Dietro il pasticcio delle liste per Stefano Fassina le divisioni interne di Sinistra Italiana

di Tommaso Caldarelli | 09/05/2016

stefano fassina

Ha appena concluso la sua conferenza stampa al suo comitato elettorale Stefano Fassina, candidato sindaco nelle Elezioni Comunali 2016 a Roma. Torpignattara, il sole pieno annuncia alla città che le prossime settimane di campagna saranno calde, assolate e faticose: ammesso che le liste della sinistra a Roma riusciranno a viverle. Sì, perché come una tegola è arrivata ieri la notizia dell’esclusione delle liste di Stefano Fassina, di Sinistra Per Roma e della Civica per Fassina, sia dalla corsa per il comune che dalla corsa per tutti i municipi. Un vero e proprio disastro causato da un errore umano, una svista; a sua volta causata, raccontano le gole profonde di Sinistra Italiana a Roma dalla stanchezza, dalla scarsa compattezza, dallo sfilacciamento dei dirigenti e dei militanti in città.

IL PASTICCIO DELLE LISTE PER STEFANO FASSINA È SINISTRA ITALIANA NATA MORTA?

Il comitato elettorale di Stefano Fassina ha dimostrato drammaticamente su questa vicenda di essere del tutto inadeguato. Facessero altro“: a parlare è Andrea Catarci, candidato presidente di Municipio nell’VII, a Garbatella, cuore storico della sinistra di Sel. Catarci continua la sua corsa grazie alle sue liste civiche, ulteriori rispetto a quelle di Stefano Fassina, che hanno avuto le loro firme regolarmente presentate e che lo tengono in partita: “Andassero a fare volantinaggio“, continua Catarci. “Il comitato elettorale ha un unico lavoro. Se non è in grado di farlo, questi compagni dessero un contributo in altra forma“, chiude, secco, prima di uscire dal comitato.

La rabbia e lo sconcerto fra i militanti abbondano: c’era chi aveva già iniziato la sua campagna elettorale, chi stava per farlo. E c’è da dire che le risorse di Sinistra Italiana non sono certo quelle dei grandi partiti, per cui molti candidati hanno sostenuto sulle loro spalle il costo organizzativo, economico, e umano, di una campagna comunque difficile. Cosa è accaduto? E’ noto: chi si stava occupando della composizione delle liste ha compiuto un errore. “Nessun complotto“, ci dicono fuori dal comitato di Fassina: “Un errore umano, troppo umano”.

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La persona in questione, l’incaricata per la vidimazione delle firme, amministratrice in un municipio della periferia ovest della Capitale, non risponde al telefono. Tutto tace: in conferenza stampa viene illustrata la linea legale che si tenterà di percorrere al Tar, unica sede in cui le liste per Fassina potranno essere salvate.

Le firme per la presentazione delle liste elettorali, dice la legge, devono essere raccolte e vidimate in un lasso di tempo che va da 180 giorni prima il termine ultimo (sei mesi dunque) per la consegna dei nomi dei candidati, al termine stesso; e la vicepresidentessa in questione è assessore, e dunque nelle condizioni legali di certificare le firme, solo da quattro mesi. In questo modo, in sostanza, l’errore formale potrebbe essere superato: le firme non potevano materialmente essere raccolte prima del termine legale, sarebbero dunque – secondo la versione di Fassina&Co. “sostanzialmente valide” e Sinistra Italiana a Roma spera che il Tar entri nel merito della questione, anche se, spiegano i giuristi già intervistati dai principali quotidiani, la strada è difficile. Un errore, dunque, nessun complotto; e una decisione difficile che dovrebbe arrivare d’urgenza, già in settimana. Ma un errore del genere, perché? In che salute sta Sinistra Italiana, almeno a Roma? Pessima, a quanto traspare.

«Sai cosa? Scrivi questo», ci dice un giovane dirigente e amministratore di Sinistra Italiana nei municipi: «Questa è la grande occasione per noi, per i giovani di SI, di fare una battaglia dura quando questa corsa elettorale sarà finita, e porre il problema della dirigenza di questo movimento; e, sì, prenderci il partito, a questo punto». Perché non è un caso che si sia arrivati all’errore, ragionano fra i malumori e i mugugni gli esponenti di Sinistra Italiana: «Il contesto», ci dicono, «ha certo aiutato». Quello di un partito («Ah, perché, abbiamo un partito?», dice qualcuno) che si è dimostrato incapace di aiutare i suoi candidati e che ha vissuto la corsa elettorale di Roma, quella di Stefano Fassina candidato sindaco, come «l’ennesima prova di posizionamento verso il congresso, un’altra grande domanda su chi sarà il prossimo leader». E’ amareggiato, uno dei candidati presidenti di Sinistra Italiana, appoggiato su un’automobile fuori dal comitato: «Sto pensando a tutti quelli che fino a un minuto prima della chiusura delle liste hanno premuto, litigato, cambiato idea, e hanno evitato minuziosamente di decidere una volta per tutte cosa pensassero di questo partito».

Il riferimento, nemmeno troppo velato, è alla storia di Sinistra Italiana di questi ultimi mesi, che a Roma, primo laboratorio italiano, sembra un esperimento nato se non morto, certo in grande difficoltà; una comunità divisa fra il gruppo nazionale che ha «calato dall’alto» una candidatura come quella di Fassina che il corpo romano ha dovuto digerire, da un lato; e il vento che soffia dalla Regione Lazio, dove Sinistra Italiana governa in coalizione col centrosinistra – un vento che ha spinto nelle ultime settimane per mantenere aperte le strade di un’alleanza territoriale, nei municipi di sicuro, con le forze del Partito Democratico, ragionando su formule d’ordine come «allargare il campo» e«sfidare il partito della Nazione ». Presi in mezzo, spesso, sono rimasti i candidati, militanti e amministratori di Sinistra Italiana che chiedevano solo che «il partito li mettesse in condizioni di fare la campagna elettorale» e che invece si sono ritrovati in una lotta tutta interna fra «fassiniani» e «smerigliani», per dirla con parole chiare. In questo clima di tensione, l’errore era dietro l’angolo: e infatti, tragicamente, è arrivato. Ora, tutti attendono il Tar con le facce meste: c’è chi non ha annullato gli impegni di campagna elettorale, c’è chi correrà comunque, c’è chi non vede oltre il weekend (la decisione del Tar è attesa entro la fine della settimana). C’è chi sa che, un minuto dopo la eventuale riammissione delle liste, ci sarà da correre ulteriormente per recuperare l’ennesimo tempo perduto. E c’è chi, scriveva stamattina il Messaggero, già iniziava a pensare a quale ponte si potesse ricostruire col Partito Democratico.