Virginia Raggi è la candidata che Berlusconi avrebbe sempre voluto

di Alberto Sofia | 01/06/2016

Virginia Raggi

Non lo ammetterà certo, il Cav, a pochi giorni da quelle Comunali che rischiano di scrivere l’ultima pagina del tracollo di Forza Italia. Ma possiamo immaginarcelo, Silvio Berlusconi. Lì, nel suo salotto della villa di Arcore, sguardo puntato sul confronto tra i candidati sindaco di Roma, restare ammaliato e affascinato dalla pentastellata Virginia Raggi. Con quell’invidia di chi avrebbe desiderato una così al suo fianco. L’identikit ideale: donna, giovane, così maledettamente telegenica, fedele (almeno per ora) alla linea.

Occhi spalancati, sprezzante mentre parlano gli avversari, capace di dominare ogni singola inquadratura della telecamera già nel giorno del reale debutto tv, al di là dei contenuti. Pochi, per la verità. Ma quanto basta per convincere chi la guarda. Basta ripetere la lezioncina, poche frasi imparate a memoria. E con un unico, semplice comun denominatore: se la Capitale è ridotta a pezzi, la colpa è dei partiti: «Avete avuto 20 anni, avete fallito». Tradotto, non resta che scegliere lei e il M5S. Parlerà pure alla pancia dei romani, ma sembra in perfetta sintonia con lo stato d’animo prevalente in città: «Abbiamo provato destra e sinistra, cosa possono fare di peggio i grillini?». Ammettetelo: quante volte l’avete già sentita?

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Sarebbe stata la candidata ideale per il Cav. Anche perché, in fondo, Berlusconi quel sentimento anti-partitico ha provato pure a cavalcarlo, invano, per anni. «Basta con i professionisti della politica», è il mantra invocato a ogni singola uscita, convention, intervista. Peccato che al presidente azzurro non creda più nessuno: perché di quel mondo è stato uno dei simboli. Pure ormai logoro. E per questo non possa risultare credibile, con quella rivoluzione liberale promessa e mai realizzata. Troppo impegnato nel culto della sua persona e della sua monarchia assoluta, ha pure lasciato il centrodestra e il suo elettorato “moderato” senza eredi. E se una Virginia Raggi non è mai cresciuta nell’inner circle del Cav, la colpa è anche, soprattutto sua. Così allergico a qualsiasi possibile ombra. Così incapace nel capire di chi potersi fidare. E allo stesso tempo puntualmente “tradito” in casa.

Ci voleva una Raggi per il Cav, ma lui non ne ha mai trovati – né davvero cercati – di delfini o candidati così. L’unica ad avvicinarsi poteva essere Mara Carfagna, accostata al comando di una rinnovata Forza Italia, o al posto di Brunetta come capogruppo a Montecitorio, ma mai realmente promossa. Ora l’ex ministra si ritrova deputato e capolista azzurra a Napoli. Non come Virginia, lanciata per prendersi Roma e il Campidoglio con il M5S.

Al massimo il Cav si è affidato ai casting di Villa Gernetto. O coltivato soltanto chi non riteneva all’altezza. L’Angelino Alfano senza quid che lo ha pure scaricato, la “costola” Fitto poi bollato come traditore, il consigliere politico Giovanni Toti che già sembra guardare altrove. Di certo, niente a che vedere con i rampanti a 5 Stelle: «Bucano il video, Di Maio e Di Battista. Perfetti, avercene così», diceva già il Cav dei volti più noti lanciati dal M5S. Figurarsi cosa avrà pensato della Raggi.

Una che aveva provato pure a imbarazzare con il suo “bacio della morte”, settimane fa: «Persone a me vicine mi hanno parlato bene di lei. Mi dicono che non è soltanto telegenica, ma è anche un bravo avvocato». Uno spunto da politico consumato, per rievocare – pur senza citarla – quella pratica legale nello studio Previti omesso dalla candidata nel suo curriculum. Polemica riciclata – come era prevedibile – pure nel confronto tv. Ma che non sembra spostare voti, sondaggi alla mano. E superata dalla Raggi, seppur visibilmente irritata, ripetendo quanto già detto: «I legali non menzionano nel curriculum lo studio della pratica». Non convince? Poco cambia.

Per i telespettatori prevale il volto semplice della consigliera uscente capitolina, che si sbandiera nelle vesti della normale cittadina che si scaglia contro il sistema marcio romano. Altro che Alfio Marchini, che ha sbagliato il possibile e l’impossibile. Il Cav confidava nel suo volto da “piacione”, ma si è trovato di fronte un candidato lontano, con il suo milione dichiarato, dalla Roma popolare. «Non siamo persone, siamo entità», ha azzardato quello che l’ex premier voleva contrapporre nelle vesti del civico contro i “politicanti”. E mentre Raggi riusciva a difendersi con pochi concetti, senza prendere posizioni nette su nulla o quasi, lui si faceva notare solo per una dizione da brivido e per le parole inventate. Berlusconi lo aveva scelto in extremis per far dimenticare i disastri della campagna elettorale interrotta a metà da Guido Bertolaso, non è chiaro chi abbia fatto peggio.

E lo immaginiamo, il Cav, sgranare gli occhi e allargare le braccia, spazientito, nel suo salotto. Avrebbe voluto esserci lui, in quello studio. Magari inventarsi qualche colpo di teatro da vecchio leone del teleschermo, come quando pulì la sedia dove si era seduto Marco Travaglio. Non gli è rimasto che il cruccio di aver sbagliato cavallo. E l’amarezza di non aver mai incrociato una Raggi nel suo destino. Lei che aveva tutto da perdere, che fino a ieri fuggiva dai confronti come faceva lui nei suoi tempi d’oro. Ma che è riuscita a cavarsela, meglio degli avversari, con il minimo indispensabile. Al Cav, invece, non resta che il ricordo dei fasti del passato. E l’incubo di una disfatta il 5 giugno: quando, a urne chiuse, Salvini e Meloni saranno pronti a rivendicare anche un voto in più nella faida Capitale per ricordargli che ormai non gli resta che godersi la pensione.