Niente più segreti sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

di Redazione | 20/03/2014

Il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Sesa Amic, facendo riferimento alle richieste che ci sono state in questo senso nei giorni scorsi, ha annunciato in aula alla Camera di aver avviato le procedure per la desecretazione dei documenti che riguardano il caso di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin.

mogherini alpi

VENTI ANNI FA – Il 20 marzo del 1994 Un commando somalo uccide a Mogadiscio la giornalista Ilaria Alpi, inviata del Tg3 Rai in Somalia, e l’operatore tv Miran Hrovatin, appena tornati dal Nord del Paese, dove hanno incontrato il sultano del Bosaso. Erano nel corno d’Africa per seguire la guerra tra fazioni che stava insanguinando il Paese africano e la missione Onu «Restore Hope» lanciata dagli Usa con l’appoggio di numerose nazioni alleate compresa l’Italia, per porre fine alla guerra interna, ristabilire la legalità nello scenario somalo e mettere fine a una crisi alimentare che aveva reclamato centinaia di migliaia di vittime . Sul luogo dell’agguato, come mostrano le immagini girate dall’operatore della tv americana ABC Carlos Mavroleon, è presente l’imprenditore italiano Giancarlo Marocchino, che a caldo dichiara: «Non è stata una rapina. Si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare». Due giorni dopo le loro salme arrivano a Roma e il giorno dopo si tengono funerali di stato. Al momento della sepoltura l’autorità giudiziaria non si è ancora attivata. La magistratura si interessa al caso sollecitata dal funzionario cimiteriale.

LE AUTOPSIE – A Trieste sul corpo di Miran Hrovatin viene effettuata l’autopsia, a Roma sul corpo di Ilaria Alpi non viene disposta nessuna autopsia dal pm Andrea De Gasperis ma solo un esame medico esterno. Spariscono alcune delle cassette girate da Miran Hrovatin e i taccuini con gli appunti di Ilaria Alpi. A Roma arrivano solo i due bloc notes ancora intonsi e i bagagli giungono con i sigilli violati. L’ambasciatore sottrae il foglio di protocollo che era contenuto nel taschino della camicia di Ilaria con appuntati dei numeri telefonici.

UCCISI PERCHÈ SAPEVANO TROPPO? – Alpi e Hrovatin – dirà poi l’inchiesta – hanno saputo di fatti e attività scottanti, connessi con traffici illeciti di armi e rifiuti di vasta proporzione, ma diverse inchieste da allora non sono mai arrivate a nulla, minate da testimonianze poco credibili, sparizioni di prove e probabili depistaggi. A incrociare la vicenda di Alpi e Hrovatin è anche la tragica conclusione della missione Ibis, così era stato battezzato l’impegno italiano. I nostri si muovono in maniera che gli americani non apprezzano e alla fine l’Italia ritira il suo contingente dopo che Panorama pubblica alcune foto che mostrano i soldati della Folgore torturare uomini e donne somale.Più che le torture gli americani e l’ONU imputavano ai nostri, militari, servizi e faccendieri legati alla destra colonialista come agli affaristi che per anni avevano disposto della Somalia per ogni genere di traffico; una malvagia ingerenza a minare l’operato della comunità internazionale, un sabotaggio denunciato anche dall’ONU.

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SCAPPATI CON DISONORE – La Commissione Gallo, istituita per indagare sulla missione Ibis confermerà le rivelazioni di Panorama, nessuno sarà punito. Il Canada, che ha visto coinvolti allo stesso modo i suoi parà, scioglierà il corpo e condannerà severamente i militari coinvolti, l’Italia al contrario si mostrerà ancora una volta incapace di perseguire i suoi delinquenti in divisa. Alla fine l’unico condannato sarà Hashi Omar, un somalo giunto a Roma per testimoniare sulle violenze dei nostri militari, per lui assoluzione in primo grado, ergastolo in appello e infine una condanna a 26 anni confermata definitiva dalla Cassazione.

LE INDAGINI NEL NULLA – Nonostante foto e testimonianze la nostra magistratura non condannerà i militari italiani, i testimoni sembrano essere stati portati a Roma solo per trarne Hashi Omar, utile capro espiatorio che nessuno  parte i giudici crede responsabile del duplice omicidio. Nel 2010 la notizia della possibile riapertura del processo: Ali Rage Ahmed detto Gelle, il principale accusatore di Hassan, rischia l’imputazione per calunnia. La madre di Ilaria Alpi, Luciana, continua a sostenere che l’unico condannato per l’omicidio sia in realtà un capro espiatorio e fino ad oggi gli inquirenti hanno mancato d’identificare i membri del commando o di far luce su movente e mandanti. Si spera ora che la desecretazione dei documenti relativi alla tragica avventura somala possano aiutare a capirne di più.