Uomini caduti in nome dell’Italia. E donne la cui attesa non finirà mai. Oltre al danno, poi, l’umiliazione di vedersi sbattuto in faccia un amore senza carta e che dunque, non vale niente.
Sono passati cinque anni dalla morte di 19 italiani a Nassiriya, in quella missione di pace sporcata da sangue e rimpianti. Cinque anni ricordati, ieri, con una targa di ottone inchiodata sul muro di sinistra della Sala Conferenze del Senato. E denudata dal drappo rosso cupo che la copriva nel corso della commemorazione ufficiale. Alla presenza, tra gli altri, di Renato Schifani, presidente del Senato,
Gianfranco Fini, presidente della Camera, Maurizio Gasparri; uniformi e occhi lucidi. Tutti in piedi, stretti, ammassati.
ONORE E UMILIAZIONE - È Schifani a prendere la parola alle 11,45, mentre una bambina di circa un anno piange e piange. Impettiti tutti si alternano sul pulpito. Alcuni sembrano distratti dall’idea del prossimo appuntamento, ma per lo meno nessuno ride come in altre occasioni. “La memoria di chi ha dato la vita per il nostro Paese non appartiene alle Forze Armate, né alle istituzioni, né ad una parte politica, ma è patrimonio indissolubile dell’intera collettività”, dice. Poi tocca a Ignazio La Russa, il quale sottolinea che “la morte ha dato alla loro vita [quella dei morti o la loro?] un significato profondo”. Chissà se c’è qualcuno che abbocca ancora a questa retorica. Intanto la bimba urla e urla a squarciagola. Peccato non si possa chiedere a quelli che sono morti. Anche se chi sceglie la carriera militare non può non mettere in conto il rischio di morire. Ma è pur vero che ci sono molti modi di morire, sebbene nella livella della morte è possibile distinguerli. Sarebbe doveroso riconoscere e distinguere la responsabilità. E poi magari per qualcuno è la vita a dare un significato profondo; un po’ meno la morte. C’erano poi due civili italiani: Stefano Rolla e Marco Beci. Anche per loro vale la profondità del significato della morte? E c’erano anche nove civili iracheni. E ci sono parole, tante parole che non smettono di rimbombare, fino a coprire quelle ufficiali e di circostanza: “Ma lei che lo amava aspettava il ritorno d’un soldato vivo/d’un eroe morto che ne farà?”. Il cerimoniale non è in grado di rimediare o di cancellare l’ingiustizia: non solo per un destino mortale (evitabile?) ma per quanto quelle morti hanno causato. Anzi: soprattutto per quanto una di quelle morti ha causato. Quella di Stefano Rolla. L’ingiustizia e la discriminazione oltre al dolore. E l’assenza di comprensione umana. Verso la compagna Adele Parrillo. E se il dolore è privato e inestinguibile, l’umiliazione pubblica era ed è evitabile. È un crudele carico che non è alleggerito dall’invito ufficiale alla cerimonia di ieri, né a tutte quelle che seguiranno foss’anche in eterno. L’umiliazione di un mancato riconoscimento pubblico, nel suo valore simbolico e in quello pratico.
SPOSE DI MORTI – Adele Parrillo, dopo la targa desnuda, si avvicina all’ex presidente Azeglio Ciampi per scusarsi della sua assenza alla cerimonia del 12 novembre 2005: unica a mancare tra i parenti alla commemorazione in Quirinale. Già, perché Adele non fu invitata. Non solo: si presentò lo stesso all’ingresso, e allora fu fermata e allontanata con la forza dai poliziotti. Perché Adele e Stefano non erano
sposati; qualcuno direbbe concubini e direbbe bene a condizione che vivesse nello Stato della Città del Vaticano. Parole a parte, siccome Adele e Stefano avevano solo vissuto per sei anni insieme, ma non avevano il bollino matrimoniale, tutto ciò che spetta alle vedove dei caduti non spetta ad Adele: nemmeno un cappuccino caldo in una notte di pioggia in attesa delle salme. Nessun diritto di vedova. Adele ha raccontato molte volta l’ingiustizia subita. In poche parole e per l’ennesima volta in una lettera a la Repubblica (4 ottobre 2007), in occasione di un matrimonio celebrato “in articulo mortis” (tra l’agente del Sismi Lorenzo D’Auria, in coma irreversibile, e la compagna Francesca, 3 figli ed anni di convivenza, ma nessun diritto senza il matrimonio), previsto dal diritto canonico. Scrive Parrillo: “Sono felice che si sia trovata la creativa soluzione del matrimonio “in articulo mortis” per assicurare una pensione alla compagna. Quello che mi umilia è il fatto che il nostro governo ha riconosciuto validità giuridica a una norma del codice canonico per ottenere quello che, in uno Stato di diritto basato sulla laicità, si dovrebbe ottenere attraverso una legge come quella dei Dico o simili, in vigore ormai in tutta Europa, che il governo continua a rimandare. A me invece, compagna di fatto di Stefano Rolla ucciso a Nassiriya con i carabinieri dell’MSU, non sono bastati i sei anni di convivenza, non è bastato che ci fossero state pubblicazioni di matrimonio, rimandato poi per problemi contingenti, non è bastato che fossi in cura per avere un figlio e che ci fossero (e ci sono ancora) in una clinica di Roma cinque embrioni congelati che stavano per essermi impiantati, non sono bastati gli atti notori di convivenza a testimonianza della famiglia di Stefano, nelle persone dei fratelli. Non è bastato tutto questo per fare di me una donna con un minimo di diritti, nemmeno quello di partecipare ai funerali. Perché io non ho diritto a niente? Avrò mai risposta a queste mie domande?”.






















Assurdo che una coppia che convive da 6 anni (non 6 giorni!) non abbia diritto a nulla!
Capisco le resistenze ideologiche a riconoscere le coppie di fatto… ma un cazzo di diritto lo vogliamo dare a queste coppie????
Conosco personalmente Adele, che è una persona dolcissima.
Un sorriso a lei e a tutti i caduti (sposati o non sposati) di Nassirya
grazie a Chiara per il pezzo, e grazie ad Adele.
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Che schifo. Da’ il metro di quanto conti l’amore veramente per quella gente che se ne fa scudo ogni giorno al fine di difendere il suo piccolo feudo
NON CI SONO PAROLE !
Caso montato sul nulla.
Bastano tre righe scritte su un foglio per lasciare3 a chi si vuole la quota di eredità fuori da quella legittima.