L’indegno sommario di Libero su Sara Di Pietrantonio

di Boris Sollazzo | 31/05/2016

Libero Quotidiano Prima Pagina Sara Di Pietrantonio

Ora basta. Cambiano (e tornano) i direttori, ma non la sostanza. A Libero continuano a usare le parole come clave, senza alcun rispetto per il dolore altrui. E chissà come giustificheranno l’uso della parola arrostire per descrivere la tragedia di Sara di Pietrantonio, la ragazza 22enne bruciata viva dall’ex fidanzato guardia giurata, in un “titoletto” maldestro e disgustoso (non è un sommario, né per completezza di racconto né per funzione, pur occupandone la posizione, ma neanche un titolo) che abusa del vocabolario e strumentalizza la vicenda per un attacco qualunquista alla politica. Per “Bastardi islamici” si attaccarono al significato letterale dell’aggettivo, qui cosa si inventeranno mai? Probabilmente nulla, perché questa frase dovrebbe semplicemente coprire di vergogna chi l’ha scritta. Chi l’ha permessa, chi l’ha approvata.

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Sì. Avete letto bene.

E per gradire nella capitale arrostiscono una ragazza di 22 anni

Che schifo. Anche solo riscriverla, fa tremare le mani. L’uso del verbo “gradire”, poi quell’ “arrostiscono”. Infine l’età, senza neanche la dignità di un nome, di una riconoscibilità, come se a bruciare non fosse stato un giovane corpo di una donna con tutta la vita davanti, ma un oggetto qualsiasi. Non c’è provocazione che tenga, né libertà d’espressione: il rispetto minimo della vittima di un omicidio spaventoso, dei sentimenti di genitori, parenti e amici, deve essere la priorità rispetto a qualche centinaio di copie vendute in più. Anzi, non scomodiamoli: basterebbe un elementare buonsenso, l’obbedienza ai principi base non solo del mestiere di giornalista, ma dell’essere umano. Ed essendo questa frase in prima pagina, non vogliamo prendercela con un giornalista in particolare e neanche contro un grafico (anche se una forma di obiezione di coscienza da parte della redazione e di chi impagina sarebbe stata deontologicamente doverosa).
La colpa è del direttore: sì, Vittorio Feltri, tornato al quotidiano che ha fondato nel 2000 solo due settimane fa, al posto di Maurizio Belpietro. Feltri, non è nuovo a una prosa aggressiva e politicamente scorretta, anzi. E’ uomo spesso arguto e di sicuro consapevole del potere delle parole e del loro valore. Entrerà nella storia di questo mestiere per aver fondato due giornali e per essere tra i pochi che, quando arriva in un giornale aumenta le percentuali di vendita anche a due cifre. Sì, ma a che prezzo? Perché nel curriculum di questo decano ci sono anche sei mesi di sospensione dall’Ordine dei Giornalisti per il famoso metodo Boffo, quella macchina del fango che azionò senza alcun problema (e senza troppe verifiche).

Dovrebbe vergognarsi, Vittorio Feltri: perché quelle 11 parole ne insozzano la carriera. Chieda scusa, subito.

Ha esagerato. Vedere le rassegne stampa della notte e capire che sì, era andato alle stampe così, lascia increduli. E cara famiglia Di Pietrantonio, accettate almeno le mie di scuse: sì, perché io e chi ha permesso e forse persino suggerito quello scempio, abbiamo lo stesso tesserino, siamo iscritti allo stesso albo. E io oggi, per questo, mi sento a disagio. Anche se, sono sicuro, il direttore troverà colleghi e opinionisti pronti a difenderlo, per amore dei riflettori, pronti a brandire parole come “ipocriti” e “bacchettoni”. Anche loro per un lettore, un ascoltatore, uno spettatore in più. E questo mi farà sentire ancora più fuori posto.