Primarie Usa: lo scandalo delle mail costa la presidenza a Hillary Clinton?

30/01/2016 di Alessio Barbati

Nei quattro anni di mandato come Segretario di Stato, Hillary Clinton ha utilizzato esclusivamente il suo account privato di posta elettronica per le comunicazioni di lavoro. Questo ha impedito alle autorità americane di poter effettuare i controlli necessari e di acquisire i registri delle comunicazioni, come è di prassi in questi casi. Nel marzo scorso i collaboratori della Clinton avevano consegnato ai federali circa 55.000 pagine di mail, ma non è chiaro se abbiano tralasciato qualcosa. Un fatto gravissimo secondo gli americani che guardano sempre con sospetto i propri governanti. Nella serata di venerdì il Dipartimento di Stato ha comunicato che 22 di quei messaggi “usciti” dalla rete criptata del sistema informatico federale erano da considerare “top secret”.

 

Questa “fuga” di messaggi era nota da quasi un anno, ma si pensava che le informazioni in questione fossero bollate semplicemente come «Riservate» e non come «Top Secret», dettaglio che, ovviamente, non aiuta a semplificare la questione. Il tutto, come spesso accade, è stato reso noto ad appena due giorni dai “caucus” dell’Iowa, che inaugurano la stagione delle primarie americane. Hillary ha riconosciuto di aver sbagliato scusandosi pubblicamente diverse volte.

 

Un tale utilizzo della posta personale per questioni di stato non ha precedenti. All’epoca dei fatti gli esperti sentiti dal New York Times dichiaravano: «A parte l’apocalisse nucleare, è difficile immaginare in quale scenario un’agenzia del governo dovrebbe permettere ai suoi dirigenti di usare le email personali per condurre gli affari del governo. Non ricordo nessun dirigente che abbia utilizzato solo la sua email personale mentre lavorava per il governo». Sono parole dell’avvocato Jason Baron.

 

Ieri in serata sui siti americani si era diffusa la convinzione che l’FBI avesse intenzione di portare avanti l’indagine sull’ex first lady in piena campagna elettorale. Mossa politica? Quasi sicuramente. Sta di fatto che la possibilità di un’incriminazione poco prima della votazione più critica è tutt’altro che remota.

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