E mi lascia la moto in mezzo alla strada? Colaninno punta su Alitalia, e sembra voler mollare la Piaggio. Soprattutto per dimostrare a se stesso e agli altri che è un grande imprenditore. Peccato che i numeri dicano il contrario
Roberto Colaninno ha messo «metaforicamente» (Paolo Madron sul Sole 24 Ore) 200 milioni di euro per salvare Alitalia e, a sentire le indiscrezioni, ha già prenotato addirittura la presidenza della compagnia che nascerà dalle sue ceneri.
Chiunque segua anche solo distrattamente le cronache finanziarie nazionali ricorderà il manager mantovano come uno dei capitani coraggiosi (definizione di Massimo D’Alema) che finito quasi per sbaglia capo di una Olivetti morente riuscì a scalare la Telecom. I risultati di quell’avventura per le due aziende furono la sparizione per la prima e una zavorra da 35 miliardi di euro di debito per l’altra. Colaninno ne è invece uscito con un patrimonio personale consistente (500 milioni di euro) e un obiettivo: dimostrare di esser un vero imprenditore, ben diverso dai suoi ex soci che l’avevano affiancato nella scorribanda telefonica. Infatti, mentre la “razza padana” guidata da Emilio Gnutti, tentava il colpaccio con le scalate bancarie del 2005 (Bnl e Antonveneta) uscendone sconfitta e annientata, Colaninno già dal 2003 aveva già scelto la sua strada industriale. La Piaggio serviva a dimostrare le sue capacità, dopo che gli avevano negato di rilevare nientemeno che la Fiat.
MISSIONE COMPIUTA? – Ci è riuscito? Mettiamola così: ha risanato la moto italiana più o meno come Bush ha riappacificato l’Iraq. Difficile dire che senza il suo intervento ora la situazione sarebbe migliore, ma parlare di “missione compiuta” è pura propaganda. Dal punto di vista del risparmiatore Colaninno è una specie di maledizione: la depressione cronica del titolo Telecom è iniziata con lui. E rimanendo alla storia recente, le due società sul listino da lui possedute, la holding Immsi e Piaggio, sono state davvero avare di soddisfazioni. In particolare Piaggio, quotata nel luglio del 2006 a 2,3 euro ad azione ora ne vale 1,3. Dai massimi di aprile 2007 (3,88 euro a titolo) sembra passata un’eternità e soprattutto il sogno di un gruppo italiano che sfidasse le varie Honda e Yamaha si è infranto contro il rallentamento dell’economia, due trimestrali al di sotto delle previsioni e un piano industriale da rifare.
UN PO’ DI STORIA… - I cinque anni di Colaninno alla Piaggio non permettono di definirlo un manager che “crea valore”, cioè uno che con le sue decisioni modifica posizionamento e redditività nel settore in cui opera l’azienda. Invece le qualità più spiccate Colaninno le ha mostrate nelle numerose operazioni di finanza straordinaria e nell’ottenere credito (in tutti i sensi) dalle banche, specie IntesaSanpaolo. Quando salì sulla Vespa prese la guida di un gruppo in leggero utile operativo (la differenza tra i ricavi e spese era positiva), devastato però da un debito da 600 milioni di euro su un fatturato inferiore al miliardo. I margini risicati e gli incerti andamenti di mercato lo rendevano Piaggio incapace di rimborsarlo. Un particolare quasi dimenticato è che quel debito non derivava da perdite accumulate, ma dal fondo Morgan Grenfell di Deutsche Bank che aveva scaricato su Piaggio il costo dell’acquisizione del ‘99 (1300 miliardi di lire) dalla famiglia fondatrice e dagli Agnelli.




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