Steve Jobs, l’intervista al regista Danny Boyle: “Adesso iSteve, nel 2016 Porno”

Inutile girarci attorno, Steve Jobs è uno dei migliori film dell’anno. Merito della straordinaria sceneggiatura di Aaron Sorkin, autore di capolavori televisivi come The West Wing e The Newsroom e di film del calibro di The Social Network e Moneyball. Ma anche delle magnifiche interpretazioni di Michael Fassbender e Kate Winslet, entrambi candidati all’Oscar (e quest’ultima già vincitrice del Golden Globe come miglior attrice non protagonista). Ma un bel po’ di riconoscimento va anche a Danny Boyle, regista che ha sostituito a un certo punto della travagliata produzione del film David Fincher e che ha dato un tocco più squisitamente naive a una storia umana raccontata come raramente si è visto. Abbiamo incontrato a Londra il regista di Trainspotting, già premio Oscar per The Millionaire, per fare una piacevolissima e rilassata chiacchierata su Steve Jobs e non solo.

 

 

Mr. Boyle,  non dev’essere stato facile portare sullo schermo la sceneggiatura di Aaron Sorkin. Ci puoi giurare, è stato un tour de force incredibile, ma non avrei rinunciato per niente al mondo, è un capolavoro di scrittura. Ma è vero, non ci credo neanche io che sia davvero possibile condensare 185 pagine di sceneggiatura in poco più di due ore. Ma è il ritmo di Aaron, ed è grandioso, e l’altra gran parte del merito va al gruppo di attori che ho avuto a disposizione, da Jeff Daniels che già conosceva bene la scrittura di Sorkin, e poi Seth Rogen, Michael, Kate, Michael Stuhlbarg, eccezionale, e poi abbiamo avuto la fortuna di trovare questa ragazza bravissima, Perla Haney-Jardine, che interpreta Lisa a 19 anni.

Come ha lavorato con gli attori per trovare il giusto affiatamento?
Abbiamo provato, tantissimo, e come dice anche Jobs nel film, gli attori sono come strumenti che vanno accordati, e così è successo, trovando il loro ritmo.

I tre atti della sceneggiatura hanno un significato ben preciso. E lei gli ha dato un senso ancora più profondo girandoli ognuno con un linguaggio diverso.
Esatto, il primo atto era quello in cui doveva stupire il mondo con la forza delle sue idee e della sua gioventù, è irruento, è come se volesse scuotere tutto a forza di pugni. Per questo abbiamo uno stile più punk, girando in 16mm e dandogli un’immagine più sporca e sgranata. Il secondo atto è quello più noir, perché racchiude un mistero, quello di un prodotto che al contrario del Macintosh, che aveva solo dei problemi di cui era consapevole ma che nascondeva anche a se stesso, è sicuro che non funzioni. È un segmento fatto di luci e ombre e per cui era necessario l’uso del 35mm. Il terzo atto è quello della rivincita, dell’inizio della sua visione globale, tutto è chiaro a Steve una volta tornato in sella alla Apple. Qui abbiamo usato il digitale e girato con l’Alexa, una macchina molto maneggevole, perché il concetto era proprio di poter avere quanti più punti di vista possibili, perché niente è più nascosto ai suoi occhi.

Sembra rimpiangerli gli anni Ottanta.
No, non proprio, ero un punk negli anni Settanta, ma sapevo che non sarei potuto esserlo per sempre, così come non potevo far parte delle correnti che andavano per la maggiore a quel tempo in Inghilterra. E poi la moda, non ne parliamo, le ragazze andavano in giro in maniera incredibile. Per gli uomini era diverso, in sostanza ci vestiamo nella stessa maniera da trent’anni, è terribile, però è stato incredibilmente comodo per girare le scene del teatro con le tremila comparse che avevamo chiamato. A tutti avevamo chiesto di venire vestiti con abiti anni Ottanta. Le ragazze si sono presentate in maniera indecente, i ragazzi li avrei potuti prendere per tutti e tre gli atti.

Si sente ancora punk nell’anima?
Senti, lavoro per la Universal e se ti facessi vedere il mio contratto per questo film mi gonfieresti di botte, quindi non diciamo cazzate. Però, scherzi a parte, mi piace ancora quell’energia che ho provato all’epoca e che in seguito ho trovato nella prima scena house.

