Dichiarazione d’intenti in fa maggiore

di Alessandro D'Amato (Gregorj)

Un giornale, dunque. O meglio, qualcosa che gli somigli. Un tentativo, nel senso più ampio del termine. L’equivalente del mettersi a fare qualcosa di “collettivo“, unendo e usando le forze e le capacità di ciascuno. Una cosa tipo “playing an active role in the process of collecting, reporting, analyzing and disseminating news and information,” insomma, sempre che sia possibile farlo. E farlo con le “carte in regola”, senza troppe prudenze ma nemmeno trasformandosi in un gattino non appena qualcuno alzerà la voce, visto che pensiamo sia inutile preoccuparsi troppo di quello che si sta dicendo, quando si sta dicendo qualcosa di abbastanza reale, correttamente detto, piuttosto condiviso e di pubblico interesse. E chiunque voglia partecipare segnalando notizie, scrivendo articoli o partecipando al lavoro di redazione, può farlo: per sopravvivere, abbiamo bisogno dell’apporto di chiunque sia interessato alla “causa“.

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Un giornale che apre proprio nel pieno di una campagna elettorale, senza però avere intenzione, per adesso, di schierarsi. La maggioranza - relativa - delle persone che scrivono qui però una sua idea ce l’ha. Diciamo subito che nessuno di quelli che si trovano qui va alle urne con entusiasmo. C’è persino chi a votare nemmeno ci andrà. Però tutti, a loro modo, pensano che possa esistere qualcosa che somigli anche lontanamente alla Politica assoluta, con la P maiuscola. Ecco, magari non sono esattamente entusiasti della situazione relativa. E c’è da capirli, per così tanti motivi che non vale nemmeno la pena di enumerarli. Però, meglio quello che l’Antipolitica. Meglio quello che il disimpegno, il me ne frego, il mi faccio i cazzi miei. Oppure peggio: il “c’ho una ricetta pronta per tutto”, il “ci ho le mie certezze: seguitele senza metterle in dubbio”, il “c’ho la bacchetta magica o una indignazione tale che signora mia, lei non sa chi sono io. Armiamoci e partite”. Meglio quello che il nulla, insomma.

Un giornale, con una sua linea editoriale. Beh, non è che ci sia un poema da farci. Provo a spiegarmi con un esempio. Non credo di affermare qualcosa di non condiviso da buona parte della redazione, quando dico che secondo me la legge Biagi è una buona legge, viste le condizioni di partenza date (tra le quali: la tragica situazione dei nostri imprenditori). Ma, d’altra parte, non credo di affermare qualcosa di non condiviso da una buona parte della redazione, quando dico che le storture “legittime” - per non parlare di quelle illegittime - della legge in questione hanno portato a situazioni di stretta sussistenza un buon numero tra quelli che sono stati costretti a farne ricorso. E che difficilmente si troverà qualcuno disposto a dire che un co.co.pro. gli ha cambiato la vita in positivo. Anche se almeno un-tizio-uno ci sarà, in percentuale, se non altro per una mera legge statistica. Come la penso io tra queste due posizioni? Davvero, non è importante. Perché, in quanto “direttore“, dovrò essere in grado di mettere in dubbio qualunque mia opinione, nel momento in cui qualcuno mi porterà una opinione contraria suffragata dai fatti. Ciò non vuol dire che io non pensi qualcosa, eh? E’ solo che quello enunciato sopra sarà il mio compito. Spero di essere in grado di portarlo avanti.

Un giornale. Si può fare.

Gregorj , alias Alessandro D’Amato



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