I vaccini che uccidono e le onorevoli sconcertate

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“È sconcertante la vicenda di Federico, il bimbo vicentino di 7 anni che sarebbe diventato autistico a causa del vaccino trivalente contro morbillo, rosolia e parotite, prodotto dalla GlaxoSmithKline” (“Vicenza, vaccino e autismo. Interrogo il Ministro Lorenzin”, 12 luglio 2013, http://www.danielasbrollini.it).

Inizia così il post di Daniela Sbrollini, deputata PD, ed è già tutto qui, nello sconcerto e nel condizionale. La “vicenda di Federico” non è solo sconcertante ma è oggetto di un’interrogazione parlamentare indirizzata al ministro della salute. “Se fosse vero che nel 2004 – continua così Sbrollini – il vaccino venne ritirato dal commercio proprio perché nocivo, ciò evidenzierebbe un grave errore da parte di chi fino ad allora lo aveva distribuito, e soprattutto da parte di chi continuò a somministrarlo negli anni successivi. In materia di vaccini, il dibattito tra benefici e rischi collaterali è aperto, ma solitamente parliamo di farmaci ben sperimentati. Tuttavia, colgo l’occasione per ribadire che le logiche dell’economia non devono coinvolgere la salute dei cittadini.”

La vicenda di Federico è la seguente: Federico, 1 anno, fa il vaccino trivalente. Oggi ha 7 anni e ha una serie di disturbi. I genitori ritengono il vaccino responsabile, il Tribunale di Rimini riconosce un nesso causale tra vaccino e autismo e un indennizzo. Il particolare del ritiro dal commercio compare anche nel pezzo pubblicato dal Giornale di Vicenza due giorni (“«Nostro figlio è autistico, 
colpa di quel vaccino»”, 10 luglio 2013): “Sotto accusa un vaccino distribuito da una nota multinazionale del farmaco, che, poi, per due lotti, lo ha ritirato dal commercio, in quanto causerebbe crisi convulsive e problemi cerebrali”.

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Su questo presunto ritiro del lotto e soprattutto sulle ragioni del ritiro non abbiamo, per ora, ulteriori informazioni (perché il lotto era sbagliato, o andato a male o in quanto vaccino X?). Ma sulla questione generale ovvero, per usare le parole di Sbrollini, sul fatto che “il dibattito tra benefici e rischi collaterali è aperto” ne abbiamo fin troppe.

Sbrollini, deputato PD, vicepresidente della Commissione affari sociali, già deputato nella XVI legislatura e componente della Commissione affari sociali, della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza e di quella per l’accesso ai documenti amministrativi, forse non avrà avuto il tempo di raccoglierle queste informazioni, né di approfondire la presunta correlazione tra vaccini e autismo. O forse non ha ritenuto importante farlo, intervenendo sui vaccini più o meno come si interviene sugli OGM (oggetto di un recente veto parlamentare) o sul finanziamento per il cosiddetto metodo Stamina.  Cominciamo dal recente libro “The Panic Virus” di Seth Mnookin, che parte proprio dalla diffusa convinzione che esista un nesso causale tra vaccini e autismo. Nel libro si parla del celebre paper che “dimostrava” la pericolosità dei vaccini: pubblicato su Lancet nel 1998, demolito da molti studi e ricercatori e infine rinnegato da Lancet nel 2010. Nonostante questo, la “prova” che i vaccini causino l’autismo se ne sta immobile nell’immaginario di molti (chissà, magari anche dalle parti del Tribunale di Rimini), e la paura ingiustificata rischia di diventare un’onda incontrollabile. Di recente – nel mio piccolo campione statisticamente irrilevante – due neomamme mi hanno confessato la paura di vaccinare i proprio figli. La storia del paper ritrattato è facile da trovare e non c’è nemmeno bisogno di leggersi tutto il libro di Mnookin.

Paul Offit è un altro che ha scritto molto al riguardo, come “Autism’s False Prophets” del 2008. Ci sono poi molti articoli, tecnici e meno tecnici, su riviste specializzate e quotidiani. Tra i tanti ne scelgo uno che alla correttezza argomentativa aggiunge la parte emotiva, perché siamo spesso più inclini a essere sedotti dal caso personale che da un’argomentazione. L’ha scritto Sophie Heawood lo scorso aprile sul Guardian e s’intitola: “Why I wish my daughter had been vaccinated”. Ogni volta che Heawood legge dell’epidemia di morbillo in Galles si vergogna, perché – ci racconta – è stata una di quelle persone convinte che non avrebbero mai vaccinato i propri figli.

Nata nel 2011 a Londra, la piccola è stata “protetta” dalla madre contro ogni consiglio di fare le vaccinazioni. In fondo tutte quelle malattie sembravano uscite da un manuale di secoli fa: tubercolosi, pertosse, tetano, difterite. Ma non può succedere a noi, vero? Noi mangiamo cibi sani e ci laviamo le mani, perciò siamo al sicuro. E poi questi eccessi protettivi impediscono ai bambini di formarsi i loro anticorpi, le difese immunitarie tanto preziose – e se serve prendersi qualche malattia, insomma, il risultato vale il rischio. Evitiamo di sporcarci il sangue con quelle schifezze governative, magari per far arricchire le case farmaceutiche.

Finché la bambina s’è presa la pertosse. Mesi di sofferenza, notti e notti insonni, difficoltà respiratorie. Ovviamente, a quel punto, la bambina è stata trattata con tutti i farmaci disponibili. E pensare che la madre aveva rifiutato i vaccini per proteggerla dalle schifezze chimiche. La madre s’è trovata tante di quelle volte a dirsi: “ah!, l’avessi vaccinata”. Questa storia ha un lieto fine, la bimba è guarita, ma Heawood a volte è invasa da quel terrore retrospettivo che si prova immaginando i pericoli alternativi alla pertosse: polio, tubercolosi, meningite. Malattie d’altri tempi, ma diventate tali proprio grazie ai vaccini – mica magicamente. Malattie che potrebbero tornare a essere epidemiche e spaventose, in parte anche per questo isterismo da luddisti sanitari.

In conclusione, affermare che qualcosa sia rischioso e di conseguenza automaticamente da evitare è irrazionale e scorretto: non esiste il rischio zero né il rischio sradicato dal suo contesto. È necessario considerare i rischi delle alternative. I vaccini hanno un margine di rischio, ma prima di decidere se mettersi a urlare bisognerebbe ricordarsi quali sono i rischi delle patologie contro cui vogliamo premunirci. Anche non fare nulla comporta dei rischi, spesso sostanziosi. La valutazione del rischio è una procedura complicata, e la percezione soggettiva spesso erronea: un esempio banale sta nel confrontare la paura di prendere l’aereo e la paura di attraversare le strisce pedonali, quella di essere assaliti da uno squalo e quella di crepare al sicuro della nostra casa.

Che le logiche dell’economia non debbano “coinvolgere la salute dei cittadini” sembra un pensiero alla Massimo Catalano, qualcosa come “meglio felici che scontenti”, perché esiste una cosa che si chiama equa distribuzione delle risorse sanitarie. Sarebbe bello avere risorse economiche infinite, ma non è così e la salute non può che essere correlata all’economia. Ovviamente a rendere più o meno giusta la questione sanitaria saranno le modalità e i criteri che si sceglieranno. Per far ciò, sarebbe sensato partire dal mondo reale e non da quello dello stregatto.