The Hateful Eight: questo Tarantino è così Tarantino che sembra un Tarantino – RECENSIONE

di Boris Sollazzo | 01/02/2016

THE HATEFUL EIGHT

THE HATEFUL EIGHT

A volte hai l’impressione che Quentin Tarantino sia il falsario d’autore di se stesso. A volte pensi che sia così bravo a masticare, digerire e riciclare il cinema di genere e le regie dei suoi maestri, che abbia iniziato a fare lo stesso con il suo stile visivo e narrativo. E ne sia, ormai, schiavo.
A volte hai l’impressione di assistere a una messa con lui a fare da officiante, in cui la predica sarà sempre affascinante e senza dubbio prolissa, ma in cui il rito seguirà sempre le stesse regole, gli stessi tempi, la stessa struttura. E se torni ogni settimana è un po’ per fede e un po’ perché il prete è bravo. E Tarantino è un pastore di cinefili unico al mondo e sa cosa piace al suo gregge. Ecco perché tornano, anzi torniamo sempre.

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THE HATEFUL EIGHT, LA TRAMA –

Inverno, esterno giorno. Una diligenza con due passeggeri passa, un cacciatore di taglie è rimasto a piedi (Samuel L. Jackson), perché il suo fedele ronzinante lo ha abbandonato. Ha tre cadaveri da portare a Red Rock. Riconosce nel passeggero un collega, soprannominato “il Boia” (Kurt Russell), noto per portare alla forca le sue vittime e per non ucciderle prima. La condannata a morte è una donna (Jennifer Jason Leigh) ed è solo il primo di altri incontri che porteranno otto persone sotto lo stesso tetto, nell’emporio di Minnie. E a dare una nuova accezione all’espressione “resa dei conti”.

THE HATEFUL EIGHT, LA RECENSIONE –

Un Tarantino minore. Non è una stroncatura, ma semplicemente un dato di fatto. Un esperimento costoso e in cui viene coinvolto un cast straordinario, ma che serve al cineasta per rendere le sue visioni ancora più teatrali, verbose e adatte al mezzo del 70mm, su cui il lavoro dell’autore è davvero eccellente, perché lo sfrutta in ogni sua caratteristica, dalla ripresa che sfrutta i fuochi al meglio, agli esterni clamorosi, fino a uno schermo riempito di dettagli e indizi. Ma questo è, The Hateful Eight: un quadro, più che una pellicola; una splendida serie di fotografia più che un lungometraggio. Negli anni il suo cinema si è fatto più cinico e verboso – le scene sul modello della colazione de Le iene hanno invaso le opere tarantiniane -, ma soprattutto più statico. Quest’ottavo lavoro del veneratissimo Quentin è in qualche modo una raccolta dei suoi stereotipi, girati con il pilota automatico – non c’è mai un guizzo dei suoi e a volte hai l’impressione che quello dietro la macchina da presa sia solo un ottimo imitatore – e sorretti da dialoghi più torrenziali del solito e decisamente meno efficaci. L’inizio non è folgorante come al solito, ma ripetitivo e faticoso, l’immensa parte centrale è la dilatazione della scena del pub di Inglorious Basterds (a cui questo film somiglia molto nella struttura), il finale è stanco, privo di emozione, troppo macchinoso. E senza Walton Goggins e Samuel L. Jackson, insieme al viso tumefatto e parossisticamente espressivo di J.J. Leigh, sarebbe stato anche peggio.
Il resto è una raccolta di figurine: Bruce Dern è condannato a un personaggio bidimensionale e poco interessante, Michael Madsen ha un viso così particolare che è un delitto fargli fare il fesso del gruppo (non a caso dà il meglio nel capitolo visto dalla parte della Banda), Tim Roth è da Oscar nell’incarnare, anche esteticamente, Christoph Waltz. Ma è già bravo di suo, non c’era bisogno di rinchiuderlo nell’ultimo feticcio del cineasta di Pulp Fiction.
Kurt Russell è Kurt Russell. E meno male, perché la prima parte se la tiene sulle spalle, con fatica, Samuel L. Jackson ormai potrebbe girare per Tarantino anche senza copione, tanto ne incarna pregi e difetti.
Eppure. Eppure le quasi tre ore (ouverture e intervallo esclusi) di The Hateful Eight ti tengono sulla poltrona, perché anche questo bignami teatrale tarantiniano ti basta per essere intrattenuto, perché ormai siamo tutti adepti che esultiamo alla liquefazione del sangue di San Gennaro, perché un suo film è come Natale: anche se i regali non sono granché, vuoi mettere la magia. Solo lui può regalarti un 70mm in un momento in cui si pensa e si desidera in digitale, solo lui sa trattare attori e sceneggiature in modo che ti annoino, ma con brio.
E pazienza se non è Le Iene, Pulp Fiction o Jackie Brown. E neanche Django Unchained, che non era un capolavoro ma un gran gioiello. Tanto non è forse l’attesa di Tarantino, e poi la sua apparizione, essa stessa Tarantino.