Forever Young, la nuova commedia corale di Fausto Brizzi non decolla

di Boris Sollazzo | 10/03/2016

Forever Young

FOREVER YOUNG –

Fausto Brizzi torna a dirigere un film per il cinema dopo tre anni e lo fa con la specialità della casa, una commedia sentimentale corale in cui le storie di una decina di personaggi si intrecciano, con tutte le loro contraddizioni emotive e sentimentali a farci sorridere e riflettere. O almeno così vorrebbe il regista che qui si diverte a sottolineare le fragilità di chi vola verso i 50 anni senza rendersi conto del tempo che passa. O meglio ignorandolo, tra fidanzate giovanissime, toy boy, avventure e l’incapacità di uscire fuori dai personaggi che ci si è costruiti in passato.

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Luisa Ranieri, una splendida milf divorziata. Pasquale Petrolo, detto Lillo, un dj che si ostina a fare il “supergiovane” e che nel morning time di una radio talk e musicale non si rende conto che la sua oratoria via etere, ormai, è fuori moda come il suo look. E che soffre la concorrenza dell’imberbe youtuber che gli sta facendo le scarpe (Francesco Sole). Sabrina Ferilli, un’estetista sola che vuole sentirsi ancora viva, magari con l’universitario che consegna pizze a domicilio per arrotondare (Emanuel Casiero) e di cui ignora un particolare piuttosto importante. Fabrizio Bentivoglio, il direttore della radio suddetta, che ha in Marika (la sensualissima Pilar Fogliati) una giovane compagna che non gli lascia respiro, tra nottate in discoteca e una passione inesauribile, che (ri)scopre l’irresistibile fascino del vintage e trova in Lorenza Indovina un rifugio speciale. E Teo Teocoli, sportivissimo nonno sprint che maltratta il genero sedentario, violinista e sovrappeso (Stefano Fresi) e fa preoccupare la figlia, Claudia Zanella.

FOREVER YOUNG, LA TRAMA –

Sono loro i protagonisti di un film che non decolla mai. Forse perché troppo programmatico, troppo ansioso di inseguire la tesi di fondo del soggetto, di quella mezza (e terza) età bambocciona incapace di accettare la propria età. Brizzi, che sa scrivere in maniera pop e regalare dialoghi efficaci, non supera però mai l’ostacolo che spesso trova nei suoi racconti, quell’orizzontalità narrativa ed emotiva che fa sì che le sue opere non vadano in profondità. E così il compitino va a segno, perché Bentivoglio, uomo di successo ma incompleto, suscita empatia, ma mai troppa, così come la coppia Ferilli-Ranieri, alla ricerca di un po’ d’amore, anzi d’attenzione, senza troppo impegno. Lillo è efficace, sa far ridere, ma è come la sua casa: ben pensata, buffa, ma un vacuo mausoleo a se stesso: lui, di talento e mestiere, prova a rendere il personaggio meno bidimensionale che in scrittura, ma non può far miracoli. E così vale per tutte le altre storie e forse a salvarsi è proprio Lorenza Indovina, che con fascino e leggerezza sa farti innamorare.

FOREVER YOUNG, LA RECENSIONE –

Brizzi sa far cinema, ma sembra non averne poi così voglia, almeno dietro la macchina da presa. E così ti ritrovi l’immagine più bella del film proprio all’ultimo. Un ballo a favore di macchina dei quattro moschettieri del mezzo secolo vissuto inconsapevolmente di sé, con sguardi e facce alienate e le luci stroboscopiche a rendere ancora più disorientante quel ballo goffo, quella vita vissuta senza coraggio. Quattro vecchi moschettieri, che ingannano se stessi e la vita. Una scena, un’inquadratura, che fa il film. L’unica, però. E forse era da lì che si doveva cominciare e non finire, era quell’ispirazione a dover dare tono e ritmo al film, con una vena malinconica che non doveva castrare la parte di commedia, ma solo renderla più caustica. Inevitabile pensare a Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, alla ferocia elegante di quel racconto in confronto al rassicurante e indolente incedere di questo, tra luoghi comuni patinati e cadute di stile (la Ferilli in mezzo a ragazzini concentrati sugli smartphone, il più classico e demagogico dei “ah, ai tempi miei ci si parlava, non si stava tutti chinati su uno schermo” che fa sembrare vecchio l’autore, più che i suoi personaggi).

Non si sente la freschezza delle prime opere di Brizzi, la sua capacità di tirare fuori dai suoi attori imprevedibili scatti in avanti, dai suoi personaggi una potenza leggera ed emozionante. Quel sapore anni ’70 in cui la commedia corale, tra i Vanzina e il Lucas di American Graffiti, sapeva dirti altro. Qui, invece, ogni scena è una didascalia, ogni personaggio uno stereotipo. E quello che ti rimane tra le mani è quel poco che vedi. E capisci che sono i dettagli a mancarti, anche nella storia meglio riuscita, quella di Fabrizio Bentivoglio, che sa, pur gigioneggiando a volte (non come nel bel film Gli ultimi saranno ultimi di Max Bruno), dare più spessore al suo uomo pavido ma curioso, anche grazie alle sue controparti femminili. A Lorenza Indovina, che con grazia colora la sua comprimaria che meritava più spazio, ma anche alla brava Pilar Fogliati che riesce, soprattutto grazie ai suoi sguardi, a uscire dalla “figurina” ritagliatale attorno dalla sceneggiatura.

C’è bisogno di una commedia altra, alternativa. Di quel cinema commerciale che non rinuncia alla qualità. Fausto Brizzi potrebbe, ma non vuole. Ed è un peccato.