Scattone ha il diritto di insegnare

di Marco Esposito | 09/09/2015

Giovanni Scattone

Giovanni Scattone ha il diritto di insegnare, di svolgere il proprio lavoro, di riprendere in mano la propria vita. Non siamo noi a dirlo, lo ha detto la giustizia italiana, lo prevede la nostra Costituzione, lo afferma, con un minimo di freddezza, anche il buon senso.

Ovviamente capiamo bene il dolore e la rabbia dei genitori di Marta Russo, la ragazza uccisa mentre camminava tra i viali dell’Università La Sapienza di Roma. Per quell’omicidio Giovanni Scattone fu  accusato e condannato per omicidio colposo. Una sentenza passata in giudicato, per la quale l’allora ricercatore romano è stato condannato a 5 anni e 4 mesi. Ma in quella stessa sentenza la Cassazione decise di “riabilitarlo”, eliminando le pene accessorie e cancellando l’interdizione all’insegnamento.

Insomma, pur capendo la rabbia della mamma di Marta Russo, non possiamo non ricordare come in qualsiasi paese la giustizia non può essere amministrata o portata avanti dai parenti delle vittime, il cui parere va rispettato, ma che non può avere alcun peso nelle decisioni penali. La nostra Costituzione prevede che la pena tenda alla rieducazione del reo, per reinserirlo pienamente nella società. E, paradossalmente, sotto questo punto di vista la vicenda Scattone è addirittura un successo per il nostro ordinamento.

Ma soprattutto Scattone ha pagato il suo conto con la giustizia. Ha scontato la sua pena e ora ha il diritto di avere una vita, per quanto possibile, normale.

In molti mettono in luce il fatto che Scattone, condannato per omicidio, non può essere un “educatore” affidabile. Eppure anche a questa obiezione è stata proprio la Cassazione a rispondere, riabilitando Scattone all’insegnamento.

È per questo motivo che non ha alcun senso rimettere in discussione questo suo diritto, il tutto “solo” perché oggi è diventato un insegnante di ruolo. Come se – da precario  – fosse un educatore più accettabile.

Diciamoci la verità: è un discorso un po’ ipocrita, per il quale anche se hai pagato il tuo conto con la giustizia, non sei considerato un vero e proprio cittadino; rimani in qualche modo “marchiato”, qualcuno che non può essere totalmente accettato nella società.

Con buona pace della nostra Costituzione, in questo punto vilipesa da chi – solitamente – con una mano la agita definendola la più bella del mondo, mentre con l’altra mano, al momento giusto, è pronto a brandire un paio di manette.