Lavoro, il piano del governo per rivoluzionare contratti e sindacati

di Redazione | 20/08/2015

fascismo cgil

Lavoro, il piano del governo per rivoluzionare contratti e sindacati sarà elaborato nei dettagli se le parti sociali, ovvero le associazioni dei lavoratori, non giungeranno al più presto ad accordarsi su una propria “autoriforma”. Quella della rappresentanza sindacale e delle regole del mercato del lavoro è uno dei dossier che irromperanno nella discussione pubblica con l’arrivo dell’autunno: si tratta di un tema su cui all’interno del Partito Democratico, il che non è una novità, convivono sensibilità diverse.

LAVORO, IL PIANO DEL GOVERNO PER RIVOLUZIONARE CONTRATTI E SINDACATI

Su Repubblica Paolo Griseri riporta i termini del dibattito, iniziando dalle intenzioni del governo che conferma: o i sindacati si accordano, o dovremo intervenire noi.

 Chiuso il capitolo jobs act,il governo si prepara in autunno a mettere mano alle regole della contrattazione. «E’ auspicabile che le parti sociali trovino l’accordo tra di loro. Certo, se questo non accadrà, diventerà inevitabile un intervento ex cathedra » dell’esecutivo, conferma Pierpaolo Baretta, sottosegretario all’Economia. Al ministero del lavoro sottolineano che, al momento, la materia è delegata a sindacati e organizzazioni degli imprenditori «così come aveva detto lo stesso premier in giugno » incontrando le parti sociali. Ma i tempi stanno diventando stretti. Le proposte che circolano in queste settimane nelle due commissioni lavoro di Camera e Senato sono le carte che da questo autunno potrebbe giocare il governo per cambiare profondamente le regole del gioco.

Di attuare l’articolo 49 della Costituzione sulla rappresentanza sindacale si parla da anni; il problema è centrale, perché si tratta di, innanzitutto, capire quanti siano davvero i tesserati delle organizzazioni sindacali e quale sia la soglia oltre la quale una certa organizzazione è ammessa alle trattative del Contratto nazionale di Lavoro.

Sull’argomento le proposte del presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano e quella del senatore Pietro Ichino, politicamente spesso distanti pur appartenendo ambedue al Pd, hanno punti di convergenza importanti. Prevedono sostanzialmente una soglia di sbarramento del 5 per cento di rappresentanza per potersi sedere al tavolo delle trattative. Come si misura? Soprattutto in base ai risultati delle elezioni dei delegati perché molto più difficile è conoscere dalle aziende, attraverso l’Inps, il numero di dipendenti che sono iscritti a questo o quel sindacato. In ogni caso, escludendo le sigle che rappresentano meno del 5 per cento della forza lavoro, si eviterebbe la partecipazione alle trattative di molte piccole organizzazioni. Soglia di sbarramento anche per poter firmare un accordo: dovrà essere approvato dal 50 per cento più uno dei lavoratori o dei delegati sindacali.

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Analogamente, dovrà essere prevista una soglia per la proclamabilità di uno sciopero, anche se un tale sistema avrà qualche speranza di venir utilizzato con successo principalmente nel settore dei servizi pubblici.

«E’ immaginabile – dice Damiano- che si possa stabilire una soglia di approvazione tra il 30 e il 40 per cento dei lavoratori coinvolti». Un referendum per decidere se scioperare o no. Ma questo arriverà probabilmente solo per i dipendenti deipubblici servizi come gli addetti ai trasporti. Difficilmente si potranno stabilire soglie di sbarramento per la proclamazione dello sciopero nelle aziende private che non abbiano ruolo nei servizi pubblici. Si esclude anche, nella maggioranza di governo, l’ipotesi di seguire il sistema americano che prevede di consegnare a un unico sindacato, scelto con elezioni cui possano partecipare tutte le sigle, il diritto a trattare per tutti. Ipotesi difficile da percorrere perché in Italia la Cgil tratterebbe per tutti nella gran parte dei luoghi di lavoro. «Ipotesi alla quale io sarei contrarissimo – dice Damiano- perché credo nel pluralismo sindacale». Ipotesi che lo stesso Ichino definisce «poco adatta alla situazione italiana».

Il modello a cui la politica italiana afferma di volersi avvicinare è quello tedesco, con un ruolo potenziato per il contratto aziendale che nel nostro paese stabilisce una frazione ancora insufficiente della retribuzione complessiva di un lavoratore dipendente.

Si tratteranno così in fabbrica non solo i salari ma anche orari di lavoro e livelli di inquadramento. «L’obiettivo – spiega Maurizio Sacconi – è quello di rendere il sistema meno rigido. Oggi in Italia il contratto nazionale determina il 90 per cento della retribuzione». In Germania invece il 26 per cento della busta paga è legato ai contratti aziendali.

Secondo la sinistra Pd questo sistema creerebbe però delle sperequazioni perché i maggiori incrementi salariali si verificherebbero principalmente nelle aziende del nord, più ricche; secondo chi, invece, sostiene la riforma del sistema, a mitigare le differenze interverrebbero le diversità nel costo della vita fra le varie aree geografiche italiane.

Nella sostanza si teme che togliendo importanza al contratto nazionale si possa aprire la strada alle vecchie gabbie salariali con le zone economicamente più deboli che hanno contratti molto più poveri. «Del resto – sostiene Ichino – avere una busta paga da 800 euro a Reggio Calabria significa vivere abbastanza bene mentre con quei soldi a Milano si fa la fame. Oggi non si tratta di ripristinare le vecchie gabbie ma, al contrario, di liberare la contrattazione aziendale dalla gabbia del contratto nazionale».

Copertina: ANSA/CGIL