Lidia Macchi, ecco come si è chiuso un caso vecchio di anni grazie alla tv

di Redazione | 15/01/2016

lidia macchi

“Si era concessa e non doveva”: Lidia Macchi, di Varese, faceva parte del gruppo di Comunione e Liberazione della città lombarda. E’ morta quasi 30 anni fa, uccisa a coltellate: arrestato questa mattina, venerdì 15 gennaio,  Stefano Binda, ai tempi compagno dio scuola della Macchi e all’epoca dei fatti appena ventenne. E’ stato lui, stando alle accuse che gli vengono mosse, a uccidere la giovane: ed è tutto particolare il modo in cui questo “cold case” si è potuto risolvere: grazie ad una lettera anonima mostrata in un programma televisivo, una persona è riuscita a stabilire un collegamento fra la calligafia trasmessa e quella di una sua vecchia conoscenza. Di qui, l’arresto e l’accusa, pesantissima, di omicidio volontario aggravato dai motivi abietti e futili, dalla crudeltà, dal nesso teleologico e dalla minorata difesa. 

LIDIA MACCHI, ECCO COME SI È CHIUSO UN CASO VECCHIO DI ANNI

Il Corriere della Sera ricostruisce.

Secondo quanto è trapelato dagli ambienti investigativi, una donna che aveva ricevuto in passato lettere da parte dell’uomo avrebbe riconosciuto lo stile della calligrafia guardando la trasmissione «Quarto Grado» su Rete4 e notando che le lettere scritte all’epoca in relazione all’omicidio di Lidia Macchi coincidevano nello stile e nella forma con quelle che le erano state recapitate.

 

La dinamica dell’omicidio per come sta venendo descritta dagli inquirenti ha davvero qualcosa di inquietante.

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 Binda, che all’epoca aveva un anno in meno di Lidia Macchi, avrebbe prima costretto la ragazza a un rapporto non consenziente e poi l’avrebbe uccisa con coltellate «a gruppi di tre». In particolare, l’uomo, laureato in Filosofia e descritto come «colto», senza occupazione fissa (prima di essere arrestato viveva con la madre pensionata a Brebbia, nel Varesotto), e con un passato di droga negli anni ‘90, sarebbe salito sull’auto della giovane il 5 gennaio 1987 nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio (Varese), dove Macchi si era recata per andare a trovare un’amica. L’auto con a bordo i due, sempre stando alla ricostruzione, si sarebbe mossa fino a raggiungere una zona boschiva non distante e là Binda, secondo l’accusa, avrebbe prima violentato la ragazza e poi l’avrebbe punita uccidendola, perché nella sua ottica aveva «violato» il suo «credo religioso» concedendosi. Non è chiaro, nell’ambito delle indagini basate su una serie di indizi, se l’uomo abbia costretto la ragazza a salire in auto con lui nel parcheggio e ad appartarsi vicino al bosco. L’avrebbe, poi, colpita, dopo la violenza, con numerose coltellate prima in macchina e poi mentre cercava di fuggire all’esterno. I colpi, in particolare, sarebbero stati inferti «alla schiena» e anche a una gamba mentre stava cercando di scappare. Lidia Macchi sarebbe morta per le ferite e per «asfissia» e dopo una lunga «agonia» in una «notte di gelo».

 

Parole che sono contenute nella lettera – agghiacciante – che venne recapitata  alla famiglia di Lidia Macchi poco dopo la morte della ragazza, e poi riconosciuta – come si spiegava – da una telespettatrice in televisione. Eccola, riportata da Chi l’Ha Visto.

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Soddisfazione da parte della famiglia della vittima.

«Trenta anni che aspettiamo, finalmente si fa luce sull’omicidio di Lidia», ha commentato Paola Macchi, la madre della ragazza uccisa durante un’intervista a Radiouno Rai. «La procura di Milano ha lavorato in silenzio, ma ha lavorato sodo», ha aggiunto la donna.