di moto all’anno)  è ancora elevato. Il primo produttore europeo con sede a Pontedera non arriva al milione nemmeno considerando la joint venture cinese di cui però possiede solo il 45%. Negli ultimi sei mesi si sono aggiunte ulteriori difficoltà e secondo gli analisti i ricavi 2008 si ridurranno rispetto all’anno prima (intorno a 1,65 miliardi) e anche l’utile si assottiglierà. Non mancano però i sostenitori del capitano coraggioso e parlano della “case historyPiaggio come un mezzo miracolo nel senso che la presenza di Colaninno ha assicurato visibilità, buona stampa e la benevolenza delle banche, scongiurando il rischio della sparizione dell’azienda. Per costoro le difficoltà congiunturali non eliminano il fatto che un azionariato forte ha permesso di tornare a fare investimenti sui prodotti e sulla ricerca. Ma anche in questo caso l’idea di abbandonare per Alitalia (ipotesi smentita) o anche solo di affiancare i due impegni appare fuori luogo: se Colaninno ha fallito nella ristrutturazione di Piaggio, non si capisce perché debba far altri danni alla Magliana. Se invece sta facendo sufficientemente bene sarebbe sbagliato dover abbandonare alle prime difficoltà un progetto che ne dimostrerà definitivamente le sue capacità imprenditoriali. Ragioniere, prenda il prossimo volo, è meglio per tutti.

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