Leopolda, il diario di viaggio di una nuova generazione politica – RECENSIONE

di Stefania Carboni | 18/08/2015

leopolda libro

“Siete pregati di prendere posto e di lasciarlo dopo tre mandati, e poi non lasciate aperti i finestrini, per evitare correnti”. Per molti di voi questa frase sembra l’intro di un videogioco o di un simulatore di volo un po’ bizzarro. In realtà per alcuni ha un significato profondo. Quello da cui è iniziato tutto. C’è un posto che da anni riassume il pensiero “renziano”. O meglio c’è una stazione che racchiude l’inner cicle della classe politica che ora è al governo: Leopolda, l’ex stazione di Firenze da cui partì la famosa rottamazione nel Pd.

E c’è un libro, scritto da Romana Ranucci e Dario Boriello ed edito da Albeggi Edizioni, che racchiude tutto il percorso della kermesse politica: dagli albori fino alla edizione della Leopolda di governo. “Leopolda, diario di un viaggio di una nuova generazione politica” è una sorta di manuale per capire chi c’è stato alla Leopolda, con quale obiettivo si è chiusa ogni edizione e sopratutto chi ha abbandonato la creatura strada facendo. Una sorta di Bibbia per chi (e non sono poche le persone) della Leopolda non ci ha mai capito un granché. Nel libro c’è anche un passaggio che raccoglie il pensiero di Pippo Civati, colui che nel 2010 (da consigliere regionale lombardo) iniziò l’avventura leopoldina con Matteo Renzi. Il “genitore 2” che si è separato ora dal “genitore 1”. Ecco le sue parole nel libro:

Secondo me la Leopolda è stata una grande occasione mancata. Una grande occasione mancata tra me e Renzi, come ho detto tante volte e scritto anche nel mio ultimo libro. Una grande occasione mancata per Bersani, che sarebbe invitato a più riprese, decise di non venire a chiudere la tre giorni. Ma è stata una grande occasione mancata soprattutto perché ciascuno di noi ha portato via quello con cui era entrato alla Leopolda. Nel senso che Renzi ha affermato la sua leadership e l’ha proiettata su scala nazionale, mentre io ho continuato con il metodo più partecipativo e politico, “vecchio stile” direi. Cosa è nato dunque? Quasi tutto. Ma è anche rimasto molto di quello che c’era. Guardando indietro, rivedo la Leopolda con un pizzico di delusione. E non solo per Renzi, anche per me. Si poteva trovare una miscela più condivisa e forte, in cui io potessi riconoscermi; e in cui Matteo potesse essere il leader che è oggi, magari anche con un pezzo di mondo che non dovesse necessariamente essergli totalmente fedele.

Durante il suo primo discorso alla Leopolda Pippo Civati scelse la parola chiave del suo intervento: vento.

Ci dicono “non avete contenuti”, “siete dei ragazzacci”. Eppure ne avete sentiti di contenuti in questi tre giorni filati, qui alla Leopolda, senza una pausa. Inoltre ci muovono un rimprovero che io, personalmente, trovo geniale. Ci dicono: “Sì, ma sono cose già sentite”. E’ vero, peccato che nessuno le abbia mai fatte, ed è proprio questo il problema! Noi non siamo una corrente: ma che noia, chi se ne frega delle correnti! Noi siamo una campagna, un’energia, un punto di vista, tanti punti di vista. Noi siamo un elemento di partecipazione del Pd. Se Bersani ce lo chiede possiamo organizzarle volentieri anche a lui, iniziative come la Leopolda. E’ un grande regalo, quello che noi facciamo,. E’ un grande regalo che ci diverte fare. (…)

“Leopolda, diario di un viaggio di una nuova generazione politica” descrive il partito tra il palco fiorentino e le tappe di Matteo Renzi verso la presidenza del Consiglio. E la Leopolda, volente o meno, fa comunque parte del nuovo corso PD. La notte dell’8 dicembre per esempio Renzi tenne il suo primo discorso da neosegretario nazionale del Partito democratico. Citò la kermesse fiorentina. Partì dai ringraziamenti, che in quel caso non furono solo rituali. Nei suoi passaggi dedicò un pensiero all’uomo che aveva aperto, con lui, la strada a una nuova storia:

Chi lo avrebbe mai detto, caro Pippo, che in soli tre anni la Leopolda sarebbe diventata maggioranza del PD.

Il libro scritto da Romana Ranucci e Dario Boriello racconta al meglio tutto: fuori e dentro quel palco che ha cambiato Largo del Nazareno.

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