Ibrahim Metwaly, legale della famiglia Regeni, è sparito nel nulla all’aeroporto del Cairo

di Redazione | 11/09/2017

Ibrahim Metwaly

Ibrahim Metwaly, 53 anni, avvocato egiziano che assiste anche la famiglia di Giulio Regeni, è sparito nel nulla ieri al Cairo. Era andato in aeroporto per imbarcarsi in un volo verso Ginevra, dove doveva presentare una relazione sull’Egitto al consiglio dei diritti umani. Da lì è stato misteriosamente prelevato e di lui non si hanno più notizie.

Lo fa sapere la Egyptian commissions for rights and freedoms (Ecrf), che nei giorni scorsi ha caricato online un nuovo rapporto sulle sparizioni forzate in Egitto: l’associazione che per conto della famiglia Regeni sta seguendo l’intero fascicolo sulla sparizione del ricercatore ne conta 378 nell’ultimo anno. Il report però è stato subito messo al bando nel paese guidato da Al Sisi, dove non è più possibile scaricarlo, dato che il sito è inaccessibile per qualsiasi utente che sia connesso dall’Egitto.

IBRAHIM METWALY, UNO DEI LEGALI EGIZIANI DELLA FAMIGLIA REGENI, SPARITO NEL NULLA AL CAIRO

Era stato proprio Ibrahim Metwaly – scrive oggi Giuliano Foschini su Repubblica – a stilare insieme ad altri quel rapporto. «Metwaly avrebbe dovuto parlare, tra le altre cose, di suo figlio Omar, sparito nel 2013 e anche di quanto accaduto in Egitto a Giulio Regeni», fanno sapere dall’Ecrf. «Ibrahim – dicono ancora – sembra essere sparito nel nulla. Dopo il suo arresto, per accuse che chiaramente non ci sono assolutamente note, non abbiamo saputo più nulla. E per questo siamo molto preoccupati per quanto può accadere», si legge sul quotidiano.

Che Sisi e il suo governo abbiano nuovamente alzato l’attenzione contro chi si occupa di tutela di diritti umani era, d’altronde, chiaro da giorni. Dopo la pubblicazione da parte di Human Rights Watch di un altro rapporto-denuncia sull’uso sistematico della forze e della tortura da parte dei servizi di sicurezza egiziani, era partito l’ordine di oscurare anche il loro sito per rendere clandestina la ricerca. Si tratta in questo caso di 63 pagine nelle quali vengono raccolte testimonianze di detenuti e familiari di scomparsi che raccontano come «la polizia e i funzionari della Sicurezza nazionale usano regolarmente la tortura nei loro interrogatori per costringere presunti dissidenti a confessare o divulgare informazioni».

«Quel rapporto è pieno di calunnie», hanno risposto funzionari del governo. Che hanno riservato ad altri lo stesso trattamento di Ecrf e Human Rights: da maggio il governo egiziano ha bloccato 420 siti web e agenzie di informazione, come il giornale on line Mada Masr o i media indipendenti, da Al Jazeera all’Huffington Post Arabic.

Sarà dunque questo il clima che troverà la prossima settimana il nostro ambasciatore, Gianpiero Cantini, che dopo più di un anno riaprirà la sede diplomatica italiana al Cairo. Ed è in questo clima che si dovrebbe tenere, probabilmente entro il mese di settembre, il vertice dei magistrati italiani con la procura generale del Cairo che ha promesso, per l’ennesima volta, «tutto lo sforzo per trovare gli assassini e i torturatori di Giulio». Sforzo che, fino a questo momento, si è rivelato poco più che una presa in giro.

 

Foto copertina: ANSA/MASSIMO PERCOSSI