Tornando al film, la scena centrale è il confronto tra Scully e Jobs nel secondo atto e lei l’ha girata con un’asciuttezza straordinaria dandogli ancora più potenza.
Non credo di avere mai diretto niente così al cinema, forse qualcosa a teatro, ma era l’unica maniera, perché il resto lo fanno il testo, gli attori e le personalità che interpretano. Ogni elemento ha un’eloquenza straordinaria a cui basta solo essere assecondata, abbracciata, accompagnata. È la ragione per cui adoro The Social Network e in generale il cinema di David Fincher. Tutti parlano della sua visionarietà, senza però mai considerare la classicità della messa in scena e del linguaggio che semplifica tutto e lo esalta.

Che opinione si è fatto di Steve Jobs: eroe o antieroe?

Nessuno dei due. È un pianeta, la cui attrazione gravitazionale ha ancora effetto sulle persone che hanno avuto a che fare con lui. Basti pensare a John Scully, Jobs è l’albatros della sua vita, si porterà per sempre addosso questa croce di essere l’uomo che ha licenziato Steve Jobs. Era una personalità unica al mondo, capace di rendere caratteristico anche il suo essere orribile nei comportamenti e con il prossimo. Personalmente sono d’accordo con quello che dice Wozniack/Seth Rogen nel film, che si può essere speciali e per bene allo stesso tempo.

Forse per essere i migliori bisogna essere inevitabilmente stronzi.
Non lo so, ho conosciuto persone dall’incredibile talento che erano anche umanamente splendide, altri che erano delle terribili teste di cazzo. Dipende anche dagli ambiti: in quello musicale l’egocentrismo impera, quindi difficile discernere. Nel cinema l’esempio migliore lo offre un bellissimo saggio che si intitola “Easy Riders, Raging Bull”, che parla dei più grandi registi dell’epoca d’oro di Hollywood, gli anni Settanta. Ne escono fuori tutti come dei fottuti pezzi di merda, soprattutto con le donne, che nella maggior parte dei casi sono anche le artefici dei loro successi. Tutti, tranne uno: Francis Ford Coppola, che se aveva gli ultimi dieci dollari in tasca te li regalava, come fece per George Lucas. E non a caso è anche quello che ha raggiunto vette artistiche straordinarie nella sua carriera, più di chiunque altro.

A proposito di musica, anche la scelta musicale del film è magnifica, ma soprattutto ha un ritmo che ne fa una specie di videoclip di parole.
L’idea era questa, è la ragione per cui abbiamo in buona parte dato grande libertà agli attori, perché volevamo che ognuno di loro trovasse il suo beat. Ogni scena l’abbiamo ripresa con ciak diversi da più punti di vista, ma sempre l’intera scena, perché era importante che ci fosse una continuità che potessimo portare in montaggio. A San Francisco, dove abbiamo girato, avevamo come montatore Elliot Graham, che pensavamo avremmo sostituito una volta tornati a Londra per chiudere il film. Ma è un fenomeno, candidato all’Oscar per Milk, ha fatto un lavoro straordinario. Senza un buon montatore un film si perde.

Adesso è arrivato il momento di fare un Porno.
Esatto, anche se non si chiamerà Porno, ma Trainspotting 2. L’idea era di chiamarlo T2, ma abbiamo trovato degli irrisolvibili problemi di diritti (Terminator è troppo potente persino per un premio Oscar -ndr), come puoi immaginare. Iniziamo a girare a maggio e speriamo di uscire per la fine del 2016, che sarebbe il ventesimo anniversario dall’uscita di primo film. Il cast originale è tutto a bordo, stiamo cercando di sistemare i problemi di schedule, ma dovremmo riuscire a farcela. Sono molto eccitato all’idea.

Ho incontrato Alex Garland qualche mese fa, che ha scritto alcuni dei suoi film migliori. Adesso Aaron Sorkin. Certo che con un grande sceneggiatore metà del lavoro è già fatto.
E l’altro 49% lo fa un casting fatto bene. Ma senza un bravo montatore tutto questo non serve a niente. I direttori della fotografia hanno un ego che li fa essere convinti di essere insostituibili, ma non è così, è il montatore che salva il film. Ma non dirlo a nessuno questo, che sono riuscito a farla franca fino adesso.

Share this article