Perché anche noi abbiamo ucciso Sara Di Pietrantonio

di Stefania Carboni | 30/05/2016

Sara Di Pietrantonio

«Se qualcuno si fosse fermato. Sara sarebbe ancora viva»
Maria Monteleone, sostituto procuratore aggiunto della Procura di Roma

Sara Di Pietrantonio è morta a 22 anni, sabato notte, tra le fiamme, alla periferia di Roma, in via della Magliana. A darle fuoco è stato il suo ex ragazzo, Vincenzo Paduano. Paduano, sotto interrogatorio, è crollato confessando l’omicidio. Le telecamere che riprendono la zona in cui la macchina della ragazza è stata incendiata lo inchiodano. Ma mentre il resto del mondo si sofferma sull’ennesimo caso di femminicidio, sulle motivazioni che hanno spinto Vincenzo a uccidere, c’è un dettaglio da non trascurare. «Alcune persone sono passate in auto mentre Sara chiedeva aiuto ma non si sono fermate», ha detto il sostituto procuratore aggiunto Maria Monteleone durante la conferenza stampa. Se qualcuno si fosse fermato o avesse chiamato gratuitamente il 113, Sara sarebbe ancora viva.

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Invece no. Le macchine hanno sfrecciato davanti a quella piazzola di sosta. Le richieste di aiuto della 22enne sono rimaste inascoltate. Sara ci ha provato. Ha provato a gridare cercando un aiuto. Un aiuto che non è arrivato. Non è ancora chiaro perché quelle persone non si siano fermate né abbiano segnalato un’auto in fiamme. Ma c’è una lezione che, aldilà del classico salotto da cronaca nera, dovremmo imparare, tutti. Non far vincere l’indifferenza. Perché bastava davvero poco per salvare Sara. Bastava una chiamata. Spesso (e specialmente nelle altre grandi città) ci si volta dall’altra parte. Si sta zitti in metropolitana davanti a uno scippo. Si alza il volume della televisione quando si sentono grida per strada o dal portone del vicino. Si pensa che non è il caso di fare i supereroi perché potrebbe esser pericoloso, perché è meglio pensare a sé. Perché ci avrà pensato qualcun altro ad avvisare le forze dell’ordine (che spesso non si avvisano).

Non restare indifferenti è una questione di civiltà. Come si può pretendere di avere una città più sicura o un mondo migliore se non si ostacola il male che incontriamo per strada? Si parla tanto di come arginare il “femminicidio” quando ci sta sfuggendo la lezione più grande: l’indifferenza uccide. Anche la nostra, davanti a piccole brutture quotidiane, ogni giorno. Il “meglio a te che a me” non ha mai portato a grandi rivoluzioni. E non bisogna fare i Superman: basta semplicemente segnalare, chiamare, attirare l’attenzione.

Il migliore augurio è che qualcuno, ripensando a sabato sera, si riconosca in quella macchina che è passata davanti all’auto di Sara. Può fare qualcosa, ancora. Sollevare la cornetta e chiamare la polizia. Confermare quello che magari non è sembrato sospetto, raccontare. E aiutare gli inquirenti. Aiutare Sara che non potrà più riavere i suoi vent’anni e le persone che le hanno voluto bene.

Non facciamo vincere l’indifferenza.

 

(in copertina foto Ansa)