Zeman, Zurigo, zero tituli: la maledizione Z(denek) colpisce ancora

di Lorenzo Buccella | 29/05/2016

Zdenek Zeman Coppa di Svizzera

E al triplice fischio conclusivo, finisce così. Con Zdenek Zeman inchiodato sulla panchina, senza espressioni, lì, braccia conserte, caramella in bocca, mentre davanti a lui sfilano i giocatori del suo Lugano, nell’atmosfera mesta di quando l’avventura si arresta a un passo dal trionfo. Ed è una sorta di effetto déjà-vu: la carrozza che torna a essere zucca, Pinocchio che è costretto a diventare un petulante bambino e Alice che rientra al di qua dello specchio. Lontana da quel meraviglioso mondo in cui per un momento ci si era potuti illudere che non era mai troppo tardi per strapparsi un meritato risarcimento.

LEGGI ANCHE: ZDENEK ZEMAN A CUORE APERTO

È quel che è successo oggi a Zurigo. Scenario, un vecchio stadio di calcio rimodernato come il Letzigrund. Tempaccio che sembra novembre, partita secca, in palio la Coppa svizzera. Zurigo-Lugano. Qualcosa che non valicherebbe di un millimetro i confini nazionali dell’interesse, se non fosse per lui, Zdenek Zeman. Sì, perché la favola amara sta ancora dentro quella faccia stropicciata da santone che, a 69 anni compiuti da poco, manca il colpo per conquistare il suo primo trofeo in carriera. L’abbaglio iniziale dura poco, l’inizio di gara che sembra saldamente nelle proprie mani, poi il destino mette su un muro, la speranza si fa maledizione e alla fine la bacheca di casa Zeman che resta vuota. Ed è come se il mondo di Zeman e i coriandoli delle coppe si dessero sempre appuntamento in un posto sbagliato.

 

Già, proprio l’allenatore che ha acceso le polveri di un calcio tutto sogno-e-attacco in tante piazze italiane, dalla periferia eroica del Foggia anni ‘90 alla centralità di una Roma vissuta sulle due sponde, be’, questa volta sembrava potercela fare proprio nel luogo più impensabile. Nel suo esilio di Lugano. Solo uno sputo più in là del confine. E per di più, guidando una squadra tutt’altro che di grido rispetto alla sua categoria. Fino alla scorsa stagione, infatti, i bianconeri galleggiavano nelle pozzanghere della Challenge League (la serie B svizzera) poi, quest’anno, da neopromossi, hanno affrontato il suo massimo campionato, senza avere in organico un solo giocatore che avesse alle spalle un minuto giocato nella Super League (la serie A svizzera).

In altre parole, prendi l’inesperienza e cerchi di tradurla in scommessa, se non in quell’azzardo che punta tutto sul riscatto. Il Lugano come un Leicester in minore. Del resto, anche oggi, nel momento dell’annuncio della squadra alla stadio, leggi la formazione del Lugano e, sulla carta, nome per nome, con lo sguardo del tifoso, non le daresti la consistenza di un wafer. Tanti comprimari; qualche giovane magari di talento cresciuto in casa come il numero 10 Mattia Bottani; un centrocampista di vigore come l’uruguaiano Jonathan Sabbatini; i guizzi di un attaccante greco, Anastasios Donis di proprietà Juventus; e antiche conoscenze del campionato italiano come l’ex-comasco Orlando Urbani.

Poi, però, frulli tutto nel consueto 4-3-3 zemaniano e da quel mix viene fuori qualcosa che sfiora l’impresa. Tanto più se l’avversario è abbordabile e stordito, per buona parte del match, dalle contestazioni dei suoi stessi tifosi. Su un uno striscione zurighese, indirizzato ai suoi, c’è scritto: “Vincete la coppa, andate a casa e vergognatevi”. Poi però la sceneggiatura della gara si fa crudele, perché non rispetta il senso generale della partita, ma s’incaglia nei singoli episodi. Lugano che parte bene, Donis in attacco s’inventa sempre qualcosa, il compagno di squadra Veseli lo capisce e al 31’ lo lancia nello spazio. Il dribbling di Donis sul portiere zurighese è secco almeno quanto il fallo con cui lo stende in area. Rigore sì, ma patatrac, Bottani se lo fa parare.

Zdenek Zeman Coppa di Svizzera

Uno sguardo alla panchina e trovi Zeman, sempre immobile, con la mano sotto il mento, che non si muove di un respiro. D’altra parte, i cliché nel calcio sono implacabili. Gol sbagliato, gol subito. E infatti lo Zurigo di colpo si sveglia dal sonno. Al 40’, da un calcio d’angolo scaturisce un colpo di testa innocuo, ma le mani del portiere luganese diventano saponette. Presa mancata e gol di rapina del senegalese Sangoné Sarr, uno, per intenderci, che in tutto il campionato con lo Zurigo non aveva mai segnato. Destino. Sarà la rete decisiva.

Eppure Zeman rimane sempre lì, imperturbabile e impenetrabile, anche per il secondo tempo. Al massimo passeggia, dice di giocare più alti o più larghi, ma sempre con postura da Humphrey Bogart boemo. Perché in fondo c’è sempre del cinema quando c’è di mezzo Zeman. Proprio lui che, qualche tempo fa, in un’intervista, aveva detto che lui al cinema non ci va più, da quando hanno messo il divieto di fumare in sala. E forse sarà anche per questo che l’immaginario del suo calcio somiglia sempre un po’ a quei vecchi western, dove però i protagonisti giocano a maglie rovesciate. Niente a che vedere con i cow-boy, con lui sono gli apache che corrono come pazzi in avanti per conquistare il miraggio di una frontiera. Mica roba da mettersi appostati su una collina, aspettando che la diligenza passi per sbucare all’improvviso con una rapina da contropiede.

Macché, anche al Lugano di oggi non è certo mancata l’iniziativa. Anzi, ha fatto e disfatto tutto da solo. Sue, le folate principali per cercare il gol. Suoi gli errori più grandi da cui sono partite le ripartenze più pericolose dello Zurigo. Se a questo aggiungi il ping pong dei pali, uno a testa per entrambe le squadre, con l’andare del tempo inizi a credere al “the end” della partita come qualcosa di già scritto.

“Per me sarebbe un miracolo” aveva detto Zeman alla vigilia “conquistare la salvezza in campionato e poi vincere anche la Coppa. Eravamo la squadra meno esperta, tecnicamente eravamo tra i più deboli e sul piano economico non avevamo le possibilità degli altri. Non è proprio quello si dice lottare ad armi pari”. Parole dette con il marchio di fabbrica della sua laconica pacatezza, ma parole che, come spesso capita con Zeman, sono tutte un concentrato d’epica. Magari anche in versione low-cost, visto che erano figlie di un’altra sfida, quella sì, superata,  giusto mercoledì scorso. E ancora una volta, guarda a caso, contro lo Zurigo, anche se stavolta non per via diretta. Già, perché le due compagini arrivate in finale di coppa di oggi erano anche i fanalini di coda del campionato svizzero. Quattro giorni fa, l’ultimo turno, il Lugano ci arriva con un punticino striminzito in più. Vince la sua partita contro il San Gallo. Lo stesso fa lo Zurigo nel suo match di commiato, ma ovviamente non basta e a finir retrocessa è la squadra più blasonata. Da qui, la contestazione imbufalita dei tifosi zurighesi.

Ma se la salvezza in Super League è un miracolo di Zeman, bisogna ammettere che l’approdo alla finale di coppa era stato anche un miracolo del calendario. Gli dei del calcio che guardano giù: un percorso che non incontra squadre forti fino alla semifinale dove i bianconeri trovano il Lucerna. Il 2 marzo scorso. Partita in trasferta. Il Lugano scappa sul 2 a 1, ma, dopo un’ingenua espulsione, rimane in dieci. Poi a un niente dalla fine ecco l’inaspettato contropiede e l’arbitro che fischia il rigore per il Lugano. Sul dischetto va Sabbatini e quello s’inventa un cucchiaio che si stampa sciagurato sulla traversa e torna indietro. Ecco, in quel momento, qualsiasi altro allenatore sarebbe diventato un bouquet pirotecnico di bestemmie e invece le telecamere pescano Zeman, lì, vicino alla panchina, in piedi. Che ovviamente resta imperturbabile e impenetrabile. Con lo stesso sguardo nel vuoto di un capitano Achab che guarda al di là delle vicende di un campo, per cercare di avvistare Moby Dick, la balena bianca di un destino.

E il destino purtroppo si ripete. Solo che allora il rigore sbagliato fu ininfluente, oggi il rigore sbagliato è stato determinante e ha fatto fare alla gara un’inversione a U. Così, in un lampo, dall’imprevedibile prima vittoria di una coppa da parte di Zeman si torna indietro alla retorica del più trito blabla: sarà anche spettacolare, ma rimane sempre “Zeman il perdente”, “Zeman il presuntuoso”, “Zeman che non cambierà mai”. Roba che non puoi nemmeno derubricare a stereotipi o pregiudizi, perché in fondo possono fare da piedistallo per venir considerati eroi tragici del tuo tempo. Del resto, anche quelli che hanno predicato un calcio d’attacco, avevano sempre detto che non basta “vincere” ma si deve anche “convincere”. Zeman non aveva solo invertito ambiziosamente l’ordine, ma l’aveva inceppato a metà: intanto iniziamo a “convincere”, poi, dai e dai, spingi e spingi, alla fine un giorno forse si “vincerà”.

Ebbene, anche oggi quel giorno non è arrivato. E pazienza se il Lugano di questa stagione non è mai stata una vera e propria Zemanlandia del divertimento e, quando lo è stata, è triste ammetterlo, lo è stata più per i suoi avversari. Tutto dalla cintola in giù, perché se pensi sempre prima a segnare e non a coprirti, la tua difesa non può farsi che allegra. A inizio aprile, c’era stata anche un’escalation di sconfitte da pallottoliere. Prima uno 0-6 contro il Sion, poi uno 0-7 contro lo Young Boys e ancora un 1-4 contro il Basilea. Disfatte che avrebbero potuto ribaltare un tricheco, ma non quel mister boemo che sul suo modulo spregiudicato ha centrato il suo credo. “Sì, quest’anno calcisticamente ho sofferto” ha detto. E oggi noi abbiamo sofferto con lui.