Perdonaci, Yara

di Clementina Coppini | 18/06/2014

Ho avuto occasione di incrociare alcuni cosiddetti approfondimenti sul presunto assassino di Yara Gambirasio. Ho due figli all’incirca dell’età di Yara. Ho passato una notte di incubi. Non per me o per i miei ragazzi, ma per lei e per la sua famiglia. La notizia dell’arresto l’ha voluta dare di persona il Ministro dell’Interno. E su questo è meglio calare un pietoso velo. A seguire è arrivato il resto. Per prima cosa si è sbattuto il mostro in prima serata. Ma è solo l’inizio. Tanto per cominciare si va subito sotto casa sua, dove non c’è più lui, che è in stato di fermo, bensì la sua famiglia. E per quale motivo? Per vedere chi e cosa? Seconda cosa si va al commissariato e ci si lamenta che non rilasciano dichiarazioni. Cosa mai dovrebbero dire?

COSA C’ENTRA? – Terzo passo si fanno speculazioni sui genitori dell’omicida, a quanto pare concepito insieme a una sorella gemella in una relazione clandestina. È attraverso il DNA del padre defunto che si è potuti risalire al colpevole. Sì, ma cosa c’entrano le vicende dei genitori con il fatto che uno possa diventare un assassino? Se c’è una correlazione, allora ne consegue che tutti i consanguinei sono in qualche modo coinvolti e che se uno è nato da una relazione irregolare ha qualcosa che non va. Per quale afflato oscurantista si presume che le colpe dei padri debbano ricadere sui figli e sui parenti tutti, diretti e collaterali? Un conto è fare legittime indagini con prelievi di DNA, un conto è addentrarsi in inquietanti riflessioni lombrosiane sulle origini del male.

COLPO MORTALE – Il quarto passo verso l’abisso è intervistare la zia dell’assassino, come se la zia potesse avere qualcosa a che spartire con la vicenda. Poi viene chiamato in causa un amico del padre dell’assassino che era a conoscenza della relazione extraconiugale da cui 44 anni fa è nato l’omicida. Resta sempre la domanda su cosa c’entra tutto ciò con Yara, su come questo possa aiutare a capire, su come ciò possa consolare i genitori della ragazza e i figli del suo assassino, che hanno dovuto e dovranno imparare a convivere con tutto ciò. Intanto, per far passare il tempo, viene mostrata prima un’intervista al signore che, mentre faceva volare un modellino, ha trovato le spoglie della ragazza. Si insiste per sapere quante volte questo appassionato di modellismo è stato lì nel luogo del ritrovamento e come ha fatto a non accorgersi prima del cadavere. Poveretto, non sa cosa rispondere, se non che appena l’ha visto ha chiamato la polizia. E sulla parola cadavere appare l’immagine di Yara sorridente. Una ragazzina dell’età dei miei figli e di tanti ragazzini che escono tranquillamente per andare a fare sport e a casa degli amici. Non riesco a togliermi dalla testa il pensiero di quei due poveri genitori e il faccino pulito della loro figlia tredicenne. Inaspettato arriva il colpo mortale, un servizio con l’appello fatto proprio dai genitori di Yara nel 2010, prima che si scoprisse la verità su quello che era accaduto alla loro figlia. E questo è il punto più basso e più agghiacciante. Ma come si fa a far vedere cose del genere, a mostrare una povera mamma e un povero papà disperati quando ancora cercavano di credere di non aver perso per sempre la loro bambina? No, non è possibile. Non è umano. Spero che non si siano dovute rivedere, queste persone dignitose e riservate, spero che sia stato loro risparmiato questo male inutile.

OCCHI CHIUSI – Tutto ciò ovviamente era condito di frasi fatte, di retorica della morte e del dolore. Ma non esiste più la vergogna di bearsi dell’altrui sofferenza? Dov’è finito il pudore? Sarà diritto di cronaca, ma personalmente chiedo perdono a Yara e alla sua famiglia per aver indugiato nella visione di quelle immagini, per aver ascoltato quelle parole. Gli scrittori di tragedie greche avevano la consuetudine di non far vedere mai in scena le cose più orrende e macabre. Preferivano al limite suggerirle per immagini, perché certe cose per gli antichi non dovevano essere mostrate e non dovevano essere viste. Quella di Yara è una tragedia greca e noi dovremmo onorare la memoria di questa ragazza (i greci l’avrebbero chiamate kόre, un termine che rende alla perfezione l’idea di giovinezza e innocenza) non con impudiche descrizioni della sofferenza, ma come avrebbe fatto il più grande dei poeti epici greci, Omero, che in fondo è il primo giornalista della storia: portava le notizie in giro, ma lo faceva con rispetto. Con il cervello acceso e gli occhi chiusi.