La lettera del diavolo, quel mistero siciliano decifrato da un algoritmo

di Gianmichele Laino | 05/09/2017

lettera diavolo

Suor Maria Crocifissa della Concezione, secondo la leggenda, avrebbe lottato con Satana in persona per scrivere una delle lettere più misteriose della storia di tutti gli epistolari. E le 11 righe venute fuori da quella sorta di sfida sono rimaste un mistero fino ai giorni nostri. L’alfabeto incomprensibile con cui è stata scritta, ora, è stato decifrato da un gruppo di ricercatori attraverso un algoritmo scovato nel deep web.

LEGGI ANCHE > Antartide, quella torta congelata nei ghiacci da 105 anni e la sua triste storia

LETTERA DIAVOLO, IL CRITERIO USATO DAI RICERCATORI

L’équipe, formata da fisici e informatici di Catania, è riuscita ad applicare un’apparenza di senso compiuto a caratteri che sembrano provenire, in maniera indistinta, dall’alfabeto latino, da quello greco, dal cirillico, da quello runico e da quello degli yazidi. Quest’ultimo, in modo particolare, molto significativo perché utilizzato da un popolo che era considerato adoratore del diavolo e che abitò il Sinjar iracheno prima della comparsa dell’Islam.

LETTERA DIAVOLO, I CONTENUTI

Il risultato di questa avventurosa traduzione suona più o meno così: «Forse ormai certo Stige. Poiché Dio Cristo Zoroastro seguono le vie antiche e sarte cucite dagli uomini, Ohimè. Un Dio che sento liberare i mortali». Letta in questo modo, è difficile trovarle un senso: ma colpiscono i riferimenti al fiume infernale Stige, all’accostamento tra Dio, Cristo e Zoroastro e la chiusa finale che sembra profetizzare l’avvento di un Dio che darà la libertà agli uomini.

LETTERA DIAVOLO, UN MISTERO ANCORA APERTO

Parole che, sebbene intraviste e messe insieme a fatica, fanno accapponare la pelle agli appassionati della vicenda. Che, dal 1676 non si era nemmeno lontanamente avviata verso la conclusione. «L’idea che mi sono fatto – dice uno dei ricercatori – è che questo sia un alfabeto preciso, inventato dalla suora con grande cura mischiando simboli che conosceva. Ogni simbolo è ben pensato e strutturato, ci sono segni che si ripetono, un’iniziativa forse intenzionale e forse inconscia. Lo stress della vita monacale era molto forte, la donna potrebbe avere sofferto di un disturbo bipolare, allora non c’erano farmaci né diagnosi psichiatriche. Certamente c’era il diavolo nella sua testa».

La lettera, custodita nel monastero di Palma di Montechiaro, con una copia che sta anche nell’archivio della Cattedrale di Agrigento, continua a conservare un certo fascino. La sua interpretazione, in ogni caso, è ancora aperta: il mistero che affascinò – tra gli altri – Tomasi di Lampedusa (lontano parente della suora) e Andrea Camilleri non è ancora stato completamente svelato.