Assicurazioni e carte di credito: il prossimo botto?

14/11/2008 - GENERAL MOTORS - La situazione di General Motors è ancora più tipica della vittima di fine bolla: il core business, costruire automobili, va malissimo da decenni; l’attività principale è di fatto la gestione del fondo pensione e di quello sanitario

     
 

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GENERAL MOTORS - La situazione di General Motors è ancora più tipica della vittima di fine bolla: il core business, costruire automobili, va malissimo da decenni; l’attività principale è di fatto la gestione del fondo pensione e di quello sanitario per l’esercito di dipendenti ed ex-dipendenti, dotati di alcuni dei contratti più generosi d’America. Il boom immobiliare e del credito facile ha permesso di rallentare il declino almeno sino all’anno scorso: negli anni dal 2002 ad oggi costruire auto è rimasta un’attività in perdita, mentre i pochi utili sono arrivati da GMAC e ResCap, ossia la società finanziaria del gruppo, che forniva sia credito per l’acquisto di automobili che mutui fondiari. Ad un certo punto, GM è stata descritta come un “fondo pensione con una costosa passione per le automobili” o “una finanziaria travestita da società industriale”. Il suo possibile fallimento è quindi stato ritardato dalla bolla del credito, ed ora sta semplicemente arrivando come previsto. L’industria americana dell’auto sopravviverà: la crisi è pesante ovunque nel mondo, ma ormai Detroit produce una minoranza delle auto costruite negli Stati Uniti. Il fallimento sarebbe traumatico, ma permetterebbe di ripartire senza i fardelli unici di GM, Ford e Chrysler. I perdenti sarebbero gli investitori in azioni e obbligazioni, le banche creditrici ed i sindacati, che godono di un trattamento privilegiato all’interno delle tre aziende. Anche in questo caso, non è un caso che il presidente in pectore Obama si sia subito preoccupato di aiutare due dei maggiori contribuenti alla propria campagna, ossia i sindacati e l’industria bancaria, provvedendo decine di miliardi di dollari per evitare perdite che chiunque altro ha identificato, da anni, come inevitabili. Abbiamo già visto queste tattiche a casa nostra e sappiamo che non funzionano: la Fiat non è così lontana da Detroit, purtroppo.

LE ASSICURAZIONI TEDESCHE - Le assicurazioni americane in generale sono state duramente colpite dalla crisi ed anche quelle europee stanno riportando risultati decisamente deludenti; le ultime della lista sono i due colossi tedeschi Munich Re ed Allianz. Il settore ha una lunga storia di investimenti sbagliati, ma ha anche compiuto un notevole sforzo per migliorare la propria gestione del rischio negli ultimi anni, anche se purtroppo questo è spesso avvenuto spostando sul cliente il rischio dell’andamento degli investimenti sottostanti alle polizze. I rischi di perdite sui portafogli di investimento sono almeno parzialmente inevitabili, dato che ogni assicurazione funziona ha la necessità di costituirsi un patrimonio a fronte delle garanzie prestate, investendo sui mercati finanziari e sul mercato immobiliare i premi raccolti. Le compagnie assicurative sono sempre state fra i grandi acquirenti di obbligazioni societarie e fra le più grandi venditrici di CDS, ossia di assicurazioni contro il fallimento di determinate aziende, dato che il tipo di rischio e le caratteristiche dei corporate bond sono particolarmente adatti ai loro portafogli d’investimento; hanno investito ancora più del solito in titoli e strumenti legati al rischio di credito dopo le drammatiche perdite seguite allo scoppio della bolla di Internet. Questa strategia ha permesso loro di guadagnare cifre notevoli negli anni passati e garantisce un portafoglio poco rischioso, se si è rimasti fedeli a ad investimenti di elevata qualità, senza spostarsi troppo verso investimenti più esotici – come ABS e CLO, il cui sottostante è costituito da mutui subprime e prestiti ad aziende altamente indebitate.

IL CASO DI AIG - Molte grandi compagnie di assicurazioni hanno avuto problemi e molte altre ne avranno a causa di problemi d’investimento, ma nessuna è implosa come AIG. Come mai? Perché AIG è un caso limite nella sua categoria, un caso che ha molto più a che fare con il salvataggio di alcune banche a Wall Street che con i problemi di “Main Street” e del resto del settore assicurativo. Le compagnie assicurative “operative” che compongono il nucleo del gruppo AIG sembrano essere sane ed in grado di camminare con le proprie gambe. Il problema è il buco nero della divisione Financial Products, la sussidiaria di AIG che operava in un tipo particolare di contratti di assicurazione: i derivati di credito. Lo scopo della divisione, all’inizio, era quello di diversificare il portafoglio di rischi della società e di ridurre i costi di transazione per gli investimenti di altre società del gruppo. Dopo la rimozione del fondatore di AIG dal ruolo di amministratore delegato nel 2005, alla divisione sono stati tolti i freni. Il management ha creduto alle teorie di chi sosteneva che non vi era necessità dimettere da parte capitale per perdite che non si sarebbero mai verificate – senza tenere in considerazione il particolare che, per i derivati, spesso si richiede un margine di garanzia quando le posizioni vanno in perdita. Quando le banche d’affari che lavorano con AIG hanno cominciato a chiedere reintegrazioni alle garanzie, sono cominciati i problemi: l’esposizione di AIGFP era di quasi 600 miliardi di dollari, una esposizione mostruosa persino per un colosso quale AIG, una esposizione che ha richiesto la reintegrazione di garanzie per decine di miliardi di dollari.

COLPA DEL MERCATO? - Perché intervenire con denaro del contribuente, se il problema non avrebbe creato turbativa sul “normale” funzionamento dell’assicurazione? Se la holding company AIG fosse fallita, nessuno dei detentori di polizze si sarebbe accorto di nulla. Perché allora non lasciare che a pagare fossero azionisti e creditori, che non avevano svolto il proprio mestiere di controllori delle aziende in cui avevano investito? In fondo, non c’era nulla di segreto: AIG ha nascosto le attività della propria divisione in fondo alle note integrative ai bilanci, ma le ha sempre correttamente e dettagliatamente riportate e si suppone che gli analisti finanziari (e gli investitori) siano pagati per leggere anche le ultime pagine di certi noiosi documenti. Il motivo sta nei beneficiari dei 600 miliardi derivati scritti da AIGFP: si tratta delle banche di mezzo pianeta, che hanno acquistato protezione da AIG, in operazioni studiate più per evadere i requisiti patrimoniali di Basilea 2 che per ottenere una effettiva protezione. Soprattutto, spicca il nome dell’intermediario di fiducia di AIGFP: Goldman Sachs. Non solo si dice che la banca d’affari ha entusiasticamente acquistato protezione dal proprio cliente anche per conto proprio, “sistemando” il proprio bilancio; per un particolare tecnico del mercato dei CDS, l’intermediario che compra da AIG e rivende ad un altro cliente è tenuto a onorare il contratto con il cliente anche in caso di fallimento di AIG. La “regina delle banche d’affari” sarebbe uscita massacrata e mezzo sistema bancario avrebbe dovuto ammettere di aver giocato sporco. Molto, molto meglio nascondere tutto sotto al tappeto e attribuire la colpa al “mercato”, prima che qualcuno facesse domande imbarazzanti, ad esempio sul fatto che il danno maggiore, di nuovo, non arriva da un settore deregolamentato e libero, ma da settori economici controllati con mano ferrea dal governo ben prima della crisi. Meglio spendere centinaia di miliardi del contribuente, che accettare di aver fallito.

     
 

6 Commenti

  1. Rado il Figo scrive:

    Poche storie: ecco una vera dritta!

    Il prossimo crollo sarà quello delle società telefoniche.
    Da dove mi viene tale certezza? Tre mesi fa Lea di Leo ha smesso di fare gli 889!!
    Ecco la fonte sicura

    [URL=http://www.celebrityforum.tv/magazine/2008/10/02/lea-di-leo-non-chiamatemi-pornostar/]fonte sicura![/URL]

    E poi non dite che non vi avevo avvertito

    :-)

  2. Gregorj scrive:

    rado, vergogna, non si mettono commenti off topic!

    (com’era il numero preciso, già che ci siamo?)

  3. libertyfirst scrive:

    Complimenti.

    Le carte di credito *revolver* sono quelle che servono per spararsi un colpo in testa? :-D

  4. Lkv scrive:

    Un bell’articolo.

    “Meglio spendere centinaia di miliardi del contribuente, che accettare di aver fallito”
    :) se non c’e’ il copyright mi ci faro’ un quadretto.

  5. AG scrive:

    Rimpiango le VEB (Volkseigener Betrieb) della DDR.
    Almeno lì sprecavano soldi dello stato per mantenere anche una occupazione fittizia di operai e non solo di magnager libberisti.

  6. Rado il Figo scrive:

    “rado, vergogna, non si mettono commenti off topic!

    (com’era il numero preciso, già che ci siamo?)”

    Be’, era…”in topic” (spero che nessuno comprenda la squallida battuta :_))

    Per il numero, basta che di sera quando torni a casa da calcetto cercare disperatamente i servizi sulle gare di Coppa e, inevitabilmente, caschi sulla di Leo che, nonostante sia tre mesi che non esercita più, compare ancora “in diretta” a rispondere alle telefonate.

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