Ci vogliono annientare, ma non ci riusciranno. Ora serve un’altra Europa.

di Marco Esposito | 14/11/2015

parigi sotto attacco

E’ difficile. È maledettamente difficile. Con gli occhi pieni delle immagini di Parigi, ancora una volta sotto attacco, è impossibile rimanere completamente lucidi. Sei attentati, decine di terroristi, oltre centoventi morti. Probabilmente l’attacco terroristico più imponente che l’Europa possa ricordare. Senza dubbio siamo davanti all’11 settembre dell’Europa, non solo della Francia.

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È stato l’ennesimo attacco bastardo: contro civili inermi. Allo Stadio, al teatro Bataclan – dove hanno sparato all’impazzata su semplici cittadini – per tutta Parigi. Che, pochi mesi dopo l’attacco al settimanale satirico Charlie Hebdo torna a fare i conti con il terrore.

Non c’è ancora una rivendicazione ufficiale, ma la matrice islamica degli attentati è piuttosto chiara. Un attacco imponente, coordinato, portato avanti senza pietà. Con uomini addestrati, ben armati, preparati a fare una strage. E allora diciamolo chiaramente, diciamolo a noi stessi e a chi ci legge. Questa gente è in guerra contro di noi. Contro la nostra civiltà, contro l’occidente, contro le nostre democrazie. Inutile nasconderselo. Negarlo non può che rafforzarli.

Diverso è dire che l’Islam è in guerra con noi, o, ancora peggio, che noi siamo in guerra con l’Islam tout court. Come sarebbe folle equiparare tutti gli immigrati o i rifugiati ai terroristi islamici. Perché questo, teniamolo ben presente, è quello che alcuni qui in Europa, in Italia, cercheranno di fare. Non permetteremo che passi l’assioma per il quale chiunque venga nel nostro paese sia equiparato ad un terrorista. Questo giornale, nel suo piccolo, si batterà contro gli sciacalli che già si affacciano con i loro strali e la loro propaganda sui social network, mentre i corpi dei nostri concittadini europei sono ancora caldi. Perché questo atteggiamento, questa reazione, sarebbe il primo passo verso la vittoria di questi assassini.

Ma dobbiamo anche essere franchi nell’ammettere che quello che sta accadendo non è portato avanti da uno sparuto gruppo di esaltati. Qui siamo davanti ad un attacco alla nostra civiltà, da parte di un pezzo di Islam. Non possiamo negarlo: la Jihad islamica ha un evidente potere di attrazione nei confronti di molti giovani in alcuni territori in medio oriente. Ciò avviene anche per ragioni storiche e per precise responsabilità anche occidentali, dalle quali non possiamo sottrarci. Ma tutto ciò non giustifica e non rende più accettabile quello che è accaduto ieri a Parigi o all’inizio dell’anno alla redazione di Charlie Hebdo.

Quella di venerdì è una giornata spartiacque. Come lo fu l’11 settembre. Da ieri è cambiato qualcosa, la nostra Europa non sarà più la stessa, noi non saremo più gli stessi. La paura sarà una compagna di vita inevitabile dei prossimi mesi. Si, soprattutto per chi vive a Roma, dove tra un mese esatto prenderà il via il Giubileo della Misericordia voluto da Papa Francesco. Un evento che sembra il perfetto bersaglio della follia del terrorismo islamico.

E proprio per questo dovremmo essere capaci di essere ancora più lucidi e rispondere in maniera intelligente e compatta a quanto è accaduto ieri a Parigi. Dovremmo rispondere con una prova di forza e di unione che l’Europa di questi anni non ha saputo dare. Dopo la bella immagine dei leader europei riuniti a sfilare proprio a Parigi (quanto ci appare enorme oggi l’errore di Obama di non aver presenziato a quella manifestazione?), quegli stessi leader hanno passato i mesi successivi a litigare sulle quote immigrati, innalzando muri e ragionando avendo come unica bussola l’interesse nazionale. Serve stringersi insieme, ma seriamente. Per rispondere a questo atto di guerra serve più Europa, servono gli Stati Uniti D’Europa. Perché è bene sapere che ogni risposta isolata non avrà successo. Per vincere questa battaglia serve reagire tutti insieme.

Serve che gli attuali leader europei, spesso fin troppo presi dalle beghe interne al proprio paese, impegnati fin troppo ad inseguire il consenso interno, sappiano alzare il livello della propria politica. Servono statisti europei. Serve la capacità – piuttosto sconosciuta alle nostre latitudini – di pensare al bene collettivo come prioritario rispetto al tornaconto elettorale. Servirebbe che Cameron mettesse da parte il suo Referendum per uscire dall’Europa, perché è impensabile, dopo quello che è successo a Parigi, che questa ipotesi sia presa in considerazione. Serve che da unione economica e monetaria, l’Unione Europea si trasformi in un qualcosa di più: in un senso di appartenenza, in un sentire comune, in un nuovo modo di stare (tutti) insieme. In una speranza di un futuro migliore, in un’opportunità per le nuove generazioni.

Il grande sogno europeo vagheggiato da Spinelli a Ventotene si è realizzato dopo la seconda guerra mondiale, garantendo alla mia generazione un periodo di pace senza precedenti per il vecchio continente. Ora serve un nuovo sogno europeo, una nuova visione, che trasformi innanzitutto la percezione attuale di un’istituzione burocratica e poco democratica, in una nuovo progetto di convivenza pacifica, per tutti quei cittadini del mondo che sapranno e vorranno uniformarsi al nostro stile di vita e ai nostri valori. La democrazia, il rispetto della donna, la libertà, uno stato laico. I pilastri della nostra civiltà.

L’Europa è chiamata alla sua più grande sfida: o la saprà cogliere, o non avrà più senso la sua stessa esistenza.