Renzi, Alfano, M5S e Lega, il partito del ‘voto subito’ occupa il 60% del Parlamento | Numeri

di Donato De Sena | 06/12/2016

voto subito

Se fosse un partito occuperebbe più o meno il 60% dei seggi di Camera e Senato. E potrebbe non avere difficoltà a far valere la propria linea. È il fronte di chi in queste ore, dopo le dimissioni del premier Matteo Renzi (congelate dal presidente della Repubblica fino all’approvazione della legge di Bilancio), non disdegna l’ipotesi di tornare al voto in tempi brevi, anche senza l’approvazione di una nuova legge elettorale.

PARTITO DEL ‘VOTO SUBITO’ DA M5S A LEGA, IL 60% IN PARLAMENTO

Durante e dopo i colloqui del presidente del Consiglio dimissionario con il capo dello Stato, sia esponenti di area renziana, sia leader di altri partiti come Angelino Alfano, Beppe Grillo e Matteo Salvini, si sono dichiarati pronti ad affrontare elezioni politiche nel giro di poco tempo, anche a marzo o addiruttura a febbraio, senza dar vita ad alcun governo di larghe intese ed anche mantenendo il Consultellum (Porcellum modificato dalla Corte Costituzionale) al Senato e l’Italicum (per il quale si attende ancora un parere della Consulta) alla Camera. Per verificare come un’accelerazione per il ritorno alle urne sia possibile basta guardare le cifre della composizione dei gruppi parlamentari a Montecitorio e Palazzo Madama.

 

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Ai gruppi che potrebbero schierarsi ufficialmente per il no ad esecutivi tecnici o politici per una fase di transizione di diversi mesi o un anno verso nuove elezioni politiche sono iscritti il 60% dei senatori e il 70% dei deputati. A Montecitorio la pattuglia di Area Popolare (Nuovo Centrodestra e Udc) è composta da 30 onorevoli. Il gruppo della Lega Nord occupa 19 seggi. Sono 91 i pentastellati. Ben 301 gli iscritti al Pd. Il totale è 441, esattamente il 70% dei complessivi 630 deputati. Una quota che andrebbe comunque a ridursi se si considerano possibili fratture tra i centristi (l’Udc non gradisce la corsa verso le urne) e possibili divisioni tra i Dem (che si sono già divisi in Parlamento su Italicum, riforma costituzionale e indicazione di voto al referendum di due giorni fa).

L’apia maggioranza esiste anche a Palazzo Madama, dove il gruppo di Area Popolare è composto da 29 senatori, quello del Carroccio da 12 e quello del Pd da 113. E dove siedono 35 pentastellati. La somma in questo caso è 189, esattamente il 60% dei 315 senatori eletti. Ma la quota potrebbe salire al 66% se al partito del Consultellum e dell’Italicum (modificato o non modificato dalla Corte Costituzionale) dovessero aggiungersi anche i 18 senatori verdiniani di Ala.

PARTITO DEL ‘VOTO SUBITO’, LE DICHIARAZIONI

Insomma, quando Alfano dice di essere «contrario agli accanimenti terapeutici» (e che «se la legislatura ha esaurito la sua funzione» è «meglio andare al voto») sa bene che il piano è del tutto attuabile, anche pagando un dissenso interno alla maggioranza di governo. Lo sa bene probabilmente anche il renzianissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, che ieri su Twitter ha scritto: «Tutto è iniziato col 40% nel 2012. Abbiamo vinto col 40% nel 2014. Ripartiamo dal 40% di ieri». Il chiaro segnale della volontà di far pesare ancora il proprio bacono di consenso. «Per noi l’Italicum – è intanto il messaggio invato dal blog di Grillo (firmato Alessandro Di Battista) – ha dei profili di incostituzionalità. A ogni modo ce lo dirà la Corte Costituzionale. Una volta che si sarà pronunciata andremo al voto con quella legge corretta, sia alla Camera che al Senato. Punto. E, finalmente, il Popolo italiano deciderà chi dovrà governare il Paese». Infine, Salvini. «Mi sta bene la legge elettorale che uscirà dalla sentenza della Consulta. E poi alle urne», ha rpitetuto in un’intervista alla Stampa. L’alleanza è servita.

(Foto: ANSA / ETTORE FERRARI